Il 13 settembre del 1543 Giovanni Calvino si stabiliva definitivamente a Ginevra… Conosciamo il Calvinismo per amare ancor di più la Verità Cattolica

da Studiare le religioni per rafforzare la Fede, di Corrado Gnerre

Il Calvinismo si chiama così perché fa riferimento alla dottrina di Giovanni Calvino (1509-1564), seguace di Lutero, ma anche sostenitore di tesi del tutto personali.

La dottrina

Per meglio capire le caratteristiche fondamentali della dottrina di Calvino, e quindi del Calvinismo, divideremo lo schema in due parti: cosa Calvino accetta di Lutero e cosa Calvino afferma di nuovo.

Ciò che Calvino accetta di Lutero

  • Il libero esame delle Scritture
  • La concezione sul peccato originale come corruzione intrinseca e irreparabile della natura umana e quindi come conseguente perdita del libero arbitrio e dominio incontrastato della concupiscenza.
  • La concezione della “giustificazione estrinseca” e la convinzione secondo cui basterebbe la cosiddetta “fede fiduciale”, senza le opere, per ottenere la “giustificazione estrinseca”.

Ciò che Calvino afferma di nuovo

  • La “fede fiduciale” non solo dà la “giustificazione estrinseca”, ma la stessa salvezza, irreversibile fin da questa vita.
  • La “predestinazione assoluta” al paradiso o all’inferno è decretata da Dio a suo piacimento per ogni uomo: così le opere dei predestinati al paradiso (anche se cattive) sono da Dio considerate sempre buone, mentre le opere dei predestinati all’inferno (anche se buone) sono sempre considerate cattive.
  • La Chiesa sarebbe formata dai soli predestinati al paradiso, ossia da coloro che aderiscono a Cristo con la “fede fiduciale”.
  • La Chiesa è costituita solo dalla predicazione della Parola di Dio.
  • L’autorità della Chiesa non deve risiedere nei vescovi, bensì nel collegio dei pastori o in collegi misti di pastori e laici.
  • Esistono solo due sacramenti: il Battesimo e la Cena, ma solo come “segni esterni” della predestinazione al paradiso.
  • Nella Cena non avviene né la transustanziazione cattolica né la consustanziazione di Lutero.

Varietà

In Gran Bretagna il Calvinismo si divide in due grandi comunità: il Presbiterianesimo (fondato da John Knox-1505/1572) e il Congregazionalismo (fondato da Robert Browne-morto nel 1556). Quest’ultimo in Inghilterra e nel Nuovo Mondo diventò il movimento dei Puritani.

Il nome Presbiterianesimo deriva dal fatto che alla base dell’organizzazione vi sono gli anziani o presbiteri, che sono i veri responsabili delle comunità e che vengono eletti dai fedeli. Il Presbiterianesimo è tipico delle comunità protestanti della Scozia.

Il Congregazionalismo è un principio ecclesiologico protestante secondo il quale la comunità locale (congregazione) ha un’importanza più grande della Chiesa come istituzione universale; il principio è applicato in modo più o meno rigoroso dalle diverse “chiese”, in particolare dalle “chiese” battiste. Un’evoluzione recente ha ravvicinato le “chiese” di tipo congregazionalista alle “chiese” riformate; e il Congresso Congregazionalista Mondiale si è fuso con l’Alleanza Riformata Mondiale. In Inghilterra i congregazionalisti vennero chiamati puritani; infatti, propugnavano una chiesa sempre più “purificata” dai residui cattolici. Perché perseguitati in patria, i puritani emigrarono in massa nelle colonie americane, iniziando dai famosi “Padri pellegrini” che nel 1620 partirono a bordo della famosa “Mayflower”. La dottrina congregazionalista è sintetizzabile in cinque punti: 1) Il Capo della Chiesa è soltanto Cristo, presente nel luogo in cui la comunità dei credenti si raduna. 2) La Chiesa è locale ed è indipendente da qualsiasi autorità terrena, sia statale che ecclesiastica (vescovi e sinodi). 3) La comunità che si lascia guidare da Cristo possiede l’autorità e i mezzi per governare se stessa. 4) I fratelli sono uniti fra loro e con Cristo da un “convenzione” (covenant) che impegna ad una vita di attenta obbedienza alla Parola di Dio. 5) Le congregazioni locali sono in collegamento mediante rappresentanti eletti che partecipano alle assemblee regionali e nazionali. Queste non hanno potere deliberativo vincolante. I congregazionalisti sono aperti ad altre comunità protestanti perché ritengono che essi siano solo un ramo della Chiesa di Cristo.

Calvino, un persecutore violento

Calvino fu un uomo duro ed intollerante. Offriamo ai lettori un ottimo scritto di Francesco Agnoli, storico ed apologeta cattolico, dal titolo: Un ritratto di Giovanni Calvino, pubblicato sul sito Libertà e Persona, in occasione del 500° anniversario della morte.

Nel 1536 Calvino, in visita a Ginevra, accetta di sostenere i riformatori locali e viene nominato professore di teologia e predicatore. Due anni dopo, però, è espulso dalla città per le sue posizioni estremiste. Viene richiamato nel 1541 e vi rimane fino alla morte, avvenuta nel 1564. Il regime teocratico che instaura governa la città attraverso una serie di ordinanze che prevedevano severe punizioni non solo per deviazioni dottrinali ma anche per atti quali: la danza, il gioco, la vendita e il consumo di birra. Il governo viene affidato alla responsabilità ministeriale dei quattro ordini introdotti da Calvino: pastori, dottori, anziani e diaconi. Il Concistoro, composto dai pastori e da dodici anziani eletti dalle autorità civili, diventa una sorta di suprema corte, giudicante finanche la vita privata dei cittadini. Una cappa, plumbea e asfissiante, cala su Ginevra. Molte sono le vittime del sistema calvinista. A scopo di controllo si compiono più volte all’anno visite a domicilio e all’occorrenza si ricorre anche alle denunce e allo spionaggio prezzolato. I trasgressori vengono colpiti da ammonizioni, deplorazioni e scomuniche — esclusione cioè dalla sacra cena — e obbligati a far pubblica penitenza. I grandi peccatori, come i sacrileghi, gli adulteri e gli avversari ostinati della nuova fede, sono consegnati al consiglio cittadino per la punizione. Vengono eseguite molte condanne a morte — cinquantotto fino al 1546 — e più ancora all’esilio. La tortura è usata nel modo più rigoroso. La città deve sottomettersi, seppure di malavoglia, alla disciplina ferrea di Calvino. Tutte le feste religiose scompaiono, eccettuate le domeniche […]. La vita della società ginevrina acquistò l’impronta di una tetra serietà: le vesti di lusso, i balli, il gioco delle carte, il teatro e simili divertimenti erano severamente condannati. La lista delle vittime è tristemente lunga: il predicatore Sébastien Châtillon (1515-1563), biblista che proponeva un’interpretazione del Cantico dei Cantici sgradita a Calvino, è costretto all’esilio; il medico Girolamo Bolsec (m. 1584), un ex-monaco carmelitano apostata che aveva osato contestare la dottrina della predestinazione insegnata da Calvino, viene espulso dalla città nel 1551. Non si tratta solo di questioni squisitamente teologiche. Essendo stato bandito il gioco delle carte, perché ritenuto frivolo e immorale, Pierre Ameaux (m. 1552), che aveva anche richiesto al Concistoro il divorzio dalla moglie, viene ridotto in stato d’indigenza: suo mestiere era appunto la vendita delle carte da gioco. Spinto dalla disperazione, pronunzia parole offensive contro il regime puritano di Calvino. Viene incarcerato e, nonostante avesse responsabilità all’interno della comunità riformata ginevrina, per disposizione del Concistoro è sottoposto a una punizione umiliante la sua dignità. In data 8 aprile 1546, il Consiglio pronunciò la seguente sentenza: “Avendo visto il contenuto delle risposte, dalle quali ci sembra che egli [Ameaux] abbia malvagiamente parlato contro Dio, il Magistrale e il ministro Calvino ecc. […] si ordina che sia condannato a fare il giro della città in camicia, a capo scoperto, con una torcia accesa in mano e che poi venga innanzi al tribunale a invocare misericordia da Dio e dalla giustizia, in ginocchio, confessando di avere mal parlato, condannandolo inoltre a tutte le spese, e che la sentenza sia resa pubblica.”.

L’affaire Perrin è sintomatico della situazione imposta a Ginevra da Calvino e dei metodi adoperati per reprimere ogni forma di dissenso. In questo episodio, infatti, si ritrovano tutti gli elementi che concorrono a mostrare il volto del «riformatore»: proibizione dell’espressione delle gioie più umane, come la danza in occasione di un matrimonio, carcere, esilio e anche spargimento di sangue. Protagonista ne è Ami Perrin (m. 1561), che pure inizialmente era stato un sostenitore di Calvino. Questi i fatti: in occasione di un matrimonio fra giovani di distinte famiglie borghesi, si festeggia con un ballo. Il Concistoro convoca tutti i partecipanti che, per paura, respingono l’accusa, eccetto due di essi, fra cui Perrin, che è costretto a fare ammenda del «crimine» commesso. Sua moglie, però, Franchequine Perrin, figlia di François Faivre, personaggio altolocato a Ginevra, continua a protestare pubblicamente e, provocatoriamente, a danzare. Poiché gode dell’appoggio di molti cittadini, stanchi delle vessazioni del Concistoro, compaiono anche scritti anonimi contro Calvino e i suoi partigiani. Infuriato, questi ordina una perquisizione in casa di uno degli amici delle famiglie Perrin e Faivre, Jacques Gruet (m. 1547). All’interno vengono trovati materiali compromettenti, cioè quaderni e annotazioni polemiche verso il regime teocratico di Calvino. La punizione è implacabile: condanna a morte per decapitazione.

Il caso più noto è quello di Michele Serveto (1511-1553), il medico spagnolo che negava il dogma della Trinità. In territorio francese, a Vienne, egli è sottoposto a un processo da parte dell’Inquisizione cattolica che adopera materiale fornito, segretamente, da Guillaume de Trie (1521 ca.-1561), un amico di Calvino, che già nel 1546, in una lettera al riformatore francese Guillaume Farel (1489-1565), aveva scritto: “Se verrà qui, posto che la mia autorità abbia un peso, non tollererò che se ne vada vivo.”. Benché condannato in Francia, Serveto, probabilmente con la dissimulata accondiscendenza del blando tribunale inquisitorio cattolico, fugge e si rifugia proprio a Ginevra, ove, riconosciuto, viene immediatamente condannato a morte e arso vivo, nel 1553.

Il ruolo giocato da Calvino in questa vicenda mostra lati umani veramente riprovevoli: non solo fanatica intolleranza, ma anche ricorso allo spionaggio, spirito vendicativo e, a vicenda conclusa, menzogneri tentativi di ritrattazione delle sue responsabilità. “La cosa più triste in tutto ciò -conclude lo storico protestante Auguste Lang [1867-1945]-  è che nella sua Difesa contro Serveto, apparsa nel febbraio 1554, Calvino non ebbe il coraggio di confessare il ruolo che aveva avuto nell’imprigionamento di Serveto a Vienne. Afferma seccamente, in questo scritto, che è una frivola calunnia accusarlo di aver consegnato l’infelice ai nemici mortali della fede.”.

Il governo teocratico di Calvino non sopravvive a lungo, anche se a esso s’ispirano le comunità riformate che si diffondono stabilmente in molti paesi d’Europa. Al di là dei successivi sviluppi, quanto avviene a Ginevra negli anni 1541-1564 mostra tratti della personalità di Calvino che confermano l’inopportunità di ricordare la nascita di un uomo orgoglioso e ambizioso.

Secondo gli storici Pierre Jourda (1898-1978) ed Edouard de Moreau S.J. (1879-1952): “c’è qualcosa di duro nel suo carattere […]. Di qui l’orgogliosa certezza che egli ebbe, fin dal 1536, di essere in possesso della verità, ed anche le sue collere, i suoi rifiuti di scendere a discussioni, il disprezzo per i suoi avversari, la facilità a coprirli di ingiurie spesso grossolane, quando poi non si trattava di odio e dei rigori ch’esso trae seco.”.

I martiri cattolici torturati e giustiziati durante le persecuzioni perpetrate dai calvinisti costituiscono una pagina cospicua e inducono a una silenziosa riflessione. I calvinisti olandesi e gli «ugonotti» francesi si macchiano di crimini efferati contro quanti desiderano conservare la fede dei loro padri. Le cronache riportano episodi raccapriccianti: preti crocifissi, sventrati per poi riempire il cadavere di avena data in pasto agli animali, esecrabili mutilazioni del corpo. Orrori, questi, associati alla dissacrazione di chiese, d’immagini venerate e persino delle realtà più sante: si diede pure il caso dell’Eucaristia data in pasto a una bestia.

I germi infettivi di questo anticattolicesimo animato da tanto odio e poi espresso in efferata violenza sono radicati nel pensiero e nell’esperienza religiosa di Calvino.

Ecco una sintesi del pensiero del riformatore piccardo sulla Chiesa Cattolica: “È una consorteria di preti perversa e fatta di menzogne che pratica, al posto della Cena “un sacrificio abominevole” e che si compiace di “superstizioni infinite”: le sue “riunioni pubbliche sono come scuole d’idolatria ed empietà”. Ci si può separare da essa senza scrupolo né timore. “È più un’immagine di Babilonia che la Città santa di Dio”.

Calvinismo, capitalismo e razzismo

Non si può certo dire che la libertà d’impresa sia nata con il capitalismo. Già la dottrina cattolica ne fornisce le giuste ragioni. E’ indubbio però che le origini del capitalismo, come degenerazione del legittimo spirito d’impresa, trovi le sue ragioni nella dottrina calvinista. Alcuni storici –come Sombart, Weber e Troletsch- lo affermano chiaramente: il Calvinismo indica la ricchezza e il successo economico come segni della benedizione di Dio. Il lavoro produttivo diviene vocazione divina dell’uomo. Il risparmio e il prestito ad interesse doveri sociali del credente. Scrive Troeltsch: “Il Calvinismo creò non tanto il capitalismo stesso quanto lo spirito del capitalismo, (…). Il Calvinismo resta il vero genitore e alimentatore del capitalismo borghese e industriale delle classi medie. Il dedicare esteriormente tutto se stesso al lavoro e al guadagno, che costituisce l’ascetismo involontario e inconscio dell’uomo moderno, è figlio del cosciente ascetismo del lavoro e della professione in seno al mondo, che si fonda su motivi religiosi. Il senso professionale, che non si realizza al di sopra del mondo, ma lavora nel mondo senza però divinizzare la creatura, cioè senza amare il mondo, genera una laboriosità instancabile e sistematicamente disciplinata, nella quale il lavoro è ricercato per se stesso, per mortificare la carne, e il prodotto del lavoro non serve al godimento e al consumo, ma al continuo ampliamento del lavoro stesso, alla sempre più vasta riproduzione del capitale. Poiché l’etica aggressiva e attiva nella dottrina della predestinazione obbliga l’eletto a spiegare appieno le forze impartitegli da Dio e lo rende certo della sua elezione con questo segno di riconoscimento, il lavoro diventa razionale e sistematico; poiché l’ascetismo infrange l’istinto della quiete e del godimento, sono messe le basi della signoria e del lavoro sugli uomini; e poiché il profitto del lavoro non costituisce in alcun modo scopo a se stesso, ma torna a vantaggio del benessere generale, e ogni guadagno che superi un minimo sufficiente per l’esistenza è concepito solo come invito a una ulteriore valorizzazione ed elaborazione, nasce l’illimitatezza e infinitezza di principio del lavoro.”(E,Troltsch, Il Protestantesimo nella formazione del mondo moderno, Venezia, 1929, p.70.

Lo stesso Calvinismo ha dato fondamento anche alle aberranti convinzioni razzistiche. Se Dio sceglie parzialmente, perché questa stessa parzialità non deve riflettersi anche nel rapporto tra gli uomini? E inoltre se Dio già ha scelto chi deve salvarsi e chi deve dannarsi, indipendentemente dai meriti e dai demeriti, allora vuol dire che può esserci qualcosa per capire chi è tra gli eletti o meno. E perché non può essere, oltre il successo economico, anche l’appartenenza razziale? Il comportamento dei coloni nelle terre dei giovani Stati Uniti d’America nei confronti delle popolazioni indigene fu dovuto anche alle dominanti convinzioni calviniste. Il massacro su scala industriale (dei “pellerossa”) comincia nel 1637, per mano di coloni inglesi, puritani, ferocemente anticattolici. Stesso discorso per i motivi alla base dell’apartheid sudafricana.

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