Il Catechismo di San Pio X commentato per voi (n.144)

Rubrica a cura di Pierfrancesco Nardini


Domanda: Perché il peccato grave si chiama mortale?
Risposta: Il peccato grave si chiama mortale, perché priva l’anima della grazia divina che è la sua vita, le toglie i meriti e la capacità di farsene dei nuovi e la rende degna di pena o morte eterna nell’Inferno.


Quando si dice che il peccato grave è “mortale”, non si intende ovviamente la morte naturale, ossia quella del corpo quando finisce la sua vita (fino alla risurrezione dei corpi).

L’anima è immortale e come tale rimane anche dopo il decesso. In questo caso si parla di vita soprannaturale, ossia della vita della grazia, “mediante la quale partecipa alla vita di Dio” (Dragone).

Si chiama mortale, dunque, perché provoca la perdita della vita di grazia e, dato che perdere la vita significa morire, s’incorre così nella morte soprannaturale.

É di fede che la grazia si perda con ogni peccato grave, così come è di fede anche che chi muore in stato di peccato grave avrà la pena eterna e la perdita della visione beatifica di Dio.

ùNella vita eterna, d’altronde, perdere Dio, la Sua visione, equivale a una morte, “merita le pene eterne dell’Inferno, che è chiamato morte eterna, seconda morte, perché laggiù si vive solo per soffrire e l’esistenza è peggiore della morte o annientamento totale” (Dragone).

Tutti i meriti, ossia i frutti delle opere buone acquistati durante la vita fino al momento del peccato grave vengono persi. Come spiega bene Ott, “la perdita della grazia santificante a causa del peccato mortale importa la perdita di tutti i meriti anteriori. Le opere buone vengono in un certo senso uccise (opera mortificata). Esse tuttavia rinascono, secondo la dottrina generale dei teologi, quando si riacquista la grazia (opera vivificata)” (Compendio di teologia dogmatica).

Sfruttando l’esempio classico, si ricorda che, se si taglia un ramo dall’albero prima che i frutti siano maturi, questi vengono persi, perché appassiscono e muoiono.

Dio, quale Giustizia perfettissima, non può in alcun modo premiare chi ha perso la Sua amicizia, chi cade in peccato mortale e non potranno essergli imputati i meriti, almeno fino alla Confessione.

Di certo essere in peccato mortale comporta anche l’aridità delle opere buone compiute mentre si è in quello stato, “chi è privo della grazia, anche se compie opere buone, non ha la capacità di meritare soprannaturalmente” (Dragone). Lo conferma anche la Sacra Scrittura: “tutte le opere giuste da lui fatte saranno dimenticate; a causa della prevaricazione in cui è caduto e del peccato che ha commesso, egli morirà” (Ez 18, 24) o anche San Paolo (1Cor 13, 1-13).

È sentenza probabile che chi è in peccato grave possa meritare ( de congruo ) solo ulteriori grazie attuali per avvicinarsi e prepararsi alla Confessione (v. L. Ott, op. cit.).

Si deve meditare attentamente quindi sul rischio di cadere in peccato grave, soprattutto sul fatto che “chi pecca, danneggia se stesso” (Sir 19, 4): conoscere le conseguenze di un simile peccato aiuta il fedele a rinforzare le proprie difese contro le tentazioni quotidiane.


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