LA SOSTA – Una bella storia: un imprenditore che pensa ai suoi impiegati

Ci sono ancora gli imprenditori di una volta, quelli che, ancor prima che gestori di un’azienda, si sentono “padri” dei propri operai. D’altronde il termine “padrone”, che è stato tanto negativizzato nei nostri tempi, viene appunto da “grande padre”. (Il Cammino dei Tre Sentieri)

(FONTE: ilgiornale.it – di Stefano Filippi)

L’azienda si chiama Poolmeccanica e sul sito internet lo slogan è «Idee che piegano l’acciaio».

Diego Lorenzon, uno dei titolari, è fatto così: un uomo d’acciaio che soltanto una malattia grave può piegare. Un imprenditore del Nordest che ha attraversato la crisi a schiena curva ma a testa alta. Della sua azienda di San Michele al Tagliamento, l’Italia dovrebbe andare fiera: 25 anni fa ha avuto la lungimiranza di investire all’estero, ha fornito opere al Mose e al canale di Panama, ha fabbricato acciai speciali per i telescopi più avanzati del mondo nel deserto cileno di Atacama. Negli ultimi anni Poolmeccanica ha fronteggiato un destino comune a tanti: i clienti non pagano, la concorrenza internazionale morde, le banche chiudono i fidi in 24 ore, gli enti pubblici saldano i conti dopo due anni.

Questo eroe del lavoro si è trovato di fronte a un bivio. Pagare i dipendenti, saldare i fornitori oppure pagare le tasse. Mesi di notti in bianco. Poteva prendere la scorciatoia imboccata da altri: chiudere. Percorso legittimo che però gli avrebbe fatto passare in bianco il resto delle nottate. Alla fine ha scelto, lo Stato era l’unico che poteva aspettare. Gli operai hanno diritto allo stipendio alla fine del mese, i fornitori sono anch’essi imprenditori con la responsabilità di dar lavoro.

La morale di questa storia – è stato detto e scritto è che evadere le tasse per pagare gli stipendi non costituisce reato. Balle. Questo signore non è un evasore fiscale, un furbetto che trucca bilanci o fatture. È uno per cui l’azienda, i collaboratori e le loro famiglie vengono prima di lui. Lorenzon non si è lamentato delle tasse alte (eccome se lo sono e comunque ora le sta pagando), ma si è assunto la responsabilità di una scelta chiara: prima le persone, poi lo Stato.

Lo Stato è andato a cercarlo. Lo ha mandato a processo per 263mila euro di contributi non versati. In realtà, il reato penale riguarda la parte eccedente 150mila euro (soglia sotto la quale uno se la cava con una sanzione amministrativa): si parla quindi di 113mila euro. Evasore? Quella di mercoledì mattina doveva essere un’udienza di rinvio. Ma il giudice non aveva fatto i conti con Lorenzon. Un corazziere di un metro e 90, col fisico prosciugato dal male e dalle cure, ma che non aveva perso un solo grammo di dignità.

Accanto agli avvocati Giovanni Moschetti e Paolo Dell’Agnolo l’imprenditore ha chiesto di rendere dichiarazioni. Ha spiegato le alternative possibili: portare i libri in tribunale, chiedere il concordato, magari scappare all’estero, oppure rinviare il pagamento delle tasse. Ha tenuto duro, ha investito nell’azienda e nei collaboratori, non ha trattenuto un centesimo per sé. La Guardia di finanza ha bussato varie volte senza mai trovare una fattura fuori posto. Se gli enti pubblici fossero stati tempestivi nel pagarlo non avrebbe avuto problemi.

Ora sta chiudendo i conti con il fisco, ha ottenuto una rateazione e sull’arretrato paga una sanzione del 30 per cento più il 7 per cento di interessi. Finito di parlare, Lorenzon si è seduto, esausto. Il pm, un giudice onorario non togato, aveva la voce rotta quando ha chiesto l’assoluzione che il giudice ha accordato con formula piena. Viva Lorenzon, imprenditore eroe.


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