Il 7 settembre del 1893 nasceva la prima squadra di calcio italiana. Lo sai che il calcio è uno sport “cattolico”?

Il 7 settembre del 1893 nacque in quel di Genova la prima squadra di calcio italiana, si chiamava: Genoa Cricket & Football Club, oggi conosciuta semplicemente come Genoa. Cogliamo l’occasione per parlare di calcio, convinti come siamo che si possa fare apologetica e innamorarsi della bellezza della Verità Cattolica anche trattando di un argomento poco importante e poco decisivo qual è lo sport. Per l’occasione vi offriamo un capitolo de Il Catechismo del Pallone, un libro del 2014 il cui autore è Corrado Gnerre, Guida Nazionale del C3S. 

Il calcio è “cattolico” perché è l’unico sport in cui è molto frequente il pareggio 

Non so se ci avete mai pensato, ma è così: nel calcio non solo è assai probabile il pareggio, ma è anche assai probabile il pareggio a reti inviolate, cioè lo 0-0. Ciò rende questo sport profondamente cattolico … e soprattutto antiluterano e anticalvinista. Non esagero.

Negli Stati Uniti si è cercato almeno un paio di volte di lanciare il soccer (così è chiamato il calcio da quelle parti), ma invano. La prima volta fu nella seconda metà degli anni ’70. Il club Cosmos di New York ingaggiò molte “stelle” alla fine della loro carriera: Pelé, Beckenbauer, Chinaglia … ma non vi fu nulla da fare. La seconda volta è stata con l’organizzazione dei Mondiali del 1994. Ma anche questo tentativo tutto sommato fallì. Indubbiamente la nazionale degli States ha raggiunto anche un certo livello; da diversi anni calciatori a stelle e a strisce giocano in campionati europei (Bradley ch’era alla corte della Lupa romanista è stato un esempio). Stiamo capendo, insomma (con non poca difficoltà però), che da quelle parti non ci si ciba solo del football con caschi e tute spaziali (il football americano intendo) o di basket o (peggio ancora) di baseball. Dicevo: la nazionale degli States  ha raggiunto anche un certo livello, ma si tratta di un miglioramento relativo. Tanto è vero che qualche sapientone della storia del calcio potrebbe obiettare: già nel 1930 questa nazionale ottenne un terzo posto in coabitazione con la Jugoslavia. Era il primo Mondiale, quello giocato in Uruguay.

Ma torniamo ai tentativi che furono fatti negli USA. Essi furono accompagnati da accorgimenti per rendere più “spettacolare” il gioco e impossibile il pareggio. Prima di tutto l’adozione del manto erboso artificiale e gli stadi al coperto (per evitare terreni falsati dal maltempo che potessero rendere meno spettacolare e poco lineare il gioco); poi l’introduzione dei rigori dopo i tempi regolari e perfino la creazione dei rigori dal centro-campo (i cosiddetti shot out). Belli a vedersi, ma una fitta nel cuore per chi ama questo sport. Insomma, malgrado questi accorgimenti, niente da fare.

Ma perché l’avversione per il pareggio? Perché il protestantesimo, in genere, e il calvinismo, in particolare, affermano che questa vita deve decretare chiaramente una divisione tra i vincenti (gli eletti) e i perdenti (i non-eletti). E’ la famosa teoria della predestinazione secondo cui Dio dall’eternità avrebbe scelto chi salvare e chi dannare, indipendentemente dai meriti dei primi e dai demeriti dei secondi. Una cosa terribile che offre al fedele un Dio parziale che amerebbe alcuni suoi figli e odierebbe altri. Una teoria da ansia e da assillo mentale continui: sono o non sono tra gli eletti, chissà? Il cattolicesimo, invece, ha un altro modo di vedere le cose. E’ convinto che le cose siano più complesse e  che l’esito per molti non sia del tutto chiaro e semplice. E’ la Teologia del Purgatorio.

A differenza del calvinismo, nel cattolicesimo non solo Dio vuole tutti santi e quindi non decide parzialmente le sorti delle creature, ma il destino ultraterreno di ognuno è esito della libertà individuale, di come l’uomo decide di agire. L’uomo può abbandonare Dio, ma di certo Dio non abbandona mai l’uomo.

Prima abbiamo detto: Teologia del Purgatorio. Certamente non si deve aspirare al Purgatorio, altrimenti si rischia davvero di dannarsi; bisogna piuttosto aspirare al Paradiso, così almeno si può sperare di andare in Purgatorio. Un po’ come succede agli scolari: se puntano all’otto, alla sufficienza possono arrivare; ma se puntano al sei, è difficile che vadano oltre il quattro-e-mezzo o il cinque-meno-meno. E’ un fatto che per molti Dio concede una purificazione ultraterrena. Utilizzando una terminologia calcistica, possiamo dire che il Purgatorio è una sorta di tempi supplementari ma con esito vincente assicurato, Dal Purgatorio non si rischia di scendere all’Inferno ma si va sicuramente in Paradiso; piuttosto possono essere tempi supplementari dalla durata incerta, certamente duri, durissimi (le pene del Purgatorio non sono uno scherzo) … ma sicuramente vittoriosi. Tempi supplementari di quelli che ti fanno stramazzare al suolo con crampi a non finire, ma che poi ti vedono gioire con la coppa tra le mani.

I tempi supplementari quando si giocano? Quando la partita finisce in parità o – come accade nelle coppe internazionali per club – quando le due partite sommate danno un risultato pari anche nei gol fatti in trasferta. Ecco che ritorna il pareggio … spauracchio perennemente presente nel gioco del calcio.

Permettetemi una considerazione: a tal proposito uno snaturamento del calcio si è verificato con l’introduzione dei tre punti per la vittoria, che ha trasformato il pareggio da mezza-vittoria a mezza-sconfitta. Le ricordate certe squadrette di provincia degli anni ’80 (l’Ascoli, l’Avellino…) che riuscivano a sopravvivere nella massima serie grazie ai tanti catenacci operati in trasferta? Un tempo, andare a pareggiare fuori casa era una gran bella soddisfazione; oggi – a meno che non si sia andati al Meazza di Milano o allo Juventus Stadium di Torino – il pareggio vale quanto una bottiglia di rosolio. La vittoria è diventata di tre punti perché – si diceva – in tal modo si sarebbe invogliato di più il desiderio di vincere e quindi le squadre avrebbero giocato in maniera più offensiva segnando più gol. Può darsi. Ma chiederei a tanti capoccioni del calcio nostrano e internazionale di dimostrarmi perché una partita con una vittoria o con tanti gol (4-3, 5-4, 3-2…) sia migliore di uno 0-0. Se il calcio fosse solo spettacolo, potrei essere d’accordo, ma il calcio non è solo spettacolo. Certamente lo spettacolo è sempre bene che ci sia, ma non è necessario. La bellezza del calcio è soprattutto l’applicazione dell’intelligenza, cioè della tattica.

A proposito della tattica, non molti anni fa c’è stato un commissario tecnico che a me risultò molto simpatico, il CT dell’Argentina nei mondiali del 1986 e del 1990: Carlos Bilardo (classe 1939). Nel 1986 la sua “mano” si vide poco, d’altronde con un Maradona in quella forma (questi sì fece vedere la sua mano nella famosa partita con l’Inghilterra) l’Argentina andò avanti per forza propria. Ma la sua “mano” si vide molto nel mondiale del 1990. L’Argentina riuscì ad arrivare in finale (purtroppo eliminò in semifinale, ai rigori, l’Italia) deludendo molto nel gioco. Sembrava una squadra che giocasse a scacchi tutta intenta ad annullare le mosse avversarie piuttosto che a costruire gioco. Le spumeggianti azioni di quattro anni prima erano un lontano ricordo, eppure arrivò in finale. All’ultimo le andò male (perse con la Germania 1-0), ma arrivò dove arrivò. Maradona non giocò in maniera irresistibile e tutti riconobbero che il merito era stato di Bilardo e della sua intelligenza calcistica. D’altronde un allenatore che fu a suo tempo calciatore nella massima serie argentina e che seppe dividere la sua giovinezza tra calcio, lavoro faticoso per trasportare le merci al mercato dell’Abasto di Buenos Aries (si doveva alzare prima dell’alba), e studio (riuscì niente di meno a laurearsi in Medicina) non poteva certo deludere.

Un altro mito dell’intelligenza del calcio fu Nereo Rocco. Egli amava dire pressappoco così: Quando si sta vincendo e ormai non manca molto al fischio finale, bisogna far giocare il sindaco. E con questa espressione intendeva che il pallone dovesse andare tra le braccia del primo cittadino, il che vuol dire che doveva essere scaraventato in tribuna. Fu l’inventore del cosiddetto catenaccio (meglio dovremmo dire: l’“importatore”, perché il catenaccio fu inventato in Svizzera negli anni ’30). I risultati di Rocco furono quelli che furono: 2 Scudetti, 3 Coppe Italia, 2 Coppe delle Coppe, 2 Coppe dei Campioni, 1 Coppa Intercontinentale. Fu un vero teorico del cattivo gioco, ma vincente. Un’altra sua frase famosa: Vinca il migliore?.. Speriamo di no!

Qualcuno potrebbe obiettare: calcio di una volta! No, calcio di sempre. Del Bosque, il CT della nazionale spagnola campione del mondo 2010, prima della finale con l’Olanda in conferenza stampa disse facendo capire quale dovesse essere l’atteggiamento giusto da utilizzare: Le finali non si giocano … si vincono!

D’altronde se il calcio non fosse questo, non si capirebbe il perché degli allenatori, e non si spiegherebbe nemmeno il suo fascino.

Ora – chiedo a chi mi sta leggendo – dov’è un altro sport in cui è così probabile il pareggio e per giunta il pareggio anche a reti inviolate? Non ne esistono. Questo è uno degli elementi (non è il solo) che mostra tutta la “cattolicità” del gioco del calcio. Non sempre la vita termina con una vittoria o una sconfitta conclamata. Anzi, i maestri di spiritualità e i santi (cioè i grandi intenditori di queste cose) ci dicono che sono poche le anime che vanno direttamente in Paradiso. Molti, addirittura anche chi in futuro viene canonizzato dalla Chiesa, devono passare attraverso le pene del Purgatorio. Insomma, anche gli squadroni possono passare attraverso la dura legge del pareggio.

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1 Comment on "Il 7 settembre del 1893 nasceva la prima squadra di calcio italiana. Lo sai che il calcio è uno sport “cattolico”?"

  1. Michele Ruggiano | 7 settembre 2020 at 9:55 | Rispondi

    Che bel tema! E che bello “svolgimento”. Complimenti.

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