SOSTA – Una cosa che non si dice più: il male della sofferenza può diventare un bene nell’ordine morale

Da “La divinizzazione della sofferenza” di padre Adolphe Tanquerey

Da un punto di vista naturale, si può dire che la sofferenza sia conseguenza stessa della natura umana: ogni essere dotato di sensibilità è soggetto al dolore così come alla gioia: quando siamo in armonia con la nostra sensibilità, proviamo piacere; quando al contrario tale sensibilità è ferita, soffriamo. Potremmo dunque soffrire senza alcuna colpa. Ma la fede c’insegna che la sofferenza è entrata nel mondo a causa del peccato. Per un atto d’infinita bontà, essenzialmente gratuita, Dio aveva preservato l’uomo dal dolore. (…). Il peccato di Adamo trasmesso ai discendenti è venuto a sovvertire questo bell’ordine. Con il peccato, il dolore e la morte sono entrati nel mondo: non solamente come conseguenza naturale della sensibilità, ma anche come punizione del peccato stesso. Si è trattato di giustizia, poiché, avendo l’uomo peccato per amore disordinato del piacere, per soddisfare il suo orgoglio e la sua sensualità, era giusto che egli soffrisse per espiare la sua colpa e per allontanarsi con più determinatezza da quella trasgressione, riconoscendo che c’è una giustizia immanente e che il colpevole è punito con il suo peccato. Così la sofferenza, che sembra essere un male, diventa un bene nell’ordine morale, poiché ripara e preserva da nuove trasgressioni. Questo concetto diverrà ancora più chiaro considerando il grande mistero della Redenzione. (…). (Con la sofferenza del Verbo incarnato) la sofferenza è riabilitata, nobilitata e divinizzata! Non è più solo un castigo. (…). Associando le nostre sofferenze alle Sue, nostro Signore dona loro un valore incommensurabile. esse non sono più un castigo, ma una riparazione (…). Rendiamo dunque utile la sofferenza con il progredire della santità: ogni pena pazientemente sopportata per amore di Gesù ci fa amare di più Dio e ci avvicina di più a Lui.


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