Romanzo “Il Castello splendente” (Capitolo 1)

Nulla è così forte come la dolcezza…nulla è così dolce come la forza

(San Francesco di Sales)


Chi conosceva quella Valle? Una valle strana. Una valle silenziosa, raccolta, che sembrava perpetuasse la sua esistenza in maniera calma e serena. Senza affanni di sorta. Chi conosceva quella Valle? Erano in tanti o in pochi?

Si diceva che essa fosse nascosta tra due linee montuose da sembrare maestose catene a proteggerla, quasi ad impedire che qualcuno la potesse violare. Tutto intorno vi erano delle cime frastagliate, montagne alte, innevate quanto basta per capire che in quel luogo il freddo invernale era davvero freddo invernale. Montagne avvolte spesso da una nebbia fitta che però incuteva tutt’altro che timore, anzi attraeva talmente da suscitare meraviglia e desiderio di poterle visitare. 

Ma c’era anche dell’altro: un vento sereno, dolce, quasi divino, aleggiava su quella Valle offrendo una rinfrescante carezza. Si trattava di una sorta di soffio tiepido che muoveva delicatamente l’erba dei campi, come può fare una carezza tanto desiderata, facendo frusciare le fronde degli alberi che per questo sembravano emettere un delicato sussurro. Come quelle delicate colonne sonore che non infastidiscono l’udito né la mente, anzi accompagnano e cullano dolcemente. Insomma era tutto meraviglioso.

Se fosse volata di lì una farfalla splendidamente colorata, con le ali screziate di azzurro e di oro, non avrebbe destato meraviglia. Sarebbe addirittura passata inosservata, perché un’altra meraviglia era lì presente. Una meraviglia capace d’interrogare l’animo, come se parlasse direttamente al cuore senza dover usare parole.

In quella valle sorgeva un castello bellissimo e splendente. Era proprio al centro della Valle. Per questo sembrava come una specie di fulcro che dava senso a tutto ciò che gli era intorno. Ovviamente non era possibile, ma sembrava proprio che il buon Dio avesse creato quella Valle per il Castello che poi sarebbe lì sorto e non fosse accaduto il contrario.

Si trattava di un castello unico. Unico non solo per la sua forma. Aveva torri slanciate e mura lisce quasi fossero di prezioso granito; e inoltre superfici chiare, senza crepe, che riflettevano il cielo. Ma c’era un fenomeno che tutti potevano ammirare e che nessuno era riuscito a spiegare. Una luce chiara, pulsante, saliva dal basso, quasi fuoriuscisse dalle fondamenta attraversando ogni pietra. Si aveva l’impressione come se quella costruzione avesse un cuore luminoso, una sorta di battito lento, chiaramente regolare, visibile. Una specie di respiro delicato e profondo.

La rugiada che perlava le foglie degli alberi esprimeva splendore grazie a quella misteriosa luce; e così minuscole gocce scintillavano come piccoli cristalli. L’immaginazione può difficilmente capire, perché si trattava di uno spettacolo al di là di qualsiasi umana immaginazione. 

Si trattava di una luce che ordinava. Infatti in quel luogo tutto era magnificamente al suo posto. Tutto era in ordine. Tutto. Nulla contraddiceva un simile spettacolo. I colori della natura si combinavano così bene che nemmeno il più bravo pittore avrebbe potuto generare quell’armonia cromatica con la sua fervida fantasia. 

Avete presente quando si ammira un giardino perfettamente curato? Sentieri puliti, profumi leggeri nell’aria, nessun ramo fuori posto, le siepi ben tagliate, i chiaroscuri del verde dominante, i fiori che con i loro colori scintillanti rompono la monotonia del verde: tutto a servire l’armonia. Allo stesso modo si presentava lo spettacolo del Castello: tante pietre diverse, torri slanciate con altezze diverse, ma tutto in perfetta armonia, come se ogni parte fosse stata pensata, progettata e voluta perché potesse esistere solo insieme alle altre; e tutto perfettamente splendente.

Lo splendore di quel Castello sembrava esprimersi con un intento ben preciso, ovvero far sì che la natura circostante potesse emergere così come era giusto che fosse, così come legge eterna imponeva. Si poteva arrivare stanchi, avviliti, persino feriti, bastava rivolgere un solo sguardo verso quello splendore per rasserenarsi o per sedare ogni dolore. Si trattava di una luce che aveva la capacità di posarsi su ferite, anche quelle più invisibili, per accarezzarle e, con quelle soavi carezze, richiuderle e sanarle lentamente.

Finanche i mercanti, malgrado gli affari imponessero una certa fretta, quando passavano di lì, si fermavano e c’era chi rimaneva anche ore per riempirsi di meraviglia e rasserenarsi. Si mettevano seduti sui carri, allentavano le redini e, quasi dimentichi del tempo che pur trascorre inesorabilmente, riempivano il loro sguardo di quello stupendo spettacolo. I bambini, poi, ridevano e quasi dialogavano scherzosamente con quel bagliore. Si trattava di uno spettacolo nello spettacolo, perché essi tendevano le mani pensando ingenuamente di poter afferrare quel bagliore e ne rincorrevano anche i riflessi sul terreno. Gli occhietti si spalancavano venendo conquistati da una meraviglia il cui ricordo mai li avrebbe lasciati anche in età adulta, anzi lo avrebbero perfettamente ricordato per lunghi anni, anche quando fossero diventati anziani, come quelle bellissime sensazioni conservate nella memoria e pronte rapidamente a riaccendersi. E che dire delle bestie? Nemmeno i cavalli delle carrozze che passavano di lì rimanevano insensibili a quello spettacolo, frenavano, scalpitavano piano, alzando il capo verso il Castello e poi finivano con il bloccarsi; e chi li guidava -poveraccio – faceva fatica a dover far loro riprendere il cammino.

Nessuno conosceva l’origine di quella meraviglia. Certo, negli anni erano tante le leggende che si raccontavano a riguardo. Chi diceva fossero stati degli spiriti angelici a costruire quel Castello, figure luminose, scese dal cielo in tempi lontani; chi diceva perfino di essere stato testimone della presenza di questi spiriti, ombre chiare intraviste tra la luce e le torri, ma tanti, potremmo dire i più saggi, si limitavano a far silenzio, un silenzio che sembrava dire: …perché cercare una spiegazione, bisogna solo riempirsi di meraviglia e basta. E così, pur passando gli anni, pur avvicendandosi le generazioni, quel Castello rimaneva lì, come una splendida lanterna nella notte dei secoli, ferma mentre tutto intorno mutava. Una lanterna capace d’illuminare la storia di tanti fatti, di tanti avvenimenti, di tante sconfitte e di tante vittorie. Una lanterna testimone silenziosa del passaggio degli uomini. D’altronde ciò che conforta nel divenire del tempo è che qualcosa rimanga sempre nella sua splendida giovinezza, come ammonimento che evita ogni resa alla dissoluzione, come ammonimento che non c’è inevitabile distruzione, ma solo e sempre serena e gioiosa conservazione.

Eppure ci fu comunque la fine. Il Castello rimase lì, ben presente, per nulla modificato, ma lo splendore si spense. Tutto terminò. Ed un vuoto terribile, anzi un’assenza ingombrante ed opprimente conquistò la Storia. Un’assenza più pesante di qualsiasi rovina. La Valle perse la sua armonia. Le montagne che la circondavano non sembravano più una corona per abbellirla, bensì una sorta di reticolato di prigione; così la neve, da manto delicato, iniziò a suscitare spavento quasi a voler far dimenticare qualsiasi possibile, prossima, primavera. E il dolce sussurro del vento, veniva ormai avvertito come pericolosa e distruttiva tempesta. D’altronde -chi può negarlo?- spesso ciò che cambia la realtà non è la realtà stessa, ma il modo con cui la si guarda. Le cose non mutano, a mutare è lo stato d’animo. E in quel frangente l’assenza si faceva sentire svuotando tutto inesorabilmente. Le cose venivano chiamate sempre allo stesso modo, ma non si presentavano più allo stesso modo. Nulla si presentava più allo stesso modo. Il gallo quando cantava la mattina emetteva il solito “chicchirichì”, ma la giornata che stava per sorgere aveva ormai smarrito quell’opportuna novità che l’avrebbe resa desiderabile. Tutto era divenuto pesante. Tutto piatto. La mattina poteva essere confusa con la sera, il giorno con la notte e viceversa. Non c’era più differenza, non c’era più distinzione. Perché quando c’è l’assenza, manca tutto…anzi: manca il Tutto.


Dio è Verità, Bontà e Bellezza

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