L’obbligo di amare la Croce

di Pierfrancesco Nardini

Nella pagina finale del suo libro “La mia natura è il fuoco”, Louis De Wohl scrive che il frate inglese William Flete pronunciò queste parole nell’elogio funebre di Santa Caterina da Siena: “Simone di Cirene portò la croce di Cristo nostro Signore per un breve tratto; Caterina da Siena ha provato a portarla per tutta la vita”.
Realmente pronunciate o meno, queste parole non solo rendono chiara la santità di Caterina, ma sottolineano anche la grande mancanza che grida nella vita di moltissime persone: la Croce.
Questa manca perché non ne son compresi il senso e l’importanza.
Così la si evita in ogni modo, come la peggiore delle cose.
C’è anche un altro motivo, legato ad un’altra mancanza: il sacrificio.
Son sempre meno le persone disposte ad accettare anche il più piccolo sacrificio senza lamentarsi, senza provare a sopportarlo per qualcosa di più importante.
È ovvio che, non comprendendo la Croce di Cristo, si fa fatica ad accettare il sacrificio e la sofferenza nella propria vita.
È un discorso che si può fare anche all’inverso: è normale conseguenza che non volendo far sacrifici non si accetti la propria croce.
“Ma questo alla fin fine non è poi così grave”, viene spesso eccepito.
C’è un metodo per valutare la gravità di qualsiasi cosa della fede: l’aderenza o meno alla Parola di Cristo. Si può rispondere semplicemente ricordando le parole di Gesù: “Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mc 8, 34).
Non c’è “cattiveria” in Dio nel chiederci di portare la croce, come alcuni vorrebbero. Se proprio Gesù ha scelto quella strada, in modo totale, fino al Sacrificio redentivo, è allora una richiesta di star con Lui, di condividere la Sua via.
Perché tutti i santi hanno scelto, ognuno a modo suo, la croce? Perché in questo modo si mettevano alla sequela di Cristo e si avvicinavano più possibile a Lui.
La Croce di Cristo ci fa capire che la fede non diventa alternativa alla sofferenza. Non è un modo per esserne esentati, che è cosa impossibile, perché è parte della vita. Ne fa, invece, comprendere il senso, evitando la disperazione.
Quel che ci dice Nostro Signore con la frase citata non è, dunque, un invito ad andarci a cercare problemi (croci), ma semplicemente ad accettare con calma e fede quelli che la vita inevitabilmente ci metterà di fronte.
Ricordando quel che Lui ha patito per noi, potremo di certo trovare la forza per affrontare le nostre difficoltà, offrendole a Dio come amore per Lui, come tentativo di stare con Lui.
E, magari, approfondendo la “sofferenza vicaria”, si troverà ancora più senso nell’affidarci e nel confidare, come Santa Caterina da Siena ha esemplarmente insegnato.

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