SOSTA: Perché per essere davvero sapienti bisogna “disprezzarsi” agli occhi di Dio?

1.Chi cerca di sforzarsi per potersi conformare quanto più possibile alla volontà del Signore, si scopre sempre e continuamente pieno di fragilità. Si pone dei propositi…ed ecco, quasi in tempo reale, venir meno a questi.

2.La Scrittura dice che anche il giusto pecca sette volte al giorno (Proverbi 24). Ovviamente non si tratta di peccati gravi né di peccati veniali volontari, che ogni giusto deve totalmente eliminare dalla propria vita, quanto di quelle imperfezioni, molto spesso semi-deliberate, che comunque, per quanto doverosamente circoscrivibili, non possono mai venire totalmente meno. Dio, infatti, permette che queste continuino a caratterizzare l’anima del proficiente (cioè di colui che sta cercando di salire misticamente verso Dio), perché vuole conservarla nell’umiltà e affinché riesca anche a compatire i difetti e le fragilità altrui.

3.E allora qual é la vera sapienza? Riconoscersi per quello che si è; cioè disprezzarsi agli occhi di Dio.

4.Leggiamo da L’imitazione di Cristo al Capitolo Ottavo:

Parole del discepolo al Signore: “Ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere” (Genesi 18,27). Se io mi sarò stimato e mi sarò ridotto ad un nulla, deponendo ogni stima di me stesso e riducendomi in polvere, come in realtà sono, la tua Grazia mi sarà propizia e la tua luce sarà vicina al mio cuore. Così, ogni amor proprio che, per quanto piccolo sia, mi resti, sarà sommerso nell’abisso della mia nullità e svanirà per sempre. In quell’abisso, Tu riveli me a me stesso: che cosa sono, che cosa fui e fin dove sono caduto, poiché io sono niente e non lo capivo. Se vengo abbandonato a me stesso, eccomi, sono un niente, nient’altro che debolezza. Ma se tu mi dai d’un tratto uno sguardo, divento tosto forte e colmo di nuova gioia. Ed è cosa veramente meravigliosa che così, all’improvviso, sia sollevato ed amorosamente accolto fra le tue braccia io, che dal mio stesso peso sono sempre tratto verso il basso. Questa è l’opera del tuo amore, che senza mio merito mi previene e mi soccorre in così numerose difficoltà; che mi premunisce anche da gravi pericoli e mi strappa, in verità, da innumerevoli mali. Certo, amando disordinatamente me stesso, io mi sono perduto; cercando, invece, Te solo, ed amando Te con retto amore, ho trovato ad un tempo me e Te: da questo amore sono stato tratto a rientrare ancora più profondamente nel mio nulla. Tu, o Dolcissimo, mi concedi grazie oltre ogni mio merito e più di quanto io osi sperare o domandare. Sii benedetto, o mio Dio, perché, sebbene io sia indegno d’ogni tuo favore, pure la tua generosità e la tua infinita bontà non cessano mai di beneficiare anche gl’ingrati e quelli che si sono allontanati da Te. fa che ritorniamo a Te, affinché siamo riconoscenti, umili e devoti; Tu solo, infatti, sei la nostra salvezza, la nostra virtù, la nostra fortezza.


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