LA SAGGEZZA POPOLARE – Quando sei andato così lontano da non poter fare un passo in più, sei solo a metà della distanza che sei in grado di percorrere (proverbio eschimese)

Rubrica a cura di Corrado Gnerre


Il popolo è ben altra cosa rispetto alla massa. La massa è qualcosa d’informe, che, pertanto, si lascia facilmente plasmare. Il popolo no. Esso ha una sua identità, una sua storia, delle radici. Ha un vissuto che gli permette di giudicare con buon senso il reale. E questo lo conforta di un’eredità: la saggezza. Certo, i popoli non sono uguali; perché le culture non sono uguali. C’è chi ha conquistato il Vero. Chi lo ha atteso. Chi lo ha rifiutato. Chi se ne è allontanato. Ma al di là di questo, ciò che è di natura percepisce il senso delle cose e il mistero del vivere. E, proprio perché Dio ha fatto sì che la natura fosse predisposta all’accoglienza della Grazia, non c’è buon senso popolare che non manifesta questo desiderio; al di là di ciò che la Storia dei singoli popoli partorisce. Ecco perché si può capire l’unicità e la bellezza della Verità Cattolica anche attraverso il buon senso di tutti i popoli. 


Facciamo un esempio assurdo. Immaginiamo di essere dinanzi ad un cane che sappia colloquiare. Gli chiediamo: “Quali sono i tuoi progetti per domani?” Ovviamente non ci sarebbe risposta. Il perché è facile da capire, perché l’animale vive solo nell’hic et nunc, cioè nel qui ed ora.

L’animale non progetta, l’animale non attende, l’animale non ha la consapevolezza del trascorrere del tempo. Tant’è che giustamente si dice che l’animale vive, ma non sa di vivere.

L’uomo, invece, no. L’uomo non solo vive, ma sa di vivere.

L’uomo, cioè, è collocato non solo nella dimensione dell’essere, ma anche in quella dell’esistenza. Da qui il fatto che egli quando vive un momento, già pensa al momento successivo. E’ tutto orientato verso il dopo.

Sant’Agostino lo spiega molto bene con la sua teoria del tempo, secondo cui l’anima vive in una sorta di eterno presente, perché essa (l’anima) è riflesso della natura di Dio.

Tutto questo si traduce in un desiderio; un desiderio che diviene necessità, istinto, dunque elemento costitutivo della propria natura umana. E’ il desiderio di andare sempre oltre.

Questo proverbio eschimese lo esprime bene: quand’è che il cammino è veramente tale? Quando vi è sempre la consapevolezza di poter fare un passo oltre ciò che già si è fatto. Allora sì che ci si può convincere di poter proseguire.

Altrimenti, il camminare è sempre una fatica inutile. Perché non c’è mèta umana (cioè nel tempo) che possa rendere ragione al cammino. A quale cammino? Quella della vita.

Insomma, se non c’è la consapevolezza di andare verso l’Eterno, tutto non ha senso.

Nemmeno proseguire sui sentieri (per gli Eschimesi sul ghiaccio) dell’esistere.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri 


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