Apologetica con le fiabe: “Il Re poeta”

Tanto tempo fa viveva un Re molto strano, strano perché aveva un unico grande amore: la poesia. Tanto l’amava che, giunta la sera, non riusciva ad addormentarsi se qualche menestrello non gli declamasse dei versi. Provava anch’egli a comporre, ma ogniqualvolta decideva di mettersi dinanzi allo scrittoio, non riusciva a scrivere una sola parola. Era dunque un Re particolare: pensava solo alla poesia e per nulla ai suoi doveri, ai suoi sudditi, alla guerra che pur si doveva fare per arginare l’avanzata degli aggressori. Ma ancor più strano divenne quando nel regno ci si accorse con meraviglia che ormai tutti i versi erano stati declamati, che era esaurita l’ispirazione dei poeti di corte. A questa “catastrofica” notizia, il Re andò su tutte le furie, non pensò più ai suoi doveri e da allora non riuscì perfino ad addormentarsi. I suoi ministri erano disperati. Furono inviati messi nelle campagne per cercare di trovare qualcuno che fosse ancora capace di comporre versi, ma per giorni la disperata ricerca non dette risultati. Fin quando un messo, trotterellando col suo cavallo verso i confini del regno, udì un giovane pastore comandare in rime le sue pecore. “Buon giovane, chi mai ti ispira a formular simili rime?” Chiese il messo al pastorello. Questi rispose sorridendo: “Non so chi me li ispira. So solo che non trovo nessuna difficoltà a creare queste rime, così come non trovo difficoltà a pascolare le mie pecore.” Il fedele messo capì subito che colui che gli stava dinanzi aveva davvero la stoffa del poeta e dopo avergli raccontato del Re, del suo amore per la poesia e della sua attuale disperazione, propose di seguirlo al palazzo reale. Il giovane pastore acconsentì.

Quando furono giunti al Palazzo, notarono gran confusione. I servi, i soldati e i ministri erano agitatissimi: il Re ormai era sull’orlo della fine. Il messo e il giovane pastore lo videro sprofondato sul suo trono di oro e di velluti, con il viso straziato dalla stanchezza. Gli occhi erano cerchiati e lividi per le lunghe notti spese insonni, e il colore della sua pelle era svanito. Il Re, vedendoli arrivare, non ebbe nemmeno la forza di fiatare. “Sire, -gli disse un ministro- forse non c’è più ragione di essere tristi. Il nostro buon messo ha trovato chi può confortarvi.” Il Re allora sollevò il capo e quando il giovane pastore iniziò a declamare i suoi versi, cominciò a trasformarsi completamente: il suo viso come d’incanto si distese, il livido degli occhi sparì e la pelle riprese colore. “Che versi stupendi.” Ebbe la forza di esclamare. E il giovane pastore, per nulla emozionato dalle lodi del Re a cui si univano anche quelle dei ministri, continuò a declamare. Poi si fece addirittura portare un’arpa e con questa proseguì la sua arte.

I giorni trascorrevano e ormai il Re aveva recuperato la salute di un tempo; trascorreva tranquillo le sue notti dopo aver ascoltato le dolci rime del giovane pastore. Tutto, insomma, andava bene e il sorriso era sempre presente sul viso del sovrano. Venne però il giorno in cui il giovane pastore comunicò di voler ritornare al suo gregge. Tutti i ministri tentarono invano di convincerlo a rimanere. “Buon pastore –gli dissero preoccupati- se andate via, il Re si ammalerà nuovamente e questa volta morirà di sicuro.” Ma non ci fu nulla da fare: il giovane pastore fu irremovibile. Fu lo stesso Re a tentare di convincerlo: gli offrì oro e denari quanti bastassero per riempire un intero palazzo, ma non vi fu nulla da fare. Allora gli offrì metà del suo regno, ma non vi fu nulla da fare. “Maestà –disse il giovane sorridendo e per nulla tentato dalle incredibili offerte- io non posso accettare ciò che voi mi offrite, perché, se lo facessi, dovrei rinunciare a fare il pastore; e se rinunciassi a fare il pastore, non potrei più comporre versi, non ne avrei la forza né l’ispirazione.” “A questo punto –rispose affranto il Re- io abdicherò e verrò con te a fare il pastore… perché non voglio essere disperato ed insonne.” Ma il giovane ebbe il coraggio di opporsi: “Che tutto questo non accada! –disse perentorio- Io non permetterò mai che qualcuno possa disturbare la mia pace e la mia solitudine!” E così il Re, ricevuto il rifiuto e visto andar via il suo poeta, sprofondò nuovamente sul suo trono di ori e di velluti, con il viso che iniziò nuovamente a straziarsi per la stanchezza, con gli occhi che iniziavano nuovamente a cerchiarsi e farsi lividi per le lunghe notti spese insonni, e con il viso che iniziò nuovamente ad impallidire.

I giorni trascorrevano e il sovrano non riusciva più a dormire e si aggravava sempre più. I ministri erano nella completa disperazione; fin quando il messo, che aveva scoperto il giovane pastore, decise che non restava altro da fare che condurre sua maestà da costui…e se il giovane pastore si fosse rifiutato, costringerlo con la forza. Il pastore fu ritrovato il giorno seguente. Egli non reagì vedendo il re disteso sulla lettiga, quasi privo dei sensi. Anzi, gli si avvicinò e pian piano iniziò a declamare le sue rime stupende. Allora il Re si risvegliò e guarì all’istante. “Sire –gli disse il giovane pastore- io verrò nuovamente a Palazzo e lì vi insegnerò a comporre versi, a patto però che dopo mi lasciate andare.” Il Re accettò contento.

Non ci volle molto perché il Re imparasse realmente a comporre versi e, quando ciò avvenne, il giovane pastore salutò tutti e ritornò contento dalle sue pecore. Ma, meraviglia delle meraviglie, il Re, suo malgrado, dovette accorgersi che, allontanatosi il maestro, la sua penna nuovamente non riusciva a scrivere una sola parola. “Provate bene, sire –gli dicevano i ministri- Avete composto dei versi bellissimi, perché mai non li dovreste saper comporre più?” Il Re tentò, ritentò, ma non vi fu nulla da fare. Allora una strana idea gli frullò nella mente: decise di andare a vivere in campagna dove si fece il suo gregge da pascolare. “In questo modo –pensò- anch’io, come quel giovane pastore, avrò un’inesauribile ispirazione poetica.” Delusione. La inesauribile vena poetica non venne fuori. Intanto il Regno era in subbuglio: i nemici pressavano ai confini e i sudditi si vergognavano di avere un Re che pensava solo alla poesia e che li trascurasse.

Ma –non si sa come né perché- il giovane pastore venne a conoscenza della nuova residenza del Re, tant’è che accorse immediatamente da lui e lo trovò già stremato, affranto e disperato. “Mio giovane pastore –gli disse il Re con le lacrime agli occhi- da quando te ne sei andato non sono riuscito a comporre un solo verso… e la stanchezza già mi strazia.” “E ai vostri sudditi ci pensate, sire? –gli rispose il giovane- Non sono forse anche loro straziati e disperati per non avere un vero Re che li protegga e li difenda?” Il Re zittì a queste parole e smise di piangere. “Caro sovrano –proseguì il pastorello- non è importante quello che si fa, l’importante è fare bene ciò che si è chiamati a fare. La vera poesia è capire, amare la propria condizione, il ruolo che Dio ha dato ad ognuno di noi. Voi, maestà, non riuscite a comporre nulla, malgrado ne abbiate le capacità, perché non vi siete mai comportato da Re. Perciò, io che sono pastore, voglio continuare ad esserlo, perché solo così potrò fare poesia.”

E così il Re capì che per fare il poeta doveva innanzitutto fare il Re e da allora seppe comporre meravigliosi versi. Del giovane pastore non fu trovata più traccia. Di certo, il popolo, contento di aver ritrovato un vero Re, lo ricordò con amore, declamò i suoi indimenticabili versi e lodò per sempre il suo nome.


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