COMMENTO CATECHISMNO DI SAN PIO X: n.246

A cura di Pierfrancesco Nardini


Domanda: Come dobbiamo fare atti di fede, di speranza e di carità?

Risposta: Dobbiamo fare atti di fede, di speranza e di carità col cuore, con la bocca e con l’opera, dandone prova nella nostra condotta.


Dopo aver spiegato quando e perché dobbiamo esercitare la fede, la speranza e la carità, San Pio X affronta un’altra questione fondamentale: come dobbiamo farlo. La risposta, seppur molto semplice, contiene un insegnamento che riguarda l’intera vita cristiana.

Gli atti di fede, speranza e carità devono essere compiuti con il cuore, con la bocca e con le opere. Tre dimensioni che non possono essere separate senza compromettere l’autenticità e l’efficacia della nostra vita religiosa.

Il cuore rappresenta la disposizione interiore dell’anima. La bocca esprime ciò che professiamo. Le opere dimostrano la coerenza nel nostro comportamento. Il cristiano deve infatti essere coerente tra ciò che crede, ciò che afferma e ciò che fa. Non si tratta di una richiesta secondaria. È anzi una delle condizioni fondamentali per vivere realmente secondo la fede cattolica.

Nella tradizione cristiana il cuore non indica semplicemente la sede dei sentimenti. È il centro della vita interiore. È dove l’uomo conosce, ama, desidera e orienta la propria volontà. È dove nasce la metánoia (da meta (oltre/cambiamento) e nous/noos (mente), letteralmente “cambiamento di mente”), ossia la conversione.

Fare un atto di fede con il cuore significa aderire sinceramente alle verità rivelate da Dio. Non basta ripetere una formula se interiormente non riconosciamo l’autorità di Dio.

Così, sperare in Dio è affidarsi realmente alle sue promesse, in qualsiasi circostanza. E amarLo non significa semplicemente provare un sentimento religioso, ma volerlo davvero amare sopra ogni cosa

Viviamo in una società che tende sempre più a identificare l’autenticità con ciò che si prova. Un sentimento intenso viene spesso considerato la prova della sincerità di una convinzione. Al contrario, quando l’emozione diminuisce, si tende a pensare che sia venuta meno anche la realtà alla quale essa era legata. Possiamo invece, amare Dio anche nei momenti di aridità, quando la preghiera sembra difficile e non proviamo particolari consolazioni.

Le virtù teologali non dipendono, insomma, dall’intensità delle nostre emozioni, ma dalla grazia di Dio e dalla nostra libera corrispondenza ad essa.
San Pio X aggiunge che dobbiamo compiere questi atti anche con la bocca.
La fede non deve rimanere necessariamente nascosta. Il cristiano è chiamato anche a professarla. Senza timore: la testimonianza della fede richiede talvolta coraggio. Non ci viene richiesto, ovviamente, di parlare continuamente di religione o trasformare ogni conversazione in una discussione sulla dottrina cattolica, ma di non vergognarsi della propria fede e non rinnegarla. Ci si deve ricordare di questo in particolare oggi, nella società contemporanea, dove si tende spesso a considerare la religione una questione esclusivamente privata. Si può credere ciò che si vuole, purché tale convinzione non pretenda di avere conseguenze nella vita pubblica. In questo modo, però, si è progressivamente confinata la fede nella sola coscienza individuale.

La terza indicazione di San Pio X, quella sulle opere, da’ pieno significato alle prime due. Non basta credere e non basta dichiarare di credere. Bisogna vivere secondo ciò che si crede. Nostro Signore lo afferma chiaramente: “…non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Matteo 7, 21). È un’affermazione che dovrebbe accompagnare costantemente la nostra vita spirituale.

Possiamo conoscere il Catechismo, partecipare alle funzioni religiose, recitare preghiere e difendere pubblicamente la dottrina cattolica (tutte cose buone e necessarie), ma se la nostra condotta contraddice sistematicamente ciò che professiamo, esiste un problema serio. È come un padre che insegna ai figli l’importanza della verità e poi mente abitualmente, in tal modo offre una testimonianza contraddittoria.

Sia chiaro, non si ottiene la salvezza con le sole opere umane, indipendentemente dalla grazia divina. Ma è altrettanto chiaro che la grazia, quando è corrisposta dalla volontà produce frutti nella vita dell’uomo.

C’è un’attenzione da porre, su cui ha messo l’accento lo stesso Cristo: “…così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Matteo 5, 16). Le opere buone devono, sì, poter essere riconosciute, ma non certo per ottenere ammirazione personale, per farsi belli davanti agli altri, come i farisei.
Il loro fine deve essere la gloria di Dio.

San Pio X, quindi, con una risposta semplicissima ci offre un criterio molto concreto per esaminare la nostra vita cristiana. Esiste una reale continuità tra ciò che crediamo, ciò che diciamo e ciò che facciamo? La fede che professiamo trova riscontro nelle nostre decisioni?

In questo numero il Santo di Riese ci ricorda, in definitiva, che il cristianesimo non è soltanto una dottrina da conoscere, una fede da professare o un insieme di pratiche religiose da osservare. È una vita che deve essere ordinata a Dio. Il cuore deve aderire alla Verità. La bocca deve professarla. Le opere devono testimoniarla.


Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri


Vuoi aiutarci a far conoscere quanto è bella la Verità Cattolica?

Be the first to comment on "COMMENTO CATECHISMNO DI SAN PIO X: n.246"

Leave a comment

Your email address will not be published.


*