Perché il Cristianesimo è la religione delle immagini per eccellenza?

C’è un fatto che è difficile smentire: le arti figurative hanno trovato nella cultura cristiana la possibilità di raggiungere i livelli più alti; da un certo punto della storia l’Occidente ha quasi monopolizzato la produzione più rappresentativa di queste arti.

C’è però chi pone un’obiezione: se è vero che la religione cristiana, per la sua concretezza e per la sua vocazione simbolica, ha stimolato quantitativamente e qualitativamente la produzione delle arti figurative; è pur vero che, subito dopo la nascita del Cristianesimo, l’arte che si ispirò a questa religiosità si caratterizzò per una forte astrazione, quasi per una sorta di “sconcretizzazione” rispetto all’arte pagana. E’ questa un’obiezione che si fonda su un contenuto vero, ma non tiene conto di ciò che religiosamente si pativa in quel periodo. La “sconcretizzazione” della prima arte cristiana non era dovuta ad un voluto rifiuto del concreto, quanto alla condizione di clandestinità del Cristianesimo, che aveva bisogno di presentarsi alternativamente alla tensione idolatrica del paganesimo e così anche l’arte prodotta ricercava visibilmente un’alternativa. Ciò durerà poco. Quando la polemica antipagana non avrà più ragion d’essere, l’arte cristiana potrà divenire se stessa: amore del concreto e trionfo dell’immagine.

Ma perché il Cristianesimo è la religione delle immagini per eccellenza? I motivi sono tre:

  • Primo: il Dio personale.
  • Secondo: la specificità dell’antropologia cristiana.
  • Terzo: il mistero dell’Incarnazione.

Primo motivo: il Dio personale

La concezione di un Dio personale è importante per la valorizzazione dell’individualità; invece, il concepire Dio in maniera impersonale (monisticamente) come qualcosa cioè di non definito e di non definibile, svaluta il senso della distinzione. La personalità di Dio, quindi il suo essere altro dalla creazione, è legittimazione metafisica della distinzione. Ammettendo il Dio personale, si ammette la possibilità della diversificazione: il reale non è uno, ma molteplice; non una sola, ma tante sostanze costituiscono il reale.

Nella distinzione può avere senso la descrizione; se tutto è indistinto, il descrivere è una fatica inutile; se invece il reale è all’insegna delle differenze, allora la descrizione si legittima: più è sottolineata la personalità di Dio, più forte diviene il senso dell’immagine, essendo questa un elemento distintivo del reale.

Più è sottolineata la personalità di Dio, più forte diviene la passione per il contrasto cromatico. L’artista, che è sensibile alla molteplicità della realtà, spesso traduce questa sensibilità con l’esplosione del colore, nella convinzione che è proprio il contrasto cromatico a poter maggiormente evidenziare la distinzione del reale stesso.

Il Medioevo è stata forse l’unica epoca che non ha avuto tentazioni cromoclastiche, cioè non ha ostacolato l’esplosione del colore e questo soprattutto per il suo prendere molto sul serio il Cristianesimo. Ha scritto lo storico Le Goff:  “(…) con una sorta di esasperazione, (…), l’uomo medievale (…) è chiamato a vedere e a pensare a colori l’universo e la società.” (J. Le Goff, L’uomo medievale, in J.Le Goff (a cura di), L’uomo medievale, Laterza, Roma-Bari 1988, 5° ed., p.35).

La famosa frase di Rodolfo il Glabro, secondo cui intorno all’anno Mille l’intera Europa era ricoperta di un bianco mantello di chiese, viene malamente interpretata; l’ “albus” del cronista medioevale non vuol significare “bianco”, ma “splendente”, “brillante di colori”. Infatti, oggi sappiamo con certezza che le cattedrali medievali non erano grigie, così come appaiono oggi, ma colorate tanto all’interno quanto all’esterno. E non solo le cattedrali, tutte le arti figurative di questi secoli sono all’insegna dell’esplosione del colore. Dipinti, miniature, affreschi, vetrate, uniformi, abbigliamento di tutti i giorni, gonfaloni, stemmi, bandiere… Quanta diversità rispetto al monotono bianco -o per lo meno ad un uso misurato del colore- dominante nelle immagini della classicità!

A differenza della monotonia cromatica che spesso è segno di tristezza e di disaffezione alla vita, il colore vivace è invece segno di vita, è trionfo dell’entusiasmo. E non è azzardato affermare che un simile trionfo del colore nel Medioevo sia segno della convinzione di un altro e ben più importante trionfo sul piano esistenziale: la vittoria sul peccato e sulla morte –problemi fondamentali dell’uomo- da parte del Verbo incarnato.

Tanto questa esplosione di colore era legata alla cultura cristiana e fatta propria dalla cultura ecclesiastica, che la Riforma protestante non tardò a combattere il colore che trionfava in quell’epoca ed in quella cultura. La Riforma imbiancò le cattedrali, cancellò i loro affreschi e i loro dipinti; cercò, insomma, di imporre la “serietà” dei colori scuri, convinta che i colori accesi dell’arte medievale costituissero un segno distintivo della dissolutezza del Cattolicesimo.

Secondo motivo: la specificità dell’antropologia cristiana

Il Cristianesimo è convinto dell’importanza dei segni, l’uomo non può accostarsi alle realtà invisibili senza che queste siano significate visibilmente. Vi è un motivo antropologico: l’uomo non è solo spirito ma anche corpo, egli deve arrivare con tutto se stesso al divino. Ed è per questo che Gesù stesso ha voluto segni per i suoi sacramenti.  La dignità anche corporale dell’uomo ha determinato, rispetto alle culture precristiane, un cambiamento radicale di prospettiva nell’ambito del lavoro, si pensi all’ora et labora di San Benedetto: il lavoro manuale ha dignità quanto quello intellettuale.

Ma torniamo alle arti figurative. Nella prospettiva cristiana tutto ciò che l’uomo crea assume dignità artistica per due motivi. Primo: perché la manualità dell’uomo rappresenta un’attività dignitosa (a differenza della mentalità pagana in cui la manualità era un’attività da schiavi). Secondo: perché un’opera per essere artistica deve anche avere una funzione armonizzante con il vero, deve cioè tendere al vero. Famosa è una favola medievale che racconta di due penitenti che si accostano ad una immagine della Madonna per invocare una grazia. Uno è un bravo suonatore di viola, l’altro un povero calzolaio. Il primo si mette di impegno e suona la più bella melodia che conosce… e la sua preghiera viene esaudita. Il povero calzolaio, invece, dinanzi a quella musica stupenda non osa proporre nulla alla Vergine e crede che il suo pellegrinaggio sia stato vano; poi gli balena un’idea: potrebbe creare per la Madre di Dio delle graziose scarpette, così che possa apparire ancora più bella tra le schiere degli angeli. Si mette di buona lena e fabbrica delle stupende scarpette dorate; ma non ha il coraggio di offrirle alla Madonna: dopo che Ella aveva ricevuto in dono una melodia così bella, non osa presentare alla Vergine così poca cosa come un paio di scarpette, anche se finemente decorate. Si fa comunque coraggio … ed anche a lui la Madonna concede immediatamente la grazia. La Vergine apprezza quelle scarpette, quanto la bella melodia. Ciò che rende gradito un dono non è il contenuto in sé, né tanto meno la forma, ma il dare il meglio di se stessi -quindi il proprio cuore- nel momento in cui si produce il dono. La cultura cristiana, ponendo la manualità dell’uomo in una dimensione altrettanto nobile quanto l’attività intellettuale, fa sua una convinzione che è già presente in una parte -dunque non in tutta- della cultura classica: nelle arti figurative non c’è differenza tra artista e artigiano. Però, mentre nella cultura classica l’identificazione risulta penalizzante per l’artista, perché quest’ultimo viene in un certo qual modo abbassato ad artigiano; nella cultura cristiana avviene il contrario: è l’artigiano che può divenire artista … indipendentemente da cosa costruisce e sa costruire.

Nella cristianità medioevale, vi è l’obbligo di fare cose belle; anche le cose utili devono essere belle; e la stessa bellezza ha una sua utilità. A proposito di quanto nel medioevo si desse importanza alla bellezza e si pretendesse che le cose venissero fatte bene non tanto per gli altri, né tantomeno per se stessi, ma per la bellezza in sé, il poeta Charles Peguy, nel suo Il denaro, ci ha lasciato queste belle parole: “Abbiamo conosciuto un onore del lavoro identico a quello che nel Medio Evo governava le braccia e i cuori. Proprio lo stesso, conservato intatto nell’intimo. Abbiamo conosciuto l’accuratezza spinta sino alla perfezione, compatta nell’insieme, compatta nel più minuto dettaglio … Ho veduto, durante la mia infanzia, impagliare seggiole con lo stesso identico spirito, e col medesimo cuore, con i quali quel popolo aveva scolpito le proprie cattedrali … La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso … Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé in sé nella sua stessa natura.” Scrive Van Loon, storico delle idee: “(…) un francese o un italiano del Duecento o del Trecento avrebbe scosso il capo perplesso, se qualcuno avesse espresso seri dubbi circa l’utilità di esser circondati da cose belle.” (H.W. Van Loon, Le arti, tr.it., n.ed., Dall’Oglio, Milano 1983, p.18). Ricercando nell’Index thomisticus si possono trovare citazioni come questa: (…)belle sono le cose , anche fatte bene dall’uomo, che, anche soltanto viste e sentite, comunque cognite, danno gioia.” Sant’Agostino poi aveva sentenziato: “Che altro si può amare se non le cose belle?” (Agostino d’Ippona, De musica, 6, 16, 38).

Terzo motivo: il mistero dell’Incarnazione

Il rapporto Cristianesimo-valore dell’immagine si fa più evidente considerando il mistero dell’Incarnazione. Il Verbo incarnato rivela pienamente il Padre e rende visibile il Padre: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Giovanni 14, 9).

In nessun’altra religione troviamo una verità di tal genere. E’ anche per questo che in contesti nati e sviluppatisi nella cultura cristiana, le arti figurative raggiungono le espressioni più alte. Se Dio si è manifestato visibilmente all’uomo, allora l’immagine diviene un valore che si fonda anche metafisicamente; in un certo qual modo non si può fare a meno dell’immagine.

Nel Cristianesimo l’immagine diviene anche arma contro lo spiritualismo. Proprio perché legata al mistero dell’Incarnazione, diviene difesa di questo mistero. Il noto maestro campionese, Benedetto Antelami, che operava a Parma intorno al 1200, utilizzava la sua arte scultorea per arginare il Catarismo, eresia gnostica e spiritualista, che negava i valori dell’Incarnazione e della Croce. La sua scultura è tutta un inno sublime -parimenti poetico e comunicativo- alla carnalità del Cristianesimo. Nel Battistero di Parma, l’umanità di Cristo e i fatti più importanti della sua vita sono descritti in tutti i particolari terreni, ma pregni dell’azione divina, redentrice del mondo.

Il Cristianesimo evidenzia nelle arti figurative l’aspetto comunicativo, rendendole veicolo dei temi forti della fede. Ciò a partire già dall’età paleocristiana, con le raffigurazioni simboliche delle catacombe: il Buon Pastore, il pesce, la colomba, il pavone, le agapi, le figure di oranti con le braccia aperte che simboleggiano l’anima pia. Questo interesse comunicativo si intensificò poi nei secoli successivi quando l’arte cristiana poté liberarsi dal rigidismo simbolico delle origini, assumendo un maggiore e più convincente spessore narrativo. Arrivò il momento in cui gli artisti cristiani vollero andare oltre le fonti canoniche per trovare più particolari da descrivere. Scrive Piero Bargellini: “Dall’ingenuo desiderio di sapere di più, sorsero, fin dai primi anni, i cosiddetti Vangeli apocrifi, ai quali gli artisti s’ispirarono più volentieri che non ai vangeli canonici, scarni ed essenziali. Anche gli Atti dei Martiri subirono interpolazioni leggendarie, formando passioni spesso fantastiche. Le storie degli Eremiti, poi, completarono tutta una letteratura facilmente illustrabile, dalla quale derivò molta materia offerta all’arte, considerata particolarmente adatta, per edificare e commuovere le anime dei fedeli.” (P. Bargellini, Belvedere, volume IV, Firenze 1959, p.267).

Ed ecco le raffigurazioni musive dei templi bizantini, le luminose vetrate delle cattedrali gotiche, i dipinti ciclici di Giotto raffiguranti temi narrativi di grande respiro, in cui tutto si fa vivo, in cui è impossibile non penetrare e sentirsi parte integrante delle immagini rappresentate. “Con Giotto –scrive Hans Sedlmayr- nasce (è, questo, un avvenimento di importanza universale) una pittura che, nella superficie liscia del quadro, rappresenta i corpi con luci e ombre, nella loro completa rotondità, gli spazi nella loro spazialità, una pittura che concepisce prospettivamente le cose nel loro rapporto visibile. Il dipinto, comprendente in sé pittura, scultura e architettura, diviene un microcosmo, il successore cioè, della cattedrale. Esso procede cominciando dalla rappresentazione di avvenimenti e di figure sacre, collocati su una ‘scena’, per giungere poi alla loro rappresentazione nella realtà (sembra che proprio in quel preciso momento essi stiano davanti a noi) e alla loro proiezione nel presente. Tutto il mondo che ci circonda viene così santificato e scoperto passo passo.” (H.Sedlmeyer, Perdita del centro, 2oma 2011, p.296).

Alla finalità comunicativa, l’arte cristiana unisce sempre l’intento della suggestione mistica, dell’invito alla preghiera e alla contemplazione delle verità escatologiche.

Il mistero dell’Incarnazione impone che le arti figurative siano manifestazioni non lontane dalla vita, non astratte, non disincarnate, ma si collochino all’interno della dinamica dell’esistenza dell’uomo.

Molti dipinti medioevali raffigurano, oltre gli avvenimenti significativi della Storia della Salvezza, scene di vita quotidiana: contadini che legano i covoni, che uccidono il maiale, che banchettano e si riposano.

Andrea Pisano, scultore del Trecento, scolpisce, nella zona inferiore del campanile di Giotto a Firenze, ventidue rilievi poligonali che sono una vera e propria glorificazione dei mestieri dell’uomo.


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