La Confessione è il sacramento in cui l’anima, pentita, torna a riconciliarsi con Dio. È il momento della gioia e della serenità dell’anima, perché si torna in stato di grazia.
È capitato, però, fin troppo spesso, di sentire un dubbio, anch’esso, come tanto altro, frutto della crisi nella Chiesa e del suo conseguente “analfabetismo cattolico”: come si può recitare sinceramente “propongo con il Tuo santo aiuto di non offenderTi mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato” quando si sa di essere fragili e di poter cadere nuovamente? Nello specifico, “è invalida la mia Confessione se poi cado di nuovo nello stesso peccato”? La risposta richiede di comprendere con precisione la natura della Confessione, le promesse fatte e la debolezza della nostra umanità. Per questo si parla di “analfabetismo cattolico”, molti purtroppo non conoscono.
Quando ci inginocchiamo nel confessionale, agendo in persona Christi, il confessore ci chiede di esprimere tre elementi essenziali: l’accusa sincera delle colpe, il pentimento per i peccati e il fermo proposito di non peccare più. Questo è chiaramente espresso nelle citate parole dell’Atto di Dolore.
Ora, è sul fermo proposito che sta la risposta al dubbio in oggetto. San Tommaso d’Aquino chiarisce che il fermo proposito è “una disposizione della volontà ad allontanarsi dal peccato e a rinnovare la vita” (Summa Theol., III, q. 84, a. 8). Ciò significa che il peccatore, in Confessione, non mente né si inganna se davvero desidera con tutto il cuore di non offendere più Dio, pur sapendo che la sua carne è debole e le tentazioni continueranno ad affliggerlo.
La Confessione riguarda il passato: il peccato già commesso e la sincerità del pentimento e del proposito al momento in cui si è confessati. Dio giudica il cuore, lo sforzo, non i risultati futuri. Se, usciti dal confessionale, si ricade nel peccato, questa nuova caduta non cancella la validità della Confessione precedente. Al massimo, essa testimonia la lotta spirituale che ogni uomo deve combattere ogni momento della sua vita contro il peccato e la propria fragilità.
Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, dottore della Chiesa, spiega che il Signore perdona chi è sinceramente pentito e desidera migliorarsi, anche se la natura umana resta incline alla debolezza: “Dio non esige che non cadiamo mai, ma che combattiamo sempre” (Apparecchio alla morte). In questa battaglia quotidiana agisce la grazia di Dio, fortificando l’anima attraverso l’umiltà e la perseveranza.
San Paolo stesso, nella lettera ai Romani, esprime la realtà della condizione umana: “Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm 7, 19). Il peccato, pur combattuto con sincerità, può tornare a dominarci per la nostra natura ferita. Questa consapevolezza non deve però scoraggiarci, semmai confortarci: Dio guarda alla nostra intenzione e al nostro continuo ricorso alla Sua misericordia.
È essenziale, dunque, comprendere che la promessa di “non offenderTi mai più” non si fonda sulla nostra forza, ma sulla fiducia nella grazia di Dio. Nel confessionale noi chiediamo perdono e imploriamo l’aiuto per resistere. Se poi cadiamo, non rinneghiamo il nostro proposito, che era sincero e deciso in quel momento: semmai, riconosciamo con umiltà di aver bisogno di rinnovare ancora una volta la nostra conversione. “Ogni giorno tu rinneghi il male e ogni giorno, se cadi, ti rialzi. Non ti stancare di rialzarti” (S. Agostino, Commento al Salmo 36).
La Confessione, insomma, non è una dichiarazione d’invincibilità, ma un atto di fede nella misericordia divina. Riconoscere la propria debolezza e tornare ancora e ancora ai piedi di Cristo è segno di speranza e fiducia, ed anche la nostra forza. La caduta, sebbene dolorosa, non è la fine del cammino spirituale, ma una tappa che ci purifica e ci riporta con maggiore umiltà tra le braccia del Padre.
Nessuno può essere certo, da solo, con le sole sue forze, di non cadere più. Chi, invece, con sincerità, promette di voler evitare il peccato e ne chiede a Dio la forza, compie un atto di amore e di fiducia che il Signore accoglie e santifica. Come afferma ancora Sant’Alfonso: “Nessuno è perduto se lotta ancora, e chi confida nella misericordia di Dio non sarà deluso” (Massime eterne).
Il rischio del dubbio in oggetto, ossia di iniziare a temere ossessivamente che la Confessione sia invalida solo perché si è ricaduti nel peccato, è di cadere, alla fine, in una forma di disperazione, una mancanza di fede nella bontà e misericordia divina. E così che si pecca (la disperazione, ricordiamo, è essa stessa un peccato contro la speranza teologale) e si rischia di entrare nel confessionale con stato d’animo non sereno. Dio conosce la nostra fragilità meglio di noi stessi e ci chiede di tornare a Lui con fiducia, non con la paura di non essere perdonati.
In conclusione, quindi, la Confessione riguarda il passato e le intenzioni del cuore al momento presente. Se quelle sono sincere e si propone con il santo aiuto di Dio “di non offenderTi mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato”, ogni caduta successiva non toglie valore al perdono ricevuto. La vera promessa in Confessione è quella di combattere, con l’aiuto di Dio, contro il peccato. E se si cade? La risposta è rialzarsi, tornare a Lui e ripetere con umiltà “Signore, abbi pietà di me, peccatore” (Lc 18, 13). Continuare a temere inutilmente rende vano il dono della speranza. Non scoraggiamoci mai: nella nostra fragilità si manifesta la forza della grazia divina.
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri
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