A cura di Pierfrancesco Nardini
Domanda: Che ci proibisce l’ottavo comandamento: non dir falsa testimonianza?
Risposta: L’ottavo comandamento: Non dir falsa testimonianza, ci proibisce ogni falsità e il danno ingiusto all’altrui fama: perciò, oltre alla falsa testimonianza, la calunnia, la bugia, la detrazione o mormorazione, l’adulazione, il giudizio e il sospetto temerario.
L’ottavo comandamento, “Non dir falsa testimonianza”, ci proibisce ogni forma di menzogna, calunnia e, in generale, qualsiasi azione che danneggi ingiustamente la reputazione o la dignità del prossimo. Salvaguarda la verità (“non dire bugie” è indirettamente “dire il vero”) e la giustizia e protegge il legame sociale tra gli uomini fondato sulla fiducia e sulla carità.
È falsa testimonianza quella del testimone che in un giudizio racconta fatti non veri per favorire o danneggiare qualcuno (e sarà, dunque, peccato grave, se grave sarà la sua conseguenza; vale anche per chi corrompe i testimoni). In senso lato, poi, il concetto si spinge sino ad includere ogni bugia.
Questa, definita come affermazione contraria alla verità fatta con l’intenzione di ingannare, “una falsa significazione di ciò che si dice allo scopo di ingannare” (S.Agostino), è sempre peccato, perché contraddice la natura stessa dell’uomo, creato per vivere nella verità. Una delle bugie più famose della storia è quella dell’uomo più importante per la Chiesa dopo Cristo (eh sì…), quella di San Pietro che nega di conoscere Gesù (Mt 26, 69-74).
Tuttavia, come chiarisce San Tommaso d’Aquino, “non ogni bugia è peccato mortale; la gravità dipende dall’intenzione e dal danno arrecato. La bugia officiosa o scherzosa, ad esempio, non è mortale, ma rimane un disordine morale” (Summa Theol., II-II, q. 110, a. 4). Una bugia è peccato mortale, dunque, solo quando viola gravemente la giustizia o la carità, come accade nella falsa testimonianza o nella calunnia.
Vengono paragonate alla bugia sia la finzione, anche detta simulazione, “che occulta la verità con i fatti” (Dragone), sia l’ipocrisia, che dà parvenza di una certa qualità per ingannare gli altri o che paventa un pensiero, un modo di intendere la vita diverso dal reale”.
Una particolare situazione in cui non si dice una bugia, mai lecita, ma si può tacere la verità (attenzione: non “non dire la verità”, ma “tacere la verità”!) è quella della cosiddetta restrizione mentale, che si ha quando dire la verità può creare un danno, “consiste nel manifestare solo una parte del pensiero, in modo che chi ascolta potrebbe capire” (Dragone).
È utile approfondire in particolare anche il giudizio e il sospetto temerario.
Quando si parla di giudizio temerario, si intende il formulare opinioni negative sul prossimo senza fondamento sufficiente, non il giudizio oggettivo su un fatto o altro. San Tommaso d’Aquino insegna che “giudicare il prossimo senza prova è peccato, poiché solo Dio conosce il cuore e può giudicare con giustizia” (Summa Theol., II-II, q. 60, a. 2). Come in generale tutti i peccati contro questo Comandamento, anche questo si oppone alla carità, poiché presuppone una mancanza di fiducia e favorisce divisioni e discordia. Non si deve, insomma, entrare nel “foro interno”, nel cuore delle persone. Questo può farlo solo Dio.
Altrettanto fa il sospetto temerario. Simile al giudizio temerario, si distingue per essere più interno e meno esplicito, ma non meno dannoso. Esso consiste nel credere con leggerezza al male di un altro, senza prove sufficienti. Diventa peccato grave se si attribuiscono al prossimo colpe gravi. È sempre San Tommaso ad ammonire che “il sospetto è peccato quando nasce da una cattiva disposizione interiore, come l’invidia o la malizia, poiché distorce la visione della verità e semina discordia” (Summa Theol., II-II, q. 60, a. 3).
L’ottavo comandamento proibisce inoltre la calunnia (attribuire falsamente un male), la detrazione (rivelare difetti nascosti), la mormorazione (critiche sussurrate che seminano discordia) e l’adulazione (lodare falsamente per interesse personale).
Il danno alla reputazione è grave, poiché il buon nome è un bene prezioso. Infatti, “chi sottrae la buona fama a un altro gli toglie ciò che nessuna restituzione potrà mai compensare completamente” (San Francesco di Sales).
Gesù stesso afferma “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6). Vivere nella verità è essenziale per seguire Cristo e costruire relazioni autentiche. Anche quando la verità può essere difficile da dire, essa va sempre proclamata con prudenza e carità, senza ledere inutilmente il prossimo.
L’ottavo comandamento non si limita dunque a vietare la falsità, ma ci invita anche a vivere secondo la verità e a rispettare il prossimo nella sua dignità e reputazione, perché la verità vissuta con amore ed equilibrio edifica la comunità e testimonia la luce di Cristo nel mondo.
Domandiamoci allora, col Dragone, ogni giorno “siamo abbastanza attenti per non giudicare e sospettare temerariamente degli altri?”
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
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