Il panteismo si basa sul monismo e questo (il monismo) si fonda sulla convinzione che la realtà sarebbe costituita da una e non da molteplici sostanze. I vari enti sarebbero diversi da un punto di vista formale (per esempio nell’apparenza), ma non da un punto di vista sostanziale in quanto varie espressioni di un’unica sostanza. Tale convinzione filosofica si traduce, da un punto di vista religioso, in panteismo: tutto è espressione del divino, ovvero una sorta di Dio impersonale si esprime come albero, come montagna, come fiume, come uomo, in tutto.
Nel panteismo la natura di Dio non può essere concepita all’insegna del principio di non-contraddizione. Secondo la metafisica classica, Dio è verità immutabile, per cui nella sua natura non può albergare la contraddizione. Da qui anche l’impossibilità del panteismo, perché non si può unificare l’infinito di Dio con il finito della realtà naturale. Nel panteismo, invece, deve saltare il principio di non-contraddizione in quanto si deve credere possibile l’identità sostanziale tra finito ed infinito: realtà soprannaturale e realtà naturale devono identificarsi sostanzialmente.
Veniamo allora alla risposta della domanda: perché il panteismo legittima il relativismo morale? In realtà sarebbe meglio se al posto di relativismo morale dicessimo pluralismo morale. La risposta è che se Dio s’identifica con il tutto, allora nel tutto ci sarebbe tanto il bene quanto il male, tanto il giusto quanto l’ingiusto, tanto il vero quanto il falso, tanto il bello quanto il brutto.
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri

Be the first to comment on "Perché il panteismo legittima il relativismo morale?"