Ne Il segreto di Flambeau, padre Brown (il prete-detective nato dalla fantasia di Chesterton) dice ad un giornalista americano venuto ad intervistarlo: “Io pensai che, se non fosse stato per la grazia di Dio, avrei potuto essere un uomo per il quale il mondo non è che un lampo di luce elettrica, con attorno soltanto una totale oscurità. L’uomo che, effettivamente, vive soltanto per questo mondo, e non crede in nient’altro, e per il quale il successo ed i piaceri mondani sono tutto quello che egli può trarre dal nulla, è colui che effettivamente sarebbe capace di qualunque cosa se corresse il pericolo di prendere tutto il suo mondo e di non poter salvare nulla.” “Non pensate –disse il giornalista- che questo vostro tentativo di sentire come sente un criminale, possa rendere un po’ tolleranti del crimine stesso?” “Io so che, invece, è proprio l’opposto –disse padre Brown-. Ciò risolve l’intero problema del tempo e del peccato, ed anticipa all’uomo il suo rimorso. Vi sono due modi di respingere il diavolo e la differenza fra i due è forse la più profonda frattura nella religione moderna. L’uno è di averne orrore perché è così lontano, l’altro è di averne orrore perché è così vicino. E vizio e virtù non sono così divisi quanto queste due virtù. Voi potete pensare che un delitto è orribile, perché non potreste mai commetterlo, io, invece, lo penso orribile appunto perché potrei commetterlo.” Dunque, padre Brown dice che l’uomo facilmente può diventare cattivo e, pertanto, è bene che non confidi tanto in se stesso, quanto nella forza che unicamente può dargli Dio.
Il peccato originale è avvenuto nel paradiso terrestre e l’uomo, tra i tanti doni preternaturali, aveva ricevuto da Dio anche quello dell’integrità, ovvero una certa padronanza di sé, per cui gli riusciva più facile compiere il bene che il male. E fu forse proprio questa “sicurezza” che spinse Eva a rispondere al Serpente per confutare ciò che il Serpente stesso aveva detto, piuttosto che a chiudersi in sé e non rispondere. Infatti, con il diavolo non si deve mai dialogare.
Torniamo al Padre Brown di Chesterton. Il prete-detective dice nel bel racconto intitolato Il segreto di padre Brown: “Il segreto è…”, pronunciò le tre parole e poi si fermò come se fosse incapace di continuare. Quindi ricominciò. “Vedete, il fatto è che quelle persone le ho uccise io”. […] “Le ho uccise proprio io”, spiegò Padre Brown pazientemente. “Per questo è chiaro che sapevo come era successo”. […] “Ho progettato tutti quei crimini con molta cura, […] ho pensato esattamente a come si potesse fare una cosa del genere e in che stile e in che stato mentale un uomo potesse farla. E quando fui certo di sentirmi esattamente come l’assassino, era chiaro che sapevo chi fosse”. […] “Voglio dire che ho visto davvero me stesso, il me stesso reale, commettere gli omicidi. Non ho ucciso le persone materialmente, ma non è questo il punto. Qualsiasi mattone o accidente casuale avrebbe potuto ucciderle. Voglio dire che ho pensato e ripensato a come un uomo possa arrivare a compiere tali azioni, finché ho capito che anch’io ero così, in tutto tranne nel concedermi il permesso dell’atto finale. Una volta mi ha consigliato questo esercizio un mio amico; una specie di esercizio spirituale che credo abbia attinto dagli insegnamenti di Papa Leone XIII, che è sempre stato un mio eroe. […] La scienza è una gran cosa quando ci arrivate; nel suo senso reale è una delle parole più grandi del mondo. Ma cosa intendono gli uomini, al novanta per cento, quando usano questa parola oggi? Cosa intendono, quando dicono che l’investigazione è una scienza? Vogliono prendere un uomo e spiegarlo come se fosse un insetto gigante; in quella che chiamerebbero una luce imparziale, in quella che io dovrei chiamare una luce morta e disumanizzata. Vogliono stare alla larga dall’assassino come se fosse un mostro preistorico […]. Non nego che qualche volta la fredda luce della scienza possa fare del bene, ma in un certo senso è l’opposto della scienza stessa. Molto lontano dall’essere conoscenza è, in effetti, la soppressione di quello che sappiamo. […] Bene, quello che voi chiamate ‘segreto’ è esattamente l’opposto. Non voglio uscire dall’uomo. Cerco di entrare nell’assassino… Ma è molto di più, non capite? Io sono un uomo. Sono sempre dentro un corpo umano e muovo le sue braccia e le sue gambe; ma, talvolta, mi calo nella parte dell’assassino, pensando quello che pensa lui, lottando con le sue passioni, finché ho assunto l’idea convinta del suo odio; finché vedo il mondo con lo strabismo insanguinato dei suoi occhi, guardando attraverso la concentrazione del suo lento sbattere di ciglia; guardando in prospettiva una strada dritta che porta a una pozza di sangue. Allora sono davvero un assassino”. […] Nessun uomo è buono, finché non sa quanto possa essere cattivo; […] fino a quando non si è tolto di dosso anche l’ultima goccia di olio dei Farisei, la sua sola speranza è di catturare un criminale e tenerlo al sicuro sotto il suo cappello”. Dunque, il prete-detective fa capire che è proprio nell’immedesimarsi con i colpevoli che lui riesce a scovarli, perché ogni uomo può essere un brav’uomo ma anche un grande criminale. E questo perché l’uomo è ferito dal peccato originale.
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri

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