I due continuarono la loro discesa lungo la scala. L’impressione era sempre quella: la scala sembrava interminabile e senza fondo. Sembrava che il Castello non volesse concedere un fondo. La luminosità si affievoliva a poco a poco. Le fiaccole alle pareti parevano sprigionare una fiamma più fioca, come se anche il fuoco in quel clima senza speranza volesse stancarsi.
La ringhiera della scala era più umida e con molta più polvere, appiccicosa e vischiosa. Poi, a tratti, bisognava abbassare la testa, ovviamente ciò valeva soprattutto per Matthias, per evitare di venire a contatto con fastidiosissime ragnatele, fili sottili che si attaccavano al viso.
I due però stavano vivendo una strana sensazione. Il respiro si era fatto pesante come se invece di scendere stessero salendo e che la salita fosse anche faticosa. L’aria si era fatta molto fredda, un gelo che quasi entrava nelle ossa. Ogni passo produceva un’eco sorda, come se la pietra stessa fosse stanca di restituire suoni correnti. Si udiva un rimbombo opaco, senza risposta.
Vilfrido fu nuovamente provato. Si sentiva stanco ed inquieto insieme. La paura già lo aveva afferrato più volte, ma poi una dolce serenità lo aveva sempre conquistato, quasi come se al momento opportuno sopraggiungesse una tenera carezza. La paura inoltre era mitigata dal contatto con quegli esseri che meritavano solo compassione per la loro triste condizione.
Ma anche questo passò subito. Una sorta di angoscia lo riafferrò. Una stretta alla gola che non sapeva spiegare. Ciò era dovuto al fatto che il bambino aveva intuito qualcosa di molto strano. Iniziò a stringere fortemente la mano dello zio e mormorò: “Zio, a me sembra che non stiamo scendendo. Credo che stiamo andando di lato”. E nel dire questo guardò i gradini per cercare la conferma della sua impressione.
Matthias avrebbe voluto sorridere ad un’affermazione così insensata come nata da un’immaginazione incontrollata di bambino, ma non poté farlo perché lo stesso dubbio era venuto anche a lui. Egli effettivamente aveva notato una curvatura innaturale nella scala e dovette ammettere con se stesso che Vilfrido aveva colto qualcosa di vero. La scala non seguiva più una spirale regolare, bensì si piegava, si allungava, talvolta sembrava salire mentre scendevano, come uno di quei serpenti che cambiano lestamente direzione per meglio afferrare la preda con le loro fauci velenose.
In un punto, Matthias ebbe la sensazione netta che il gradino sotto il suo piede fosse più largo di quello sopra, come se le dimensioni avessero deciso di ribellarsi alle leggi più elementari; e quella ribellione si sentiva sotto la suola. La sensazione era davvero brutta, è come se la realtà non fosse più affidabile; e quando non si può affidare della realtà, nel senso che perde il suo criterio e la sua logica, allora è davvero triste.
“Continuiamo – disse Matthias, ma forse più per convincere se stesso che il nipote – Mi sembra che siamo ormai giunti ad un altro piano”. E lo disse facendosi accompagnare da una sorta di sospiro.
Cosa aveva convinto l’uomo che li avrebbe attesi un’altra sorpresa? Alcuni cambiamenti che erano sopravvenuti. La scala aveva cominciato a cambiare colore: dal grigio umido era passata ad una tonalità giallastra simile all’avorio antico. Ovviamente ciò era quello che si poteva vedere in un contesto la cui luminosità era quella che era. Inoltre l’eco dei passi era stata sostituita da un rumore strano, un rumore che non era facile definire, un sottofondo costante, quasi un lamento collettivo. Assomigliava ad un brusio di folla; una folla però invisibile che parlava uno strano linguaggio. Si trattava di sillabe senza parole, una specie di mormorio di sogno e senza la possibilità di intravedere una logica discorsiva.
La sensazione di Matthias si concretizzò. Effettivamente un altro piano si presentava dinanzi a loro e avrebbero potuto proseguire o visitarlo. Intrigava però una strana porta. Essa era spalancata, ma era una porta senza un battente, insomma un’apertura che non aveva davvero una “porta”. Inoltre -e questo era ancora più strano- il telaio era come sospeso nel vuoto, come se non appartenesse a nessun muro. Al di là di essa, proprio perché spalancata, s’intravedeva un locale vastissimo. Esso era tanto grande che quell’ampiezza dava capogiro.
Matthias e Vilfrido decisero di varcare quell’assurda entrata, come si entra in una nuova e misteriosa dimensione senza sapere se si potrà uscire. La sala non aveva un pavimento unico, ma una serie di superfici che s’incastravano l’una nell’altra senza continuità: marmo che diventava legno, legno che diventava sabbia, sabbia che si trasformava in acqua, ma in una strana acqua solida. Insomma, ogni materia contraddiceva se stessa. Alcune parti del suolo pendevano verso l’alto, altre scendevano come scivoli e l’occhio non riusciva a trovare un logica direzione. Al centro, un enorme lampadario oscillava lentamente come mosso da un vento che in realtà non c’era, ma le sue candele bruciavano non verso l’alto bensì assurdamente verso il basso, con fiamme che cadevano come gocce senza mai spegnersi. Un fuoco che non aveva alcun senso. E poi vi era un grosso orologio che sembrava essersi sciolto come cera, ed era tutto adagiato su una sedia, molle, che colava. Una scala enorme di legno, quella che solitamente si usano nelle case per pulire i soffitti, si manteneva dritta senza che alcun sostegno la reggesse, immobile, verticale, sfidando ogni gravità.
A Vilfrido venne spontaneo dire: “Ma è tutto sbagliato!”
Matthias non poté che annuire dinanzi a quella evidenza. Il suo sguardo era cupo, preoccupato. Dinanzi a quella serie innumerevole di assurdità qualsiasi serenità non poteva che svanire.
Ad un tratto, dinanzi a loro si presentò un locale arredato con tavoli apparecchiati per banchetti che nessuno però aveva consumato. Si trattava di un’abbondanza inutile. E tutto era misteriosamente immobile.
C’erano cucchiai bucati, che ovviamente, perché bucati, non servivano a nulla. C’erano forchette che avevano la punta che non era una punta, bensì una specie di piccola pallina che di certo avrebbe impedito di afferrare il cibo. E questa sì ch’era alquanto comica: dei coltelli fatti con la carta e che quindi non avrebbero potuto tagliare un bel nulla. I piatti poi contenevano uno strano cibo. Vilfrido volle toccare con le dita anche perché quel contenuto si mostrava tanto appetibile, colori invitanti e forme quasi perfette, ma si trattava di qualcosa di duro. Finanche l’acquosa minestra solo a vista sembrava tale, ma poi al tatto sembrava qualcosa di congelato, ma un congelamento strano perché tutto era fuorché fredda. Insomma, una solidità senza gelo, un paradosso che inquietava. Le sedie, invece, erano tutte rivolte verso il muro, come se eventuali commensali avessero deciso di mangiare osservando il vuoto…il vuoto dell’assenza.
Ad un certo punto, proprio quando l’attenzione dei nostri due protagonisti era tutta concentrata sulla misteriosa tavola imbandita, si udi’ nitidamente una voce che disse: “Qui regna l’assenza della logica”. E la frase, a mo’ di eco, rimbalzò per tutta la sala, per cui si ascoltò più volte. Subito dopo, dal soffitto, cadde una piuma, grande quanto una coperta, la quale insensatamente si fermò a mezz’aria dinanzi a loro. Si adagiò come se avesse trovato un pavimento invisibile. Il silenzio dominava, ma non mancava una preoccupante impressione e cioè che quelle pareti del castello fossero in attento ascolto. Intanto si ripresentò il misterioso respiro cavernoso.
“Perché siete qui?”. Si udì una voce, ma non era quella precedente. Era una voce che non proveniva da un punto preciso, bensì era una voce senza direzione. Arrivava non solo da destra, ma anche da sinistra. Non solo da sopra, ma anche da sotto, come se a parlare fosse l’intera sala. Anzi, vi era l’impressione che potesse giungere dalle proprie teste. I due fecero istintivamente un passo indietro, come se avessero voluto proteggersi pur non sapendo da cosa. Il timore indubbiamente li aveva presi. Intanto la piuma si contorse e si trasformò in una figura umanoide, composta da linee spezzate e curve impossibili. Il tutto formava un corpo così assurdo che non avrebbe potuto stare in piedi, eppure era in piedi. Questa figura aveva un volto che cambiava espressione prima ancora di completarla: sorrideva e piangeva nello stesso istante: un’espressione doppia, sfuggente.
“Io sono il custode del Non-Senso -disse quella misteriosa creatura- Ma in realtà non custodisco nulla. Mi limito e mi esalto a dimenticare”. E nel dire queste parole sembrava compiacersene.
Matthias avvertì un brivido dietro la schiena, era un gelo che sembrava venire da fuori, ma non veniva da fuori. Gli venne spontaneo commentare: “Questo castello era abitato…” Ma non fece in tempo a terminare la frase che la creatura che gli si trovava dinanzi iniziò nuovamente a fluttuare e a modificarsi nuovamente in un grossa, anzi ancora più grossa, piuma. Leggerissima ma enorme. Matthias e Vilfrido erano sempre più stralunati, come se le loro menti dinanzi a quell’apoteosi di assurdità non riuscissero a mettere ordine. D’altronde era impossibile.
La piuma poi, dopo aver elegantemente fluttuato, tornò a prendere le sembianze di una creatura umana. “Se intendevi chiedere -disse rivolgendosi all’uomo- se questo castello fosse un tempo abitato, io ti rispondo che questo castello è ancora abitato, ma abitato da ciò che non torna”. E disse queste parole come constatazione, ma anche come una sorta di condanna.
Un colpo secco rimbombò nella sala. Poteva facilmente essere scambiato come una specie di pugno sbattuto sul tavolo. Infatti, uno dei tavoli si rovesciò da solo, ma, invece di cadere, si arrampicò su una colonna e vi rimase appeso come un insetto. E tutto questo con una naturalezza terribile. Dal piatto che scivolava via, un coltello si conficcò nel pavimento e cominciò a crescere, diventando una spada, poi un obelisco, poi una semplice matita. Tutte queste immagini, del tutto illogiche, s’inseguivano senza motivo.
La scena era molto preoccupante. Una scena che diciamolo francamente avrebbe potuto fare perdere il senno, perché tutto sfidava ogni logica, ma Vilfrido, essendo un bambino, ci vide un che di comico e scoppiò a ridere. Fu una risata spontanea. Matthias lo guardò forse chiedendosi come il nipote avesse potuto trovare la forza, in quella situazione che definire “enigmatica” sarebbe stato un ingenuo eufemismo, di ridere perfino. Poi notò che in conseguenza di quella risata tutto sembrava raddrizzarsi, nel senso che si componeva prendendo il loro giusto e logico orientamento, come se la risata del bambino fosse stata una sorta di incantesimo al contrario. Finanche le posate che si trovavano sulla tavola imbandita avevano preso le loro giuste sembianze. Poi, appena il bambino smise di ridere, il caos riprese vigore, anzi ancora più complesso ed illogico.
“Non vi meravigliate -disse la figura che si era definita come Custode del Non-Senso- per quello che avete finora visto. Avreste dovuto immaginarlo visto che venite dai piani più alti. Ciò che accade qui è l’esito di ciò che è accaduto più su. Se si smarrisce la realtà, segue solo l’assurdo.”
“A cosa ti riferisci? Facci capire…” Chiese Matthias. Questa volta anche la voce dell’uomo era un po’ tremante, perché temeva che tutta quell’apoteosi di caos e d’illogicita’ potesse alienare anche la propria mente.
“Se la realtà non esiste, allora tutto è immaginazione. E se tutto è immaginazione, allora dove dovremmo andare, dove saremmo diretti?” E queste domande tendevano a ripetersi in un vortice fastidioso da ascoltare.
Vilfrido non volle rimanere solo semplice spettatore e si sentì di chiedere a quel misterioso personaggio: “Ci dici cosa possiamo fare per raggiungere il fondo del Castello? Cosa c’è più giù?”
Il misterioso personaggio non rispose, con i suoi strani occhi sembrò fissare i due ospiti, in particolare modo il bambino, poi si trasformò nuovamente nella grossa piuma, le cui dimensioni divennero ancora più grandi, tanto grandi che sembravano quasi toccare, con le estremità, le pareti dell’intera sala. Matthias e Vilfrido fecero istintivamente per ritrarsi, temendo di soffocare sotto quell’enorme coltre di piumosità biancastra. Si accorsero però che quella che sembrava realtà era come se non esistesse davvero, infatti risultava del tutto impalpabile.
Appena quella maestosa piuma iniziò a ritrarsi, ecco che immediatamente scomparve del tutto. E la sala rimase completamente vuota, conquistata da un opprimente silenzio.
Matthias, allora, prese con decisione la mano del nipote e, quasi tirandolo, gli fece seguire con una certa rapidità la direzione a cui non si poteva rinunciare: continuare a scendere per la scala.

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