APOLOGETICA RACCONTANDO: “Il Castello splendente” (Capitolo 12)

Giunsero così in un altro piano. L’aria era più pungente ed umida, come se provenisse da un luogo sotterraneo pieno d’acqua. Si capiva che ormai si stava giungendo verso la parte più  profonda del Castello. Un odore salmastro inondava lievemente l’ambiente. Un odore di pietre e rocce bagnate. Era un’umidità che entrava nel profondo. Si avvertiva quanto si andasse verso ambienti ancora più inospitali ed insalubri. Intanto si pativa un che di appiccicaticcio sulla pelle.

I passi dei due erano alquanto rumorosi. Anzi, ogni passo risuonava come una specie di tamburo tra pietre antiche. Il rimbombo era secco e tendeva a tornare sbattendo sulle pietre grezze dei muri, pietre che facevano da cassa di risonanza. Questo rumore rendeva ancora più pesante il cammino, perché, dilungandosi, procurava un che di agitato, di ansioso e di frenetico.

Tornò a farsi sentire il misterioso respiro cavernoso. Matthias e Vilfrido ovviamente non avevano calcolato quanto precisamente durassero gli intervalli, ma più passava il tempo e più sembrava farsi chiara l’impressione che quel misterioso respiro si presentasse a ritmo costante.

All’improvviso, si trovarono davanti ad una porta più alta di qualsiasi altra. Era così  alta che bisognava ben guardare in su per osservarne l’architrave. Era decorata con strani disegni, tratti incrociati, curve, segni che sembravano danzare. E se si fissavano, essi causavano un senso di vertigini, come se la testa cominciasse a roteare. Una sensazione simile a quando si vuole girare velocemente su se stessi. Erano disegni dove non si scorgeva alcuna figura né tantomeno un significato intelligibile. Sembravano degli scarabocchi infantili, ma non potevano essere stati prodotti da bambini, perché era facile notare quanto avessero una loro raffinatezza, frutto probabilmente di una cura paziente e di qualche intenzione nascosta. Incomprensibili ma curati, insensati ma precisamente dipinti, senza alcuna sbavatura. Una precisione particolare in un disordine generale, perché -come abbiamo già detto- erano tutti segni che non rientravano in un progetto predeterminato.

Matthias spinse delicatamente la porta. Si notava quanto avesse un certo timore perché non sapeva che cosa si sarebbe presentato ai loro occhi. Malgrado fosse alta, la porta non era affatto pesante. Fu aperta completamente. Alla vista si presentò una grande sala molto diversa dalle precedenti. Non c’erano corridoi né passaggi. Vi era invece un vasto spazio circolare. Si trattava di una specie di enorme anello. L’impressione, molto strana, è che fosse superiore per ampiezza alla sala stessa, ma ovviamente ciò non poteva essere possibile perché si trattava di un’architettura all’interno della sala. Il luogo era illuminato da una luce pallida che sembrava provenire direttamente dalle pareti. Non si trattava di una luce generata da fiaccole appese alle pareti, così com’era stato nelle sali precedenti, bensì  una sorta di chiarore diffuso, la cui origine non si riusciva ad intravedere.

Ciò che colpì Vilfrido, più di ogni altra cosa, furono delle statue, anche se definirle tali non era del tutto appropriato, perché non solo parevano sul punto di diventare qualcos’altro, bensì sembravano all’apparenza statue, ma in realtà anch’esse, come i misteriosi segni e disegni sulla grande porta, sembravano non voler significare nulla. Erano strane rappresentazioni, completamente illogiche, come se fossero nate da un sogno disturbato, cioè da un incubo. Ciò che colpiva maggiormente era la costanza della sproporzione. Una sproporzione che facilmente si scopriva come voluta e casuale. Un volto triangolare con degli strani occhi che uscivano dalle orbite, occhi sporgenti, inquieti, come gocce di metallo. Busti piccolissimi con gambe lunghissime e viceversa. Tutto perfino un po’ mostruoso, anzi un bel po’ mostruoso; e non privo di un’inevitabile tristezza.

Vilfrido fece per avvicinarsi ad una di quelle figure. Pensava fossero effettivamente delle statue, d’altronde il colore bronzeo non dava adito ad alcun dubbio. E invece, appena il bambino fu vicino ad una statua dal volto smarrito con un naso lungo e degli occhi che sembravano due biglie, lucidi come se potessero rotolare via, ecco che questa si mosse animandosi e cambiando di posizione, con un movimento improvviso, secco, quasi innaturale. È facile immaginare la reazione spaventata di Vilfrido. Sbiancò e iniziò anche a tremare. Anche Matthias fu colto da sorpresa e da timore, subito afferrò il povero Vilfrido stringendolo a sé, come a farne scudo e riparo insieme. La figura si ritrasse e disse con molta dolcezza, con una voce che sembrava uscire da un luogo molto lontano: “Non temete. Perché dovrei farvi del male? Siete piuttosto voi a dover temere di trovarvi dinanzi a noi in cui non si può scoprire alcuna bellezza”.

Appena quell’essere misterioso ebbe pronunciato queste parole, si animarono anche le altre statue, o meglio si animarono coloro che sembravano essere tali, come se quella voce avesse dato loro il permesso di esistere. Sembrava una giustificazione che anche la bruttezza potesse palesarsi senza suscitare alcun turbamento. Queste figure circondarono il personaggio che aveva parlato e sembrarono assentire a ciò che questi aveva appena detto. Lo fecero con piccoli movimenti del capo, rigidi e stanchi.

La figura che aveva precedentemente parlato, riprese: “Qui non esiste armonia, né misura. Ogni cosa è ciò che resta quando la Bellezza se ne va. Noi siamo le sue impronte deformate.”

Vilfrido si strinse più forte al mantello di Matthias e domandò con una voce che esprimeva una certa ansia e tristezza, mentre era preso da un evidente tremore: “Perché siete così?”

L’essere inclinò lentamente il capo, con un gesto che sembrava spezzato. Sembrava, infatti, che quel gesto gli costasse fatica, forse perfino dolore. D’altronde si poteva facilmente immaginare con quel corpo che aveva e soprattutto a causa della sproporzione del capo che si ritrovava. Poi rispose alla domanda del bambino: “Siamo ridotti in questo modo per un solo motivo. Nessuno ha voluto guardarci con amore. Lo sguardo non può svuotarsi. Se si svuota, le forme si spezzano”.

La figura avrebbe voluto continuare, ma Matthias lo interruppe: “Cosa vuol dire che lo sguardo si è svuotato?”

“Lo sguardo svuotato -rispose lo sconosciuto- è lo sguardo che ricerca la realtà ma non la trova, perché completamente smarrita. È come quando si tendono le mani nel buio e si tocca solo l’aria. Si cerca un appiglio, una parete per potersi orientare e trovare una via di uscita, ma niente: vuoto e solo vuoto, aria e solo aria, nulla e solo nulla “.

“E allora?” Richiese Vilfrido che voleva che quell’essere completasse ciò che stava dicendo. Ormai il bambino non aveva più paura, perché la paura si era trasformata in curiosità.

Lo sconosciuto riprese: “Lo sguardo svuotato genera l’assenza di Bellezza. E quando il desiderio di Bellezza muore, ciò che resta non è altro che funzione, peso e materia e nient’altro. Come degli ingranaggi che girano e funzionano senza motivo.”

Matthias sembrò perdere lo sguardo nel vuoto, come se stesse meditando sulle parole ascoltate. Poi obiettò: “Siete comunque vivi. Avete la possibilità di muovervi, di agire, di fare tante cose. Siete tutt’altro che morti”.

“No, -rispose la misteriosa figura- siamo peggio che morti, perché siamo dimenticati. Nessuno ci ricorda e quindi il passato è diventato del tutto inutile. La Bellezza si è sbiadita, anzi: si è nullificata. Ma senza la Bellezza la vita si riduce ad un errore continuo. Come se fosse una ripetizione che viene ripetuta senza alcun senso, come un inciampo che non finisce.”

A questa affermazione si ascoltò una sorta di mormorio. Fu una specie di sibilo, come quando si sente il vento soffiare in maniera rumorosa. Alcune figure cercarono di raddrizzarsi, altre si limitarono ad abbassare le loro teste. Tutte però si muovevano in maniera non elegante ed armonica. Anzi, si trattava di movimenti assai goffi, né poteva essere diversamente causa la sproporzione degli arti che li caratterizzava: braccia troppo lunghe, gambe troppo sottili, torsioni che sembravano strappi.

Vilfrido, vedendo quanta fatica facessero quegli esseri nel muoversi, temette per loro e gli venne spontaneo chiedere: “Vi fa male?”

“Dolce bambino, certamente abbiamo dolore. Ma non è quello che pensi tu. È un altro tipo di malessere. È l’ assenza ciò che ci pesa è rende faticosi i nostri movimenti. È un dolore causato dal vuoto. Non c’è spada che lacera le carni, non c’è fuoco che brucia ed ustiona, non c’è gelo che assidera le articolazioni. No, nulla di tutto questo. C’è solo un dolorosissimo vuoto.”

Vilfrido, che si era sentito appellare “dolce bambino”, a queste parole si commosse e due lacrimoni bagnarono visibilmente i suoi occhi.

Intanto la luce pallida delle pareti parve farsi ancora più lieve e pallida, come se stesse perdendo forza. Divenne totalmente fredda. Era una luce che non sapeva più accarezzare l’ambiente. Anzi sembrava che l’ambiente diventasse sempre più duro.

Matthias non si era commosso, ma avverti un grosso peso allo stomaco. In realtà fu preso da un evidente angoscia che gli stringeva la gola. I suoi pensieri si scurirono. Iniziò ad avvertire anch’egli un grosso ed opprimente vuoto, come se quell’assenza cercasse di conquistarlo ed entrare in lui. Insomma, mentre Vilfrido tristemente aveva ascoltato, Matthias stava personalmente condividendo lo stato d’animo di quelle misteriose figure, come se ne subisse il contagio. Poi gli venne di chiedere a tutti quegli esseri: “Se la Bellezza è stata smarrita, può essere ritrovata?”

All’inizio non ci fu risposta. Le figure continuarono a muoversi goffamente. E questo movimento non si capiva se fosse per deridere una tale domanda o una preparazione ad una possibile risposta. Poi si udì una fragorosa risata. E proprio chi aveva riso così sonoramente esclamò: “Dicono tutti così quando arrivano in questo luogo e ci osservano. Ma nessuno resta abbastanza a lungo da ricordare come è fatta la Bellezza.”

Vilfrido rispose istintivamente con quell’ingenuità tipicamente infantile che pensa che sia semplice risolvere complesse questioni: “Io la ricordo! So che la Bellezza fa venire voglia di sorridere senza motivo.”

In realtà, il bambino aveva detto una cosa tutt’altro che ingenua e scontata. Aveva detto che nella Bellezza c’è la gioia, c’è la letizia del cuore. E infatti le figure a quelle parole di Vilfrido si fermarono, ascoltarono con attenzione dando la chiara sensazione di assentire. Anzi, perfino di meravigliarsi come se fossero rimasti sorpresi che finalmente qualcuno, addirittura un bambino, avesse dato una risposta interessante; una risposta che c’entrava il cuore della questione.

Per un istante, solo per un istante, la figura che aveva parlato per prima parve mutare e intanto sembrava che la luce provasse a riprendere vigore e soprattutto a donare una tonalità non fredda ma calda. Il suo volto triangolare e sproporzionato, che non era facile guardare, sembrò mutare divenendo di fatto bello, armonico, quieto, con lineamenti quasi perfetti. Ma questo durò solo un istante, come può durare un lampo nel cielo tonante. Piuttosto un’altra figura si mosse e venne avanti dal gruppo dicendo con decisione, con tono tagliente e definitivo: “Basta! Non bisogna più parlare della Bellezza. Essa ormai non appartiene più a questo luogo. A noi non resta che il destino ineluttabile dell’assenza. Sperare sarebbe solo pura illusione. Qui si sopravvive solo nell’assenza”. E così, con queste parole senza più speranza, riuscì a riportare nel buio quel luogo e tutti i presenti.

Matthias allora capì che dovevano allontanarsi, che non solo la loro presenza non poteva giovare a quegli esseri disgraziati, ma che forse sarebbe stata anche causa di conflitti fra quelle figure. Mise una mano sulla spalla del nipote e gli disse: “Dobbiamo proseguire, Vilfrido. La nostra possibilità di aiutare costoro è una sola, scoprire ciò che ha causato l’assenza per rimettere al posto giusto ciò che serve”.

Matthias non si sentì di aggiungere altro. Fece un lieve inchino a quelle creature deformi. Fu un gesto di rispetto e di addio. Tenendo ferma la sua mano sulla spalla del bambino, si allontanò. Dietro di loro era come si fosse ricomposto il silenzio. Stavano passando oltre, lasciando un mondo che aveva rinunciato ad essere guardato e che, non essendo guardato, si era ancora più deformato. Un mondo consapevole di aver perso qualsiasi armonia e proporzione. Un mondo che non offriva più qualsiasi motivo per meravigliarsi. Non so se Matthias e Vilfrido avevano davvero capito, ma ormai erano vicini alla meta; e lo si poteva capire perché alla negazione della realtà era succeduta la negazione della logica e alla negazione della logica, la negazione della bellezza.


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