1.Guy de Maupassant (1850-1894), nel racconto L’inutile bellezza, pubblicato nel 1890, pone una questione importante. La protagonista, la contessa de Mascaret, è una donna di straordinaria bellezza, ma il marito, geloso e possessivo, sembra volerla continuamente ricondurre alla sua funzione materna. I sette figli e le continue gravidanze diventano, agli occhi della donna, quasi uno strumento attraverso il quale il marito tenta di sottrarla allo sguardo degli altri e di spegnere quella bellezza che lo inquieta. Da qui nasce il paradosso espresso dal titolo: L’inutile bellezza.
2.Maupassant sembra domandarsi: a cosa serve la bellezza? Se tutto nella natura dovesse essere spiegato esclusivamente attraverso l’utilità, la conservazione e la riproduzione, perché esiste qualcosa come la bellezza? Perché la natura produce forme, colori, armonie che sembrano andare ben oltre ciò che sarebbe strettamente necessario alla vita? La risposta suggerita dal racconto e: la bellezza sembra prescindere totalmente dall’utile.
3.Ed è proprio qui che, pur partendo da presupposti molto diversi, Maupassant sembra avvicinarsi involontariamente ad un’importante convinzione della filosofia classica e cristiana. Le realtà più alte della vita sono spesso proprio quelle che non possono essere ridotte alla domanda: A che cosa serve? A che cosa serve contemplare un tramonto? A che cosa serve ascoltare una grande musica? A che cosa serve ammirare un cielo stellato?
4.Se per “servire” intendiamo produrre immediatamente qualcosa di materialmente utile, allora potremmo rispondere: a nulla. Ma sarebbe un falso.
5.Per san Tommaso il bello è strettamente collegato al bene, ma possiede una caratteristica particolare: il bene è ciò verso cui tende il desiderio, mentre il bello è ciò la cui conoscenza procura compiacimento. Celebre è la formula tomista: pulchra dicuntur quae visa placent, ovvero: sono belle quelle cose che, viste, piacciono.
6.Questo non significa ridurre la bellezza al semplice gusto soggettivo. Tutt’altro. Per san Tommaso la bellezza ha un fondamento nella realtà. Egli indica tradizionalmente tre caratteristiche: integrità, proporzione e splendore (integritas, consonantia, claritas). Una cosa è bella quando possiede la propria compiutezza, quando le sue parti sono armoniosamente ordinate e quando la sua forma, per così dire, risplende.
7.Ecco allora la differenza. Maupassant intuisce che la bellezza non può essere ridotta all’utilità. San Tommaso ci permette di fare un passo ulteriore: la bellezza non è inutile perché priva di scopo; è piuttosto al di sopra dell’utile.
8.La bellezza delle creature non si chiude infatti nelle creature stesse. Essa rimanda alla Bellezza da cui ogni bellezza deriva. L’ordine, l’armonia e lo splendore presenti nel creato sono partecipazioni finite della perfezione infinita di Dio.
9.Maupassant, dunque, pone bene il problema quando sottrae la bellezza alla dittatura dell’utilità. Ma la metafisica cristiana permette di completare ciò che nel suo racconto rimane problematico.
10.La bellezza non è un capriccio inspiegabile della natura. Non è un ornamento accidentalmente comparso casualmente nell’universo. La bellezza è segno. Segno che la realtà non è soltanto materia da utilizzare, ma qualcosa da contemplare.
11.Maupassant chiamò tutto questo, provocatoriamente, “inutile bellezza”. San Tommaso ci permette di correggere. La bellezza non è inutile. È oltre l’utile.
12.E proprio perché è oltre l’utile, ricorda all’uomo che egli non è stato creato soltanto per produrre, consumare e utilizzare le cose. È stato creato anche — e soprattutto — per contemplare. E, attraverso la bellezza delle cose, arrivare alla Bellezza che non passa.
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri

Molto vero, e… bello.