Quando accade una tragedia dove muoiono innocenti, spesso si sente dire, da parte di sacerdoti interpellati affinché possano dare una “spiegazione”, frasi di questo tipo: “In quel momento Dio soffriva con noi…“. Si tratta, però, di risposte che non rispondono, permetteteci questo gioco di parole. Sono risposte che sottendono una sorta di “debolezza” di Dio che nulla ha a che vedere con la logica, perché, se Dio è Dio, Dio non può essere “debole”. Insomma, si tratta di risposte tipiche di quella deriva teologica neomodernista secondo cui non si può e non si deve parlare di sofferenza capace di “compensare” il male. Ciò, sempre secondo la teologia neomodernista, non può essere detto, perché significherebbe ammettere che il peccato sia il problema più grave e che questo (il peccato), per volontà di Dio, debba essere compensato con la “strada” che Dio stesso ha scelto per suo Figlio e per noi: la Croce.
E invece la frase citata dovrebbe essere così modificata: non…in quelle ore Dio soffriva con noi; ma…in quelle ore noi soffrivamo con Dio. San Paolo in Colossesi 1 dice: “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa.” Ovviamente, si tratta di un completamento non di sostanza, ma di compartecipazione e di compassione. Infatti, il “completamento” dei patimenti di Cristo da parte della sofferenza dell’Apostolo non è da intendersi come completamento “essenziale”. Le sofferenze di Cristo e la sua morte bastano per la salvezza di tutti. Piuttosto, la redenzione rimase aperta ad ogni amore che si sarebbe espresso nell’umana sofferenza. E’ ciò che in un certo qual modo avviene per i sacramenti. Essi non completano la redenzione, ma l’attualizzano applicandone i frutti ad ogni uomo tramite l’unione a Cristo sofferente. Agli occhi di Dio la sofferenza non solo non è mai inutile, ma anche necessaria. Sì, dopo il peccato originale, la sofferenza è necessaria. E diventa amore. Scrive don Divo Barsotti: “La maggior gloria a Dio non la danno gli architetti che costruiscono le cattedrali, non i grandi teologi che scrivono i trattati di teologia, ma le anime vittime, che, riparando il peccato, fanno più bella la creazione.”
La sofferenza di una singola anima chissà quale e quanto bene porterà nella prospettiva della sofferenza vicaria, cioè di quella sofferenza che compensa e che permette di unirsi alle sofferenze del Cristo. Il poeta russo Alksandr Blok (1880-1921) scrive questi versi: “Il vento portò da lontano / l’accenno d’un canto d’aprile, / chissà dove, limpido e profondo, / si aprì un pezzetto di cielo.” E’ così. La sofferenza di ogni singola anima è come un vento leggero che sembra inutile, insignificante, ma che invece da qualche parte squarcia le nuvole e permette al sole di illuminare la terra.
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri

Dire in ambiente cattolico che la sofferenza puo’ essere accettata e offerta per amore è quasi bestemmiare. E’ detta dolorismo
Dio non vuole la sofferenza e soffre con noi
Caro Etienne: dire in ambiente cattolico che di fronte alla sofferenza non ci sono risposte, e contentarsi di abbracciare una povera ragazzina che ha posto la domanda, questo, purtroppo, è una vera e propria bestemmia.
Tanto vero e tanto trascurato e forse dimenticato…