Il popolo è ben altra cosa rispetto alla massa. La massa è qualcosa d’informe, che, pertanto, si lascia facilmente plasmare. Il popolo no. Esso ha una sua identità, una sua storia, delle radici. Ha un vissuto che gli permette di giudicare con buon senso il reale. E questo lo conforta di un’eredità: la saggezza. Certo, i popoli non sono uguali; perché le culture non sono uguali. C’è chi ha conquistato il Vero. Chi lo ha atteso. Chi lo ha rifiutato. Chi se ne è allontanato. Ma al di là di questo, ciò che è di natura percepisce il senso delle cose e il mistero del vivere. E, proprio perché Dio ha fatto sì che la natura fosse predisposta all’accoglienza della Grazia, non c’è buon senso popolare che non manifesta questo desiderio; al di là di ciò che la Storia dei singoli popoli partorisce. Ecco perché si può capire l’unicità e la bellezza della Verità Cattolica anche attraverso il buon senso di tutti i popoli.
“Felicità” è una parola utilizzatissima, forse tra le più utilizzate, anche perché è una parola che sottende un desiderio costituivo dell’uomo. Chi non desidera la felicità? Talmente l’uomo desidera essere felice che la buona filosofia afferma che la vita stessa dell’uomo è fatta per la felicità. Ovviamente tale felicità non va ricercata nell’uomo, bensì nel fine a cui l’uomo deve tendere: il raggiungimento e il possesso di Dio.
Il proverbio dice che la felicità non può essere catturata, ma bisogna averla. Il significato è chiaro: bisogna già avere la felicità, cioè bisogna averla in sé, costitutivamente.
Sant’Agostino fa iniziare la sua speculazione filosofica adottando il classico metodo socratico del “conosci te stesso”. Il Santo d’Ippona dice che l’uomo deve entrare dentro di sé, perché è proprio dentro di sé che può scoprire la verità.
Qualcuno potrebbe interpretare queste parole di sant’Agostino come una sorta d’invito affinché l’uomo faccia di se stesso la fonte della verità, nella convinzione che il singolo soggetto possa costruirsi una sua propria, autonoma, verità. No, sant’Agostino non vuole dire questo, bensì tutt’altro. Egli afferma che fin quando l’uomo s’illude di trovare nelle cose, cioè nel potere, nel denaro, nel successo, nel piacere, ecc…la felicità, è destinato irrimediabilmente a fallire. Piuttosto l’uomo deve entrare dentro di sé, perché, così facendo, capisce ciò di cui ha davvero bisogno, capisce che fin quando non incontra l’Eterno e l’Infinito non potrà mai sentirsi appagato, cioè esistenzialmente soddisfatto.
E’ entrando dentro di sé che l’uomo capisce chiaramente che ha bisogno di Dio e solo di Lui; e che solo con Dio potrà veramente quietarsi. Scriverà nelle Confessioni: “Il mio cuore è inquieto fin quando non riposerà in te, o mio Signore“.
Dunque, il proverbio norvegese afferma una verità universale. La felicità non va trovata fuori della verità della vita, piuttosto va trovata nel profondo del mistero del vivere. Fin quando all’uomo sfugge la vera conoscenza di sé, potrà illudersi di bastare a se stesso; ma se invece si sforzerà di conoscersi veramente, allora capirà ciò di cui ha davvero bisogno. Insomma…la felicità non può essere catturata, bisogna averla!
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri

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