Perché Chesterton dice che “nessun uomo è buono, finché non sa quanto possa essere cattivo”?

1.Ogni uomo è ferito dal peccato. Certo, non si deve arrivare alla concezione pessimistica di stampo protestante secondo cui l’uomo, dopo il peccato di origine, sarebbe irrecuperabile. Ma non si deve nemmeno arrivare alla posizione opposta, ovvero quella ingenua di stampo pelagiano, secondo cui l’uomo, malgrado il peccato, sia naturalmente buono.

2.Umiltà esige che l’uomo vigili su di sé, nella convinzione di non poter mai ipotecare il suo corretto comportamento. Spesso tra l’aderire al bene e l’aderire al male c’è un discrimine molto sottile. Ecco perché bisogna chiedere che si rinnovi continuamente la propria fedeltà a Dio e s’invochi continuamente la sua grazia perché si ci possa allontanare costantemente dal male, nella convinzione di non potercela mai fare da soli.

3.Chesterton aveva capito bene questo punto. Egli fa dire alla sua creatura letteraria, il detective sacerdote cattolico, Padre Brown, che il successo delle sue investigazioni consiste nel fatto d’immedesimarsi nel colpevole, perché ogni uomo buono può anche facilmente divenire un uomo cattivo. Leggiamo dal bel racconto intitolato Il segreto di padre Brown:

“Il segreto è…”, pronunciò le tre parole e poi si fermò come se fosse incapace di continuare. Quindi ricominciò. “Vedete, il fatto è che quelle persone le ho uccise io”. […] “Le ho uccise proprio io”, spiegò Padre Brown pazientemente. “Per questo è chiaro che sapevo come era successo”. […] “Ho progettato tutti quei crimini con molta cura, […] ho pensato esattamente a come si potesse fare una cosa del genere e in che stile e in che stato mentale un uomo potesse farla. E quando fui certo di sentirmi esattamente come l’assassino, era chiaro che sapevo chi fosse”. […] “Voglio dire che ho visto davvero me stesso, il me stesso reale, commettere gli omicidi. Non ho ucciso le persone materialmente, ma non è questo il punto. Qualsiasi mattone o accidente casuale avrebbe potuto ucciderle. Voglio dire che ho pensato e ripensato a come un uomo possa arrivare a compiere tali azioni, finché ho capito che anch’io ero così, in tutto tranne nel concedermi il permesso dell’atto finale. Una volta mi ha consigliato questo esercizio un mio amico; una specie di esercizio spirituale che credo abbia attinto dagli insegnamenti di Papa Leone XIII, che è sempre stato un mio eroe. […] La scienza è una gran cosa quando ci arrivate; nel suo senso reale è una delle parole più grandi del mondo. Ma cosa intendono gli uomini, al novanta per cento, quando usano questa parola oggi? Cosa intendono, quando dicono che l’investigazione è una scienza? Vogliono prendere un uomo e spiegarlo come se fosse un insetto gigante; in quella che chiamerebbero una luce imparziale, in quella che io dovrei chiamare una luce morta e disumanizzata. Vogliono stare alla larga dall’assassino come se fosse un mostro preistorico […]. Non nego che qualche volta la fredda luce della scienza possa fare del bene, ma in un certo senso è l’opposto della scienza stessa. Molto lontano dall’essere conoscenza è, in effetti, la soppressione di quello che sappiamo. […] Bene, quello che voi chiamate ‘segreto’ è esattamente l’opposto. Non voglio uscire dall’uomo. Cerco di entrare nell’assassino… Ma è molto di più, non capite? Io sono un uomo. Sono sempre dentro un corpo umano e muovo le sue braccia e le sue gambe; ma, talvolta, mi calo nella parte dell’assassino, pensando quello che pensa lui, lottando con le sue passioni, finché ho assunto l’idea convinta del suo odio; finché vedo il mondo con lo strabismo insanguinato dei suoi occhi, guardando attraverso la concentrazione del suo lento sbattere di ciglia; guardando in prospettiva una strada dritta che porta a una pozza di sangue. Allora sono davvero un assassino”. […] Nessun uomo è buono, finché non sa quanto possa essere cattivo; […]  fino a quando non si è tolto di dosso anche l’ultima goccia di olio dei Farisei, la sua sola speranza è di catturare un criminale e tenerlo al sicuro sotto il suo cappello.


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