COMMENTO AL CATECHISMO DI SAN PIO X: n.150

Rubrica a cura di Pierfrancesco Nardini


Domanda: Il peccato veniale è dannoso all’anima?
Risposta: Il peccato veniale è dannoso all’anima perché la raffredda nell’amor di Dio, la dispone al peccato mortale, e la rende degna di pene temporanee in questa vita e nell’altra.


La spiegazione di San Pio X è chiarissima: il peccato veniale è dannoso per l’anima.

Per capire la sua pericolosità possiamo fare questi esempi. Se ci si trova dinanzi ad un pericolo evidente e grave (ad esempio qualcuno che sta per spararci), la reazione, anche solo istintiva, è immediata e forte (la situazione ci rende certi del pericolo). Se, però, siamo avvisati che una certa zona può essere pericolosa, perché frequentata da malviventi, la non immediata visibilità del reale pericolo, ci porta a sottovalutarlo, coi conseguenti rischi; oppure in situazioni in cui si è consapevoli che un certo comportamento non è dei più virtuosi, ma si nota che non comporta reali rischi, si continua ad averlo sempre più frequentemente, per abitudine, finché si incappa in un problema serio.

Insomma, il peccato veniale, in quanto spesso avvertito come non pericoloso, a volte proprio per la certezza che da solo non manda all’Inferno, porta i fedeli a caderci con più facilità, per la sottovalutazione che se ne fa. E così, a forza di commetterne, si cadrà molto più facilmente in un peccato grave.

La spiegazione chiara la dà il Dragone: “…l’amore di Dio ha bisogno di essere continuamente nutrito e alimentato da nuova esca, come il fuoco. Sono esca le opere buone, gli atti di fervore e di amore. Se diminuiscono le opere di amore, la carità a poco a poco illanguidisce e il peccato veniale diviene più frequente”.

Cadere nel peccato veniale diminuisce, raffredda l’amore verso Dio, come il fuoco dell’esempio del Dragone, e comporta il caderci sempre più. La pericolosità subdola del peccato veniale è l’abituare l’anima a convivere col peccato, perchè ne affievolisce il senso della colpa. Se ci si abitua a non avere il rimorso del peccato, pian piano la coscienza si intorpidirà e si alzerà la nebbia anche sull’orrore per quello grave, così da arrivare quasi inevitabilmente a caderci.

L’esempio di Giuda è calzante: l’abitudine ai piccoli furti lo aveva portato a preoccuparsi più dei suoi interessi, delle sue tasche che dell’amore verso Gesù. Alla fine, intorpidita l’anima e velato il senso di colpa e di orrore per il peccato, arrivò alla conseguenza estrema che tutti conosciamo.

C’è sempre qualcuno che minimizza il ragionamento ora fatto, sostenendo che si esagera e che il peccato veniale, proprio perché veniale, non sarebbe tutto questo gran danno, che non comportando l’Inferno, “si fa una zucca di un cecio”. Non è così, salvo una fede flebile e un’intenderla come “tirare a campare”, puntare al “meno peggio”.
È un discorso, infatti, che non tiene conto dell’amore verso Dio e dell’incidenza per la nostra anima di passare quanto meno tempo possibile nel Purgatorio (che non è una passeggiata, come alcuni lo dipingono).

Non si deve non peccare per raggiungere in qualche modo il Paradiso, ma perché, amando Nostro Signore, non Lo si vuole offendere. E lo si offende anche con il peccato veniale. Non si deve peccare nemmeno venialmente, per evitare il Purgatorio o per starci il meno tempo possibile, sempre per lo stesso motivo: l’amore di Dio ci spinge a volerLo vedere quanto prima.

Perché, se è vero che “il peccato veniale non separa l’uomo da Dio, e quindi non può essere castigato dalla privazione eterna di Lui”, è altrettanto vero che “è sempre una colpa, e quindi merita una pena temporanea che dovrà essere scontata in questa vita con la penitenza o nell’altra vita, in Purgatorio, con la privazione temporanea della visione di Dio e con altre giuste pene” (Dragone).


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