Commento al Catechismo di San Pio X (n.225)

A cura di Pierfrancesco Nardini


Domanda: Che ci ordina il quarto precetto: soccorrere alle necessità della Chiesa, contribuendo secondo le leggi e le usanze?
Risposta: Il quarto precetto: soccorrere alle necessità della Chiesa, contribuendo secondo le leggi e le usanze, ci ordina di fare le offerte stabilite dall’autorità o dall’uso, per il conveniente esercizio del culto e per l’onesto sostentamento dei ministri di Dio.


Il quarto precetto della Chiesa richiama i fedeli ad un dovere spesso trascurato: il sostegno materiale della Chiesa stessa. La vita cristiana non è mai solo spirituale o “interiore”; è sempre e comunque immersa nella vita terrena, ha sempre bisogno di incarnarsi in gesti concreti, che comprendono anche l’uso dei beni temporali. La Chiesa, infatti, non è un’idea astratta, ma una realtà visibile, composta di uomini e donne che necessitano di mezzi concreti per il culto e per la vita ordinaria dei ministri di Dio.

Cristo stesso ha posto questo principio: “Chi lavora ha diritto alla sua ricompensa” (Lc 10, 7). Gli Apostoli, inviati ad annunciare il Vangelo, non dovevano procurarsi da soli tutto il necessario, ma vivere della generosità dei fedeli. Questo non per un privilegio umano o per sfruttare i fedeli, come alcuni sostengono, ma perché il sacerdote non appartiene più a sé stesso: egli è interamente dedicato a Dio e al servizio delle anime. È un concetto molto complicato da capire in questi tempi, immersi nell’immanenza, ma è esattamente questo.

San Paolo ribadisce: “Così anche il Signore ha disposto che quelli che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo” (1Cor 9, 14).
Sia chiaro, ancora una volta contro le credenze e le dicerie di un mondo ormai del tutto lontano dalle realtà ecclesiali: la Chiesa non ha mai inteso questo come una forma di arricchimento, ma come un sostegno onesto e dignitoso, proporzionato alla missione del clero e alle necessità del culto divino. Nulla più che sostentamento, il minimo indispensabile per vivere.

Il precetto non riguarda solo il sostentamento dei ministri, ma anche il decoro della liturgia e l’esercizio del culto. Questo infatti è importante, come insegnava San Francesco d’Assisi che vestiva da poverello ma pretendeva oro e bellezza per l’altare di Dio. Fin dai primi secoli, i fedeli offrivano non solo denaro, ma anche beni alimentari o materiali utili per la celebrazione dei Sacramenti, soldi e aiuti economici per la costruzione e il mantenimento di magnifiche chiese. Se ci si pensa, il grandissimo patrimonio artistico e monumentale vantato dall’Italia nasce in grandissima parte dalle iniziative della Chiesa nei secoli passati. E molto con l’aiuto dei fedeli che non lo facevano sotto forzatura o solo per paura di peccare, ma per la spontanea e soggettiva volontà di rendere onore e gloria a Dio anche con i posti dove celebrare la Messa.

Sant’Agostino scriveva: “Non disprezzare di dare il tuo pane, perché tu stesso sei un pane destinato a Dio” (Sermo 56). L’offerta diventa allora un atto di penitenza, un sacrificio che lega il fedele più intimamente alla vita della Chiesa. Se al tempo di San Pio X e prima la società rurale e parrocchiale favoriva un rapporto diretto tra fedeli e clero, oggi il quadro è molto diverso. Lo Stato, in molti Paesi, interviene nel sostegno economico della Chiesa attraverso strumenti fiscali o accordi giuridici. Non c’è più quindi l’emergenza di aiutare i propri pastori. Non possiamo, tuttavia, dimenticare che questo non esime il singolo battezzato dalla responsabilità personale. Anzi, il rischio odierno è proprio quello di delegare tutto alla macchina burocratica, smarrendo il senso vivo dell’offerta.

Il fedele non deve limitarsi ad un gesto “automatico” imposto dalla legge e fatto oramai solo dando gli spiccioli durante la Messa, ma ricordarsi che il culto divino, la bellezza delle chiese, la formazione dei sacerdoti e il sostegno dei religiosi dipendono anche dalla sua generosità. Un popolo che non sostiene la propria fede materialmente, alla lunga finirà per impoverirsi anche spiritualmente.

Il quarto precetto ci ricorda che la fede costa, non solo in termini spirituali, ma anche materiali. E questo -attenzione!- non è un difetto, bensì un tratto della Verità Cattolica, che non separa mai l’anima dal corpo. Offrendo parte dei nostri beni, pur piccoli, noi riconosciamo che tutto ci è stato donato da Dio e che a Lui ritorna. Come insegna san Tommaso: “La liberalità è una virtù, perché attraverso essa l’uomo usa bene delle ricchezze, offrendole per il bene della comunità e per il servizio di Dio” (Summa Theologiae, II-II, q.117, a.5).


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