COMMENTO AL CATECHISMO DI SAN PIO X (nn.190-191)

A cura di Pierfrancesco Nardini


Domanda: Che cosa ci ordina il quarto comandamento: onora il padre e la madre?
Risposta: Il quarto comandamento: onora il padre e la madre, ci ordina di amare, rispettare e ubbidire i genitori e chiunque ha potestà sopra di noi, cioè i nostri superiori in autorità

Domanda: Che ci proibisce il quarto comandamento?
Risposta: Il quarto comandamento ci proibisce di offendere i genitori e i superiori in autorità e di disobbedirli


Dopo i primi tre Comandamenti che hanno come oggetto l’amore verso Dio, gli altri hanno ad oggetto l’amore verso il prossimo.
È naturale che il quarto sia quello di onorare il padre e la madre, in quanto diventa un giusto punto di collegamento, di passaggio tra i primi tre e gli altri: nella famiglia, e nelle relazioni che nascono al suo interno, in particolar modo nella paternità, nella maternità, nella filiazione, si deve infatti riscontrare una partecipazione/compenetrazione dell’amore divino con quello umano, nel concepimento, ma anche nelle grazie che Dio assicura ai genitori nelle loro funzioni.
La paternità di Dio, “dal quale ogni paternità nei Cieli e sulla terra prende nome” (Ef 3, 15), è il fondamento dell’onore dovuto ai genitori.
È Nostro Signore Gesù stesso a confermarci questo Comandamento, quando dice “voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore” (Col 3, 20). Soprattutto Cristo ci ha dato l’esempio più chiaro di questo: “stava loro sottomesso” (Lc 2, 51).
Quello che il Signore ci ordina qui è dunque “amare, rispettare e ubbidire i genitori”, perché ad essi dobbiamo riconoscenza per averci messo al mondo, ci dedicano la vita e il lavoro per permetterci di crescere, di imparare, di vivere.
Si concreta in obbedienza e docilità verso di loro e le loro decisioni, con rispetto anche nei modi. Soprattutto finché si è loro soggetti e si dipende da loro.
Il fatto che, in modo naturale, questo dovere dei figli cessi con la loro emancipazione, ossia con il loro diventare maturi (oltre che maggiorenni), diventando autonomi e, a loro volta genitori, non toglie che non finisce mai il rispetto e l’onore da dare ai propri genitori.
Semmai questa seconda fase della vita dei figli comporta per loro responsabilità diverse, come l’aiuto materiale e morale ai genitori che si avviano verso la vecchiaia o in caso di malattie. “Due sono le prestazioni a cui hanno diritto i genitori: la prima essenziale, la seconda accidentale. Essenzialmente essi hanno diritto a quanto esige la paternità come tale: cioè, essendo il padre in uno stato di superiorità, in quanto causa del figlio, da questo gli è dovuto rispetto e obbedienza. Accidentalmente però il padre ha anche il diritto di ricevere qualcosa per quanto gli può capitare” (Summa Theologiae, II-II , q. 101, a. 2)
Molti intendono questo Comandamento come una sorta di autorità e potere infinito per tempo e per modalità dei genitori, quasi essi fossero i proprietari dei figli, quasi i figli non fossero a loro volta persone, figli di Dio come loro. Non è ovviamente così: i genitori hanno dei limiti alla loro autorità, che sono dati dai doveri che a loro volta hanno nei confronti dei figli, tra cui quello di rispettare la loro personalità, le loro aspirazioni e le loro scelte nella vita (affettive e lavorative), di non eccedere nella severità delle punizioni e dei rimproveri.
Così i figli devono comprendere, in questo aiutati proprio dai genitori, che i vincoli familiari, seppur importantissimi, non possono diventare assoluti, che il primo loro obbligo è sempre seguire Gesù, così da non dover obbedire ad ogni ordine, se questo li allontana da Lui (“chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me”, Mt 10, 37).
Per questo è chiaro che, se i genitori comandassero o pretendessero qualcosa che è contrario alla Legge di Dio, sorge per i figli addirittura l’obbligo contrario di non obbedire, di anteporre la volontà divina alla loro: “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (Atti 5, 29).
Quanto sopra, porta a comprendere anche che non si deve nemmeno attribuire, sulla base del Comandamento in oggetto, una sorta di infallibilità o perfezione assoluta ai genitori, solo in quanto genitori. L’obbligo di onorare e amare i genitori non insegna questo.
Sono frequenti, purtroppo, situazioni in cui invece genitori si comportano in modo sbagliato, violento, possessivo, ecc… incidendo sulla vita dei figli in modo negativo e creando loro problemi, soprattutto quando questo avviene con i figli ancora piccoli.
L’onore e il rispetto deve essere dato indipendentemente, per la figura che i genitori hanno (cfr. Summa Theologiae, II-II , q. 101, a. 1), quella di chi dà la vita e sostenta i figli, perché, come detto, questo è un riferimento alla paternità divina. Non comporta però l’obbligo di accettare ogni loro decisione e di condividere i loro errori.
I figli non devono assumere atteggiamenti di giudizio e condanna estremi, ma solo dell’atto in sé compiuto dai genitori, sforzandosi di perdonare. Devono esercitarsi, con l’aiuto della preghiera, a essere comprensivi con i genitori, senza però negare la realtà di quello che è successo.
Questo porta anche alla legittimità di situazioni in cui i figli, per “difendersi” dai genitori, attuano tattiche che li tutelino, e tutelino i loro figli, da alcuni atteggiamenti che non si riesce a far finire (ad es. il figlio che diminuisce la frequentazione dei genitori che gli creano problemi nella propria famiglia, senza con ciò limitare l’aiuto materiale quando serve).
Si conclude ricordando un’esortazione della Sacra Scrittura, sempre utile: “Sii indulgente, anche se perde il senno, e non disprezzarlo, mentre tu sei nel pieno vigore. L’opera buona verso il padre non sarà dimenticata, otterrà il perdono dei peccati, rinnoverà la tua casa” (Sir 3, 13-14)


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