COMMENTO CATECHISMO DI SAN PIO X: n.242

a cura di Pierfrancesco Nardini


Domanda: Perchè dobbiamo amare il prossimo?

Risposta: Dobbiamo amare il prossimo per amor di Dio che ce lo comanda, e perchè ogni uomo è creato ad immagine di Dio, come noi, ed è nostro fratello.


In questa risposta, con poche parole, San Pio X indica ben tre ragioni, precise e chiarissime, per cui il cristiano deve amare il prossimo: per amore di Dio, perché Dio lo comanda e perché ogni uomo è creato a immagine di Dio. Non dice semplicemente che dobbiamo amare gli altri perché sono buoni, perché ci sono simpatici, perché condividono le nostre idee o perché si comportano bene con noi. Il fondamento dell’amore del prossimo è Dio. È importante partire da qui perché, se eliminiamo questo fondamento, rischiamo di trasformare la carità cristiana in qualcosa di molto diverso.

Nel numero precedente il Santo di Riese spiegava che Dio deve essere amato sopra ogni cosa. Ora mostra immediatamente una conseguenza di quell’amore: chi ama Dio non può essere indifferente alle creature che Dio ha voluto e creato a propria immagine. Nostro Signore unisce infatti i due comandamenti: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22, 37-39).

L’amore verso Dio e quello verso il prossimo non sono quindi due realtà separate. Esiste però un ordine preciso: il prossimo viene amato per amor di Dio. Non è Dio ad essere amato in funzione dell’uomo, ma l’uomo ad essere amato in Dio. Sant’Agostino lo spiegava in maniera particolarmente chiara: “(…) chiamo carità il moto dell’animo che tende a godere di Dio per se stesso, e di sé e del prossimo per Dio” (De doctrina christiana, III, 10, 16).

Queste poche parole aiutano anche a comprendere un possibile equivoco purtroppo molto presente nella società contemporanea. Amare il prossimo non significa necessariamente approvare tutto ciò che pensa o tutto ciò che fa. Se così fosse, la carità diventerebbe indifferenza nei confronti della verità. Ed entrerebbe in contrasto con l’amore verso Dio. Come già spiegato, si può amare una persona e nello stesso tempo considerare sbagliato un suo comportamento. Si può desiderare sinceramente il suo bene e proprio per questo non incoraggiarla in qualcosa che considero dannoso per la sua anima.

Questo punto è diventato particolarmente difficile da comprendere oggi. Si tende sempre più spesso a identificare l’amore con l’accettazione, col non criticare. Se non approvi una scelta, se critichi un comportamento, se in generale riprendi una persona, sembra quasi inevitabile concludere che non la ami. La concezione veramente cattolica è differente: l’uomo deve essere amato proprio perché possiede una dignità che precede le sue scelte. È creatura di Dio e porta in sé l’immagine del Creatore.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più forti e importanti della risposta di San Pio X.

Nella sua risposta non dice che alcuni uomini sono immagine di Dio. Ricorda che lo è “ogni uomo”. Ricco o povero, intelligente o semplice, sano o malato, virtuoso o peccatore, amico o nemico: la dignità fondamentale della persona non dipende dall’utilità sociale, dal successo, dal consenso degli altri o dalle qualità che possiede, come oggi troppe volte invece sembra essere. La dignità dipende innanzitutto da ciò che è, ce l’hanno tutti.

Questo principio ha conseguenze molto concrete anche nel nostro tempo. Una società può diventare tecnologicamente più avanzata, più ricca e apparentemente più libera ma, nello stesso tempo, perdere progressivamente la capacità di riconoscere il vero valore dell’uomo anche quando è debole, improduttivo, malato, anziano o semplicemente scomodo o antipatico. Il progresso materiale insomma non garantisce automaticamente un progresso morale.

Proprio per questo l’affermazione di San Pio X conserva intatta la sua forza anche ai nostri giorni: il valore dell’uomo non viene concesso dalla società. Viene prima della società, perché ha origine in Dio.

C’è un’altra conseguenza, altrettanto importante, da non dover dimenticare. Se ogni uomo è nostro fratello, la carità cristiana non può essere limitata al gruppo a cui apparteniamo. Non possiamo riservarla soltanto alle persone con cui condividiamo idee, cultura, interessi o convinzioni. Troppo facile così. San Tommaso d’Aquino ha ben spiegato che la carità nasce dalla partecipazione alla stessa beatitudine: Dio ne è il principio e gli uomini sono uniti dalla possibilità di parteciparvi (Summa Theologiae, II-II, q. 25, a. 12).

Ecco perché il cristiano deve desiderare per il prossimo non soltanto beni materiali, salute, tranquillità o successo. Deve desiderare soprattutto il suo bene ultimo: Dio.
Questo permette anche di capire perché la carità non elimina la giustizia. Altro problema del mondo attuale, aumentato dalla ultradecennale crisi nella Chiesa.
“Se Dio è buono, non condanna nessuno”, ci dicono. La conseguenza di questa assurda affermazione è che anche noi non dobbiamo condannare, giudicare. Mai.
Intanto, Dio è Buono, ma è anche Giusto. Pensare che non condanni significa attribuirgli ingiustizia, e sarebbe una bestemmia.

È poi errata l’accezione che si dà al verbo “giudicare”: non è il giudizio condannato dal “nolite iudicare” di Lc 6, 37, non è il giudizio sulla persona, bensì il giudicare le cose oggettive (peccatore è “hai fatto un peccato oggettivo”, non “sei un uomo senza dignità alcuna”).

Amare una persona quindi non significa negare la responsabilità delle sue azioni, rinunciare a difendersi quando necessario o considerare equivalente il bene e il male. Significa invece non desiderare mai il male dell’altro come fine.

Si può chiedere giustizia senza odio, anche con amore. Si può condannare un’azione senza negare la dignità di chi l’ha compiuta. Si può perfino combattere un errore proprio perché si desidera il bene della persona che nell’errore si trova.

Il prossimo può perdere la nostra stima. Può perdere la nostra fiducia. Può rendere necessaria una prudente distanza. Può perfino dover rispondere davanti alla giustizia delle proprie azioni. Ma non cessa per questo di essere una creatura fatta a immagine di Dio. Non cessa il nostro dovere di amarlo per la sua dignità di creatura di Dio. Quanto è più difficile del semplice “amore” solo umano?

Il comando di amare il prossimo, quindi, non è un generico invito ad essere buoni. È qualcosa di molto più esigente. Significa imparare a guardare l’altro non soltanto con i nostri occhi, inevitabilmente condizionati da simpatie, antipatie, interessi e ferite personali, ma ricordando anzitutto…Chi lo ha creato.


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