A cura di Pierfrancesco Nardini
Domanda: Quando dobbiamo fare atti di fede, di speranza e di carità?
Risposta: Dobbiamo fare atti di fede, di speranza e di carità molte volte nella vita, e, in particolare, quando abbiamo tentazioni da vincere o importanti doveri cristiani da compiere, e nei pericoli di morte.
Con questo numero San Pio X passa dalla spiegazione delle tre virtù teologali al modo in cui esse devono essere esercitate nella vita quotidiana. Il passaggio è importante. Una cosa, infatti, è sapere che cosa siano la fede, la speranza e la carità; un’altra è metterle concretamente in pratica. Il Catechismo ci ricorda che non basta possedere queste virtù: bisogna anche esercitarle, alimentarle e renderle presenti nelle nostre azioni.
Nel concreto, però, che cosa significa fare un atto di fede, di speranza o di carità? Significa rivolgere consapevolmente il nostro animo a Dio, riconoscendo ciò che Egli è e ciò che dobbiamo a Lui.
Con l’atto di fede in particolare aderiamo alle verità che Dio ha rivelato e che la Chiesa ci insegna. Con quello di speranza confidiamo nella bontà divina, nelle Sue promesse e nell’aiuto della Sua grazia per raggiungere la salvezza eterna. Con l’atto di carità amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amor suo.
Non si tratta, come si nota, di semplici formule da imparare a memoria, anche se le formule tradizionali della Chiesa sono strumenti preziosi per esprimere questi atti.
Il punto essenziale è che alle parole corrisponda una reale disposizione dell’anima. E anche una reale concentrazione su quel che stiamo facendo. Possiamo infatti recitare perfettamente un atto di fede senza prestare attenzione a ciò che stiamo dicendo o un atto di carità e, pochi minuti dopo, comportarci come se Dio non avesse alcuna importanza nella nostra vita.
Quello che il Santo di Riese insegna in questo numero è che la ripetizione delle formule, da sola, non garantisce quindi una vita cristiana autentica. Attenzione, non sta dicendo che esse siano inutili. Al contrario, proprio perché siamo creature deboli, abbiamo bisogno di strumenti che ci aiutino a mantenere rivolti a Dio la mente e il cuore. Il problema nasce quando il mezzo viene scambiato per il fine, ossia attribuire alla semplice e sola recitazione della formula un valore autonomo, dimenticando lo scopo per cui quella formula esiste: entrare in relazione con Dio, adorarlo, amarlo e unirsi alla Sua volontà.
San Pio X precisa che questi atti devono essere compiuti molte volte durante la vita. Non soltanto nelle occasioni solenni o quando partecipiamo alle funzioni religiose.
In pratica, la fede, la speranza e la carità devono accompagnare la nostra esistenza ordinaria.
E qui emerge una prima considerazione particolarmente attuale. La società contemporanea ha progressivamente moltiplicato le occasioni di distrazione. Siamo continuamente sollecitati da informazioni, immagini, comunicazioni e impegni che occupano la nostra attenzione. Abbiamo strumenti che ci permettono di raggiungere in pochi secondi persone lontanissime, ma possiamo trascorrere intere giornate senza rivolgere consapevolmente un pensiero a Dio. Il rischio non consiste necessariamente nel dimenticare o proprio rifiutare apertamente la fede. Esiste anche una forma più silenziosa di allontanamento: vivere come se Dio non fosse necessario. Ed è quella più frequente. Si continua magari a credere nella sua esistenza, ma nelle decisioni, nelle preoccupazioni e nei progetti quotidiani il riferimento a Lui diventa sempre più marginale. E da lì a credere in modo diverso, a crearci nostri idoli che non corrispondono al vero Dio è un attimo.
È proprio contro questa separazione tra fede professata e vita vissuta che il Catechismo richiama la necessità di esercitare frequentemente le virtù teologali. Non senza motivo Gesù Cristo stesso ci ricorda che senza di Lui non possiamo fare nulla (Gv 15, 5). Ovviamente non per dire che l’uomo sia incapace di compiere qualsiasi azione naturale senza un esplicito riferimento a Dio. Le parole di Gesù significano che, nell’ordine soprannaturale, non possiamo raggiungere il nostro fine ultimo contando soltanto sulle nostre forze.
La vita cristiana non è un’impresa che l’uomo possa realizzare autonomamente, affidandosi esclusivamente alla propria volontà. Ha necessariamente bisogno della grazia divina. Ma in primis si deve eliminare l’orgoglio, il nemico più complicato da combattere. Poi non lasciarsi trascinare dagli eventi quotidiani che portano al passare veloce dei giorni come in una catena di montaggio.
Ed è proprio per mantenere viva questa disposizione che San Pio X insiste sulla frequenza degli atti di fede, speranza e carità. E ricorda anche le circostanze nelle quali essi diventano particolarmente necessari.
Le tentazioni (facile dichiararsi cristiani quando non si deve rinunciare a nulla, un po’ più complicato quando ci troviamo davanti a una scelta che mette alla prova la nostra fedeltà ai comandamenti), che richiedono appunto che la fede non rimanga un’affermazione teorica. “Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione” (Mt 26, 41).
La seconda circostanza indicata dal Catechismo riguarda gli importanti doveri cristiani (ad es. le responsabilità dei genitori) che comportano l’obbligo di difendere la verità anche quando farlo comporta conseguenze spiacevoli.
Questo insegnamento contrasta con una delle tendenze più diffuse della mentalità contemporanea: considerare l’autonomia individuale come criterio sufficiente per stabilire ciò che è bene e ciò che è male.
La libertà viene spesso interpretata come possibilità di decidere senza dover rispondere a una legge morale superiore.
Nella concezione cattolica, invece, la libertà non consiste nel poter fare indifferentemente il bene o il male, ma nel poter scegliere consapevolmente il bene.
L’uomo non diventa più libero quando elimina Dio dalle proprie decisioni. Rischia, anzi, di diventare maggiormente dipendente dalle proprie passioni, dalle convenienze e dalle opinioni dominanti.
San Pio X poi indica anche i pericoli di morte. La fine della vita non è argomento da evitare e temere, come spesso avviene ai nostri giorni. È semmai una realtà a cui prepararsi. Gli atti di fede, speranza e carità ci aiutano proprio a ricordare che la nostra esistenza non ha in noi stessi il proprio fine ultimo.
Altro errore da evitare è credere che questi atti sostituiscano i sacramenti. Messa e Sacramenti sono insostituibili.
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri

Be the first to comment on "COMMENTO CATECHISMO DI SAN PIO X: n.244"