COMMENTO CATECHISMO SAN PIO X: n.149

Rubrica a cura di Pierfrancesco Nardini


Domanda: Perché il peccato non grave si chiama veniale?
Risposta: Il peccato non grave si chiama veniale, cioè perdonabile, perché non toglie la grazia, e può aversene il perdono col pentimento o con opere buone, anche senza la confessione sacramentale.


Nel riportarsi a quanto detto nei precedenti commenti sul peccato veniale e sull’opportunità di non accumularne, nonostante la minor gravità, si deve sempre ricordare il diverso peso che questo ha sulla nostra anima rispetto a quello mortale e nell’amicizia con Dio. Non per caso il nome scelto è veniale, che deriva dal latino “venia” che significa perdono.

È un peccato che non danna eternamente l’anima, ma che “solo” raffredda l’amicizia divina; quindi, data la Bontà infinita di Dio, basta davvero poco per riaccendere, riscaldare nuovamente il rapporto.

Come spiega San Pio X, infatti, non serve nemmeno la Confessione per potersi liberare di un peccato veniale. Sono sufficienti pentimento e/o opere buone. A volte basta un segno di croce con acqua benedetta o un atto di dolore recitato con sincerità.È come un bimbo che dice una bugia al padre. Quest’ultimo ci può rimanere male, ma bastano le scuse del figlio per scioglierlo e far passare tutto.

Molto utile ed efficace è anche l’esempio, riportato dal Dragone, di San Giacomo e San Giovanni che mandano la madre a chiedere a Gesù i primi posti nel futuro regno per loro (Lc 9, 51-55). Seppur non conveniente, questo atteggiamento non li espose alla perdita dell’amicizia di Cristo, il quale, dopo averli rimproverati e dopo aver capito il loro pentimento, torno ad amarli come prima.

Quanto detto non deve però illudere i fedeli che il peccato veniale non lasci strascichi, seppur minimi rispetto al peccato grave. Come spiega il Dragone, il peccato veniale, infatti, “non merita la dannazione eterna, ma una pena temporanea”, per cui delle conseguenze ci sono anche per peccati lievi.

Non sarebbe, infatti, giusto se un peccato non comportasse una pena, seppur minima. Non sarebbe intanto aderente alla Giustizia perfettissima di Dio, ma, anche, non sarebbe conveniente, perchè non “educativo” per i fedeli. Questi ultimi, senza una pena conseguente a un peccato, avrebbero l’insegnamento di poter peccare impunemente.

Lo strascico più importante, però, ci si permetta, “poco veniale” per l’anima, è quello successivo, quello che ci si ritroverà nella vita eterna. Se è vero che il peccato veniale è facilmente emendabile, è altrettanto vero che comporta una pena.

Il Dragone specifica che è “pena temporanea”, quindi che non porterà all’Inferno. Si potrà, infatti, scontare con una penitenza, ma, e a questo si deve porre l’attenzione, anche in Purgatorio.

Siamo sempre nel campo della differenza ontologica tra soprannaturale e umano, tra Dio e uomo, tra Creatore e creatura, che, seppur da molti oggi ignorata o volutamente non tenuta in conto, continua a incidere in modo fondamentale.

Ogni peccato commesso, anche veniale, è comunque un’offesa a Dio. La pena per i peccati veniali, proprio per quella differenza ontologica suddetta, potrebbe non essere esaurita in questa vita, mandando così l’anima nel Purgatorio.

La vera conseguenza negativa sarà dunque un procrastinare la visione beatifica di Dio.

Non sarà certamente pesante come in caso di peccato mortale confessato, di certo però, per quanto leggera la pena, si dovrà sempre tenere a mente questa conseguenza così da avere una ritrosia anche verso i peccati veniali, oltre, ovviamente in primis, per l’amore ache a Dio si deve.


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