COMMENTO CATECHISMO SAN PIO X: n.245

A cura di Pierfrancesco Nardini


Domanda: È bene fare spesso atti di fede, di speranza e di carità?

Risposta: È bene fare spesso atti di fede, di speranza e di carità, per conservare, accrescere e rafforzare virtù tanto necessarie, che sono come le parti vitali dell’ “uomo spirituale”.


Il numero precedente del Catechismo ci ha spiegato quando dobbiamo compiere atti di fede, di speranza e di carità. Con questo nuovo numero San Pio X approfondisce l’argomento, chiarendo perché sia importante ripeterli frequentemente.

L’espressione del Santo di Riese sulla quale vale la pena soffermarsi è che queste tre virtù sono le parti vitali dell’uomo spirituale. Non si tratta di una semplice immagine, ma di una metafora ben studiata ed efficace. Come il corpo umano ha bisogno di organi vitali per continuare a vivere, così l’anima ha bisogno delle virtù teologali per vivere soprannaturalmente, in unione con Dio.

La fede, la speranza e la carità non sono, dunque, elementi accessori della vita cristiana. Non rappresentano qualità riservate solo a chi desidera raggiungere una particolare perfezione spirituale. Sono anzi necessarie a ogni cristiano.

La fede ci permette di credere alle verità rivelate da Dio. La speranza ci sostiene nel cammino verso la salvezza eterna, confidando nelle promesse divine e nell’aiuto della grazia ed evitando la disperazione. La carità ci porta ad amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amor suo.

Queste virtù sono soprannaturali, non sono quindi semplicemente il risultato della nostra educazione o del nostro impegno personale. Sono infuse da Dio nell’anima e ci rendono capaci di orientarci verso un fine che supera le nostre possibilità naturali: la vita eterna. Non possiamo quindi considerarle alla stessa maniera delle comuni qualità umane.

Se si può diventare più pazienti esercitandoci nella pazienza, più prudenti attraverso l’esperienza, più disciplinati ripetendo determinati comportamenti, non si può, invece, esercitarci e produrre da soli la fede, la speranza e la carità soprannaturali. Abbiamo bisogno della grazia divina.

Questo non significa, però, che il nostro comportamento sia indifferente. Non può liberarci dalle nostre responsabilità e dai nostri doveri. È esattamente il contrario, proprio perché queste virtù sono doni preziosi, dobbiamo custodirle ed esercitarle, cooperando con la grazia ricevuta.

Ed è qui che troviamo il significato della risposta di San Pio X in questo numero. Egli utilizza tre verbi: conservare, accrescere e rafforzare. Non lo fa a caso. Intende dirci:
“conservare”: non trascurare la vita spirituale (un cristiano può conoscere perfettamente le principali verità della fede e, nello stesso tempo, vivere come se esse non avessero alcuna conseguenza concreta. Non è, tra l’altro, una contraddizione che riguarda soltanto i cristiani del nostro tempo.È una debolezza che accompagna l’uomo da sempre). “Accrescere” e “rafforzare”: la vita cristiana, infatti, non dovrebbe essere concepita come una condizione raggiunta una volta per tutte.

La salvezza della propria anima richiede una continua cooperazione con la grazia di Dio. E gli atti di fede, speranza e carità sono strumenti importanti per esercitare queste virtù e disporci a ricevere più abbondantemente l’aiuto divino.

Ovviamente non è la semplice ripetizione delle formule a produrre automaticamente un aumento della grazia. Non sono formule magiche. È Dio che santifica l’anima, mentre l’uomo è chiamato a corrispondere liberamente alla sua azione. Si deve fare particolare attenzione a questo aspetto. Esiste il rischio di considerare la vita religiosa come una somma di pratiche da compiere. Preghiere, devozioni, pratiche compiute senza una reale adesione interiore, rischiano di perdere gran parte del loro significato e valore spirituale. Si deve sempre tenere a mente che le formule sono un mezzo. Il fine è l’unione con Dio. Sant’Agostino, all’inizio delle Confessioni, scrive: “Ci hai fatti per te e inquieto è il nostro cuore, finché non riposa in te” (Confessioni, I, 1, 1): il Santo di Ippona ci aiuta a comprendere perchè la vita spirituale non possa essere ridotta a un insieme di abitudini esteriori. L’uomo è stato creato per Dio. Nessun bene terreno, per quanto legittimo e desiderabile, può sostituire completamente il rapporto con il Creatore.

C’è infine un altro aspetto che non dobbiamo trascurare. Le virtù teologali sono sì necessarie alla nostra salvezza, ma questo non significa che siano il riparo dalle conseguenze del peccato. La carità soprannaturale viene perduta con il peccato mortale e può essere recuperata attraverso la grazia di Dio, ordinariamente mediante il sacramento della Penitenza. La fede e la speranza possono rimanere nell’anima anche dopo la perdita della carità, ma non costituiscono da sole quella vita soprannaturale pienamente ordinata a Dio che richiede lo stato di grazia. Ecco perché la vita cristiana non può limitarsi alla ripetizione meccanica e abitudinaria degli atti delle tre virtù. Sono indispensabili anche la vigilanza sul peccato, la preghiera, la partecipazione ai sacramenti e l’osservanza dei comandamenti.

L’attuale società tende a misurare il valore delle cose soprattutto in base alla loro utilità immediata. Sembra aver moltiplicato le occasioni per vivere una perfetta separazione tra fede professata e vita quotidiana. La religione viene spesso considerata una questione privata, da confinare in alcuni momenti della settimana o in determinate circostanze. In questo modo la fede rischia di diventare un’appartenenza culturale piuttosto che il principio che orienta l’esistenza.
L’insegnamento ricordatoci da San Pio X ci richiama invece a una prospettiva completamente diversa. Non bisogna permettere che le occupazioni quotidiane, le preoccupazioni e gli interessi terreni finiscano per allontanarci dal nostro fine ultimo: la salvezza eterna.


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