Rubrica a cura di Pierfrancesco Nardini
Domanda: Che ci proibisce il sesto comandamento: non commettere atti impuri?
Risposta: Il sesto comandamento: non commettere atti impuri ci proibisce ogni impurità; perciò le azioni, le parole, gli sguardi, i libri, le immagini, gli spettacoli immorali.
L’avvertenza del Dragone all’inizio del commento di questo numero rende talmente bene l’idea della sua delicatezza che si ritiene utile riportarlo in toto. “Nota bene. Spiegando il sesto comandamento il catechista si tenga sulle generali, come fa il testo del catechismo, per non suscitare la curiosità morbosa dei fanciulli e non turbare la loro innocenza. L’ambiente della scuola è il meno adatto per spiegazioni di questo genere. Se qualche fanciullo fa domande delicate non gli risponda davanti a tutti. Esorti inoltre a non tacere mai nulla in confessione, perché i peccati contro il sesto e il nono comandamento causano maggiore vergogna e più facilmente vengono taciuti in confessione. Il quinto comandamento mira a tutelare la vita umana già sviluppata. Il sesto alla protezione della vita nelle sue origini e nella sua preparazione. Per propagare la vita umana sulla terra Dio ha posto la distinzione dei sessi e la loro attrazione reciproca. La vita può sbocciare e svilupparsi soltanto nel santuario della società familiare, fondata sul matrimonio. Cercare fuori del matrimonio i piaceri connessi agli atti dai quali sorge la vita è contro la legge divina e naturale. Il sesto comandamento proibisce gli atti esterni contrari alla legge che regola la propagazione della vita, il nono comandamento proibisce gli atti interni della stessa specie. Questi atti si dicono impuri o immorali”.
Chiarissimo nella sua avvertenza, questo passo evidenzia in particolare l’attenzione da mettere nel parlare degli atti cosiddetti impuri o immorali. Lo stesso spiegare questo numero, infatti, se pur con ogni buona e pia intenzione, può far cadere nel rischio di incuriosire chi ascolta, ottenendo l’effetto opposto, quello di intrigare e spingere verso “l’approfondimento” di certe azioni.
Non è affatto superflua una tale precisazione, perché la mente umana è molto ricettiva e anche “silenziosa” nell’attivare alcune attenzioni verso determinate materie: ci vuole davvero poco per stuzzicarla e accendere una morbosa curiosità. Sono anche tempi in cui non si sta più attenti al modo di parlare, si è di fatto sdoganato l’uso di brutte parole e il discorrere e lo scherzare su certi argomenti come normalità.
Altro punto chiaro è il collegamento, ben evidenziato dal passo citato, del Sesto Comandamento con il Nono, tanto che, ad esempio, lo Jone, nel suo Compendio di teologia morale, li tratta insieme: ambedue “causano maggiore vergogna e più facilmente vengono taciuti in confessione” e per questo i peccati contro questi Comandamenti sono ancora più pericolosi per le nostre anime. Proteggono in pratica lo stesso bene, quello della purezza dell’anima e del corpo (in cui è inclusa la mente, sede dei pensieri), quello della propagazione della vita. Il sesto proibisce gli atti esterni contro la castità, il nono quelli interni.
Le azioni immorali a cui si riferiscono questi Comandamenti sono quelle che portano alla fornicazione (compimento degli atti sessuali al di fuori del matrimonio con persone dell’altro o dello stesso sesso) o all’autoerotismo. Sono però altrettanto gravi le parole immorali, così come gli sguardi e i libri immorali, e le immagini e gli spettacoli che fanno vedere persone nude o in atteggiamenti provocatori.
C’è ormai una banalizzazione di certi atti, la non avvertenza della loro serietà e la conseguente gravità del peccato. Non si conosce e riconosce più che il contravvenire al Comandamento in oggetto sia peccato.
Si tratta di sviare la funzione della sessualità da quella stabilita da Dio al momento della creazione dell’uomo in qualcosa di assolutamente diverso, in qualcosa indirizzato solo al piacere personale privo di responsabilità.
Si deve sempre ricordare, comunque, per non cadere in eccessi opposti di purismo e di condanne estreme verso le persone, che “il peccato non consiste nel conoscere, e neppure nel sentire l’attrattiva del male, ma nel volerlo. Non è peccato conoscere a tempo e luogo (per esempio, prima del matrimonio) certi misteri delicati della vita, non è peccato neppure essere contenti di conoscerli, ma è peccato essere contenti e godere delle azioni cattive. Non è peccato sentire tentazioni contrarie alla purezza, quando non si siano volute e cercate, ma è peccato acconsentirvi” (Dragone).
La conoscenza spesso è necessaria anche per prevenire, per evitare di cadere, per evitare a sé e agli altri (ad esempio i figli) i pericoli (per l’anima e per il corpo) di certe condotte, o, per i sacerdoti confessori, per essere preparati al momento della Confessione. Si capisce, quindi, che in sé non può essere un peccato. Come ogni cosa il peccato è l’uso che se ne fa, il piacere illecito che se ne trae.
Così, dunque, non è peccato conoscere certi argomenti, ma, allo stesso tempo, la necessità di conoscere non può essere a sua volta una giustificazione, una scusa per fare qualsiasi cosa, per cadere in una morbosa curiosità, per mettere in atto quanto conosciuto, mettere in pratica per approfondire.
Di fronte a certi argomenti la cosa più sana da fare è mortificare la curiosità.
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri
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