SOSTA: E’ vero che nella società romana, poco prima dell’Incarnazione, era diffusa la malinconia?

Leggiamo da Luca 2,8-11: “Ora, un angelo del Signore apparve (ai pastori), e la gloria del Signore li avvolse di luce, sicché furono presi da un grande timore. Ma l’angelo disse loro: ‘Non temete: ecco, vi porto una lieta novella, che sarà di grande gioia per tutto il popolo: oggi ci é nato nella città di Davide il Salvatore, che é Cristo Signore.”

Numerose fonti storiche affermano che al tempo della nascita di Gesù era diffuso un sentimento di scoraggiamento, di sfiducia nei confronti dell’avvenire. Si avvertiva quasi che il futuro potesse riservare solo caos e nulla.

Eppure le legioni romane avevano raggiunto i remoti confini dell’Eufrate e dell’Oceano. Le riforme augustee portavano ordine e tranquillità nella res-publica. I prodotti dell’Oriente, diffusi a Roma, contribuivano a fare ricca e lussuosa la vita.

Ma il dolore cosmico di Lucrezio e lo smarrimento individualistico di Catullo e degli altri Poeti Nuovi, solo superficialmente mascherati dall’apoteosi osannante della Missione Romana, travolgevano ancor più le coscienze.

Era il naturale sentimento della precarietà della vita, reso ancor più tragico dall’impossibilità di allungare lo sguardo oltre di essa o, il che é peggio, dalla concezione di una parvenza di vita ultraterrena che il comportamento morale non avrebbe mai potuto modificare, né la pietà religiosa rendere meno ostile.

Properzio ammonisce: “Son pur qualcosa gli spiriti dei morti, la morte non tutto finisce” (Elegie, IV, 7, v. 1). Ma doveva aggiungere sconsolato: “La nera porta degli Inferi non s’apre dinanzi a nessuna preghiera” (Ivi, IV, 11, v.2). E gli faceva eco Virgilio nell’Eneide: “Smettila di sperare di poter cambiare con le preghiere quanto é deciso dal fato” (Eneide, VI, v. 376).

Insomma, era come se il mondo romano, pervenuto all’apogeo della sua gloria, avvertisse la pena di non poter costruire un’altrettanto valida dimensione ultra fines vitae. Per questo, ma inutilmente, si cercava d’importare dall’Oriente, oltre al lusso e alle ricchezze, anche religioni nuove, che avrebbero potuto aprire nuovi orizzonti alla vita.

Da questo penoso stato nascevano negli uomini due atteggiamenti antitetici, ma risalenti alla stessa radice:

  • la speranza di Virgilio: “Ecco che appare una Vergine (…) ecco che una nuova creatura viene dal Cielo” (Ecloga, IV, vv. 6-7)
  • l’epicureismo di Orazio: “Cogli il momento che fugge, in quanto non c’é alcuna speranza nel domani” (Odi, I, 11, v. 8).

Quel senso di diffuso scoraggiamento prendeva sensibilmente forma nell’ansia di una società, in cui il crimine e l’offesa nei confronti della dignità dell’uomo erano all’ordine del giorno.

Insomma, dominava la malinconia, la noia di vivere e la tristezza…fin quando un angelo annunciò a dei semplici pastori una…buona novella.


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