SOSTA: Perché la vera felicità non è alternativa alla sofferenza…ma alla disperazione?

Se una persona soffre, vuol dire che non può essere felice? No. Questo è uno degli errori più diffusi. Molti pensano che la felicità sia l’assenza della sofferenza. In realtà, il contrario della felicità non è il dolore, ma la disperazione.

Il dolore è una prova che può avere un significato. La disperazione, invece, è la convinzione che quel dolore non abbia alcun senso e che non ci sia più nulla da sperare. È proprio la speranza che impedisce all’uomo di cadere nella disperazione.

Perché oggi molte persone, pur avendo tanti comfort, non sono felici? Perché i comfort possono alleviare qualche sofferenza, ma non rispondono alla domanda fondamentale sul significato della vita. Se tutto si riduce all’hic et nunc, cioè al “qui e ora”, ogni soddisfazione è destinata a svanire, lasciando un senso di vuoto.

Thomas Stearns Eliot, nel dramma Riunione di famiglia, descrive perfino la primavera, che normalmente richiama la gioia, come una stagione attraversata dal dolore e dal ritorno dei fantasmi del passato. Fa dire ad un personaggio di questa opera teatrale: La primavera è una perdita di sangue, una stagione di sacrificio…. È un’immagine che fa capire come, senza una speranza che vada oltre questa vita, perfino ciò che dovrebbe rallegrare l’uomo può trasformarsi in motivo di inquietudine.

Cosa, dunque, può salvare l’uomo dalla disperazione? La certezza che la vita abbia un significato che supera il tempo presente. Solo una speranza fondata su qualcosa di eterno impedisce al dolore di trasformarsi in disperazione.

Nel Diario di uno scrittore, Dostoevskji afferma: La più grande felicità è conoscere le cause dell’infelicità. L’uomo non diventa felice eliminando ogni sofferenza, ma comprendendone il senso. Quando il dolore trova un significato, non distrugge più il cuore dell’uomo, ma può persino diventare la strada verso la vera felicità.


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