Il 21 agosto del 1979 muore Giuseppe Meazza… lo sai che la sua mamma c’insegna molto?

Da Il Catechismo del Pallone di Corrado Gnerre

La mamma del grande Giuseppe Meazza (1910-1979) si chiamava Ersilia. Grande donna. Faceva la verduraia a Milano, a piazza Vittoria. Il suo piccolo Giuseppe, che già stravedeva per la sfera di cuoio (da bambino poteva giocare solo con una palla di stracci), aveva appena sette anni quando seppe che il papà era morto in guerra, era la Grande Guerra. La povera donna dovette vedersela da sola per mandare avanti la famiglia. E quando Giuseppe iniziò a calcare i campi di calcio più importanti, mamma Ersilia a cosa pensò? Nella sua praticità aveva capito che dare calci al pallone sarebbe stato il lavoro del suo Giuseppe, allora decise di far dire una Messa prima di ogni partita; e il suo Pepìn divenne quello del “faso tutto mi!”. Anche chi non conosce il milanese, sa bene cosa significhi: “faccio tutto io!”. Meazza prendeva il pallone, dribblava il dribblabile … e insaccava impietosamente. Famoso il suo “gol a invito” con cui uccellava i portieri. Si trattava di una danza al centro dell’area, dove, ricevuto il pallone, il nostro attaccante attirava il portiere fuori dai pali, lo faceva cadere a terra con una finta e poi depositava con calma la sfera in fondo al sacco. Mitica fu la partita con l’Inghilterra ad Highbury. I Britannici snobbavano il Mondiale ritenendosi imbattibili. L’Italia aveva vinto l’edizione del ’34. Alla fine del primo tempo gli Azzurri soccombevano 3-0 e il granitico difensore Monti dovette uscire per infortunio. In quei tempi non erano previste sostituzioni e l’Italia finì in dieci, ma aveva Meazza che ne valeva due …e mamma Ersilia che certamente continuava a pregare. La partita terminò 3-2 con un’inaspettata rimonta azzurra che sfiorò il pareggio. I due gol ovviamente li fece il Pepìn. Il pubblico inglese s’inchinò dinanzi allo stile di Meazza che univa splendidamente classe e potenza.

Certo, le doti Giuseppe le aveva eccome, ma la fede della mamma e le Messe che faceva celebrare evidentemente producevano il resto. D’altronde il cattolicesimo afferma che Gratia perficit naturam, ovvero che la Grazia perfeziona la natura, cioè  la Grazia non sostituisce la natura, ma senz’altro la perfeziona, la fortifica, la orienta al suo giusto fine: la gloria di Dio. La mamma di Meazza di sicuro non conosceva l’espressione Gratia perficit naturam, ma altrettanto sicuramente conosceva il suo corrispettivo popolare: aiutati che Dio ti aiuta.

Eppure – se proprio vogliamo essere pignoli – una “caduta di fede” la ebbe la povera donna. Sentite questo episodio. Meazza ricevette la sua prima convocazione in Nazionale il 9 febbraio 1930 da parte del “tenente” Vittorio Pozzo. Si trattava di un’amichevole con la Svizzera da giocare a Roma. Ovviamente mamma Ersilia, saputa la notizia, abbandonò il suo bancone di frutta e acquistò i biglietti per un treno per Roma: “Il mio Pepìn certamente ha bisogno di me!”. Si giocò allo Stadio del Partito Nazionale Fascista. Gli spettatori si concentrarono su quel ventenne che aveva niente di meno tolto il posto all’oriundo Attila Sallustro, centravanti del Napoli. Il primo tempo fu un disastro. Meazza non ci stava con la testa …e con i piedi. Il pubblico iniziò a beccarlo con espressioni non proprio da gentiluomini: fischi e insulti grandinavano sul Pepìn. Mamma Ersilia non resistette; piangendo, abbandonò lo stadio e si rifugiò in albergo attendendo il figliuolo e forse si mise a pregare. Questi la trovò ancora piangente e lei gli disse: Figlio mio, non ce l’ho fatta. T’insultavano e sono andata via. Ma il Pepìn: Mamma, abbiamo vinto 4-2 ed io ho fatto una doppietta!

Nel secondo tempo era cambiato tutto. Le preghiere di mamma Ersilia non avevano fallito e il suo Pepìn aveva incantato.

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