Il 29 agosto del 1632 nasceva il filosofo John Locke. Colui che ci fa capire quanto il liberalismo sia tutt’altro che liberale

John Locke (1632-1704) non si laureò in filosofia ma in medicina, anche se esercitò questa professione in modo informale, con discreti risultati però, se è vero che operò con successo Lord Shaftesbury (1671-1713) e questi, per riconoscenza, lo fece suo collaboratore.

Le opere più importanti di Locke sono due: Saggio sull’intelletto umano e Due trattati sul governo, entrambi del 1690.

Nella prima, Locke afferma che le idee, sia semplici che complesse, su cui si fonda la conoscenza umana, non sarebbero innate, ma proverrebbero da due fonti: la sensazione e la riflessione. Qui sta il suo empirismo.

Attenzione però: Locke formula una critica all’idea di sostanza. Secondo lui la più importante idea astratta è quella di sostanza in generale. Egli distingue tra sostanze particolari, cui corrisponderebbero le idee complesse, e sostanza in generale, cui corrisponderebbe l’idea astratta di sostanza. Locke dice che l’uomo avrebbe idee chiare di sostanze particolari, ma non avrebbe nessuna idea chiara della sostanza in generale. Dice anche che saremmo certi dell’esistenza di sostanze corporee e sostanze spirituali, ma non della sostanza spirituale né della sostanza materiale. Insomma, la metafisica, in quanto studio dell’essere in quanto essere, salta. Per dirla in termini più semplici: la verità-verità non può essere conosciuta. Si possono conoscere solo verità parziali. Meglio ancora: si possono formulare solo opinioni.

La critica al concetto di sostanza è la negazione di ogni realtà che soggiace ai sensi. Locke ancora non compie questo passo, accontentandosi di affermare che la sostanza non è inconoscibile in se stessa ma solo per un’incapacità della mente umana. Lo faranno dopo di lui Berkeley e Hume: Berkeley per la sostanza materiale, Hume per la sostanza spirituale.

Dunque -secondo Locke- l’ambito della vera conoscenza è molto ristretto: oltre ad esso si estenderebbero le larghe fasce dell’opinione, che si fonderebbero sulla probabilità e caratterizzerebbero la maggior parte delle conoscenze di cui ci si serve nella vita quotidiana.

Con questa teoria della conoscenza si spiega anche il pensiero politico di Locke. Nel Saggio sulla tolleranza (1667) egli afferma che le questioni religiose devono essere di stretta competenza personale e completamente estranee alla giurisdizione dell’autorità civile; inoltre condanna ogni forma di coazione sulla coscienza dell’uomo in materia di credenze e pratiche religiose.

Il passaggio dallo stato di natura alla società politica -dice- sarebbe stato determinato sia dal desiderio degli uomini di vivere in comunità, sia dalla convinzione di poter evitare lo stato di guerra che l’abuso della libertà primitiva poteva comportare.

Solo la “maggioranza” deve detenere il potere in forza dell’adesione degli uomini alla società e lo può esercitare nelle forme più diverse (democrazia, oligarchia, monarchia).

E, per evitare il pericolo di un’eccessiva concentrazione di potere, come nella tirannia, il potere legislativo e il potere esecutivo dovrebbero essere nella mani di persone diverse.

Dal momento che Locke tutte queste cose soft le disse non perché convinto di un approccio rispettoso dell’uomo quanto perché rappresentative di un opportuno (secondo lui) allontanamento dalla metafisica, finì inevitabilmente con l’affogare nella contraddizione. E arrivò ad affermare opinioni che fanno letteralmente rizzare i capelli. Scrisse: “Il bambino può dimostrarvi che il negro non è un uomo.”[1] Condivise lo schiavismo di massa e riguardo agli irlandesi (cattolici) nel suo Trattato sulla tolleranza affermò: “(I papisti sono) sono come i serpenti, non si otterrà mai con un trattamento cortese che mettano da parte il loro veleno” Riguardo ai bambini poveri, che saranno insieme alle donne le prime vittime della furia capitalista nell’epoca dell’industrializzazione, sosterrà, insieme a Bentham, la necessità di “toglierli dalle mani dei genitori”, ancora piccolissimi, per farne dei buoni lavoratori nelle fabbriche e nelle miniere.[2]

Nessuna meraviglia: quando si perde l’evidenza razionale di Dio e la Sua signoria sulla vita, sulla storia e sul pensiero tutto diventa relativo e costretto a soggiacere a singole opinioni, che possono anche partire bene ma che spesso finiscono male.


[1] Cfr. M.Marsilio, Razzismo, un’origine illuminata, Firenze 2006.

[2] Cfr. D.Losurdo, Controstoria del liberalismo, Roma-Bari 2005.


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