Il Catechismo di San Pio X commentato per voi (n.101)

Rubrica a cura di Pierfrancesco Nardini


Domanda: Che cos’è il Purgatorio?
Risposta: Il Purgatorio è il patimento temporaneo della privazione di Dio, e di altre pene che tolgono dall’anima ogni resto di peccato per renderla degna di vedere Dio.


Come detto ampiamente nei precedenti commenti, le uniche anime che vanno direttamente in Paradiso sono quelle completamente pure alla morte.

“È quindi giusto, logico, necessario” (Dragone) che le anime che alla morte, pur in stato di grazia e quindi non destinate all’Inferno, hanno anche solo piccole macchie (peccati veniali: cfr. San Tommaso d’Aquino, De malo 7, 11) o residui di pena non scontati non possano avere subito la visione di Dio (si veda il commento al n. 99 per una breve spiegazione). “Bisogna dunque ammettere uno stato intermedio avente per fine la purificazione definitiva e pertanto temporaneo” (L. Ott, Compendio di teologia dogmatica; cfr. S. Tommaso d’Aquino, Sent. IV, d. 21, q. I a I qc. I).

Il motivo di questa differenziazione è che non si può arrivare alla presenza di Dio, Essere purissimo, con alcuna macchia, nemmeno di infinitesimale rilevanza. “La divina giustizia è inflessibile ed esige che si scontino tutti i debiti di pena fino all’ultimo quadrante o centesimo” e “soltanto quando essa è pienamente soddisfatta, le Anime Purganti sono degne di vedere Dio” (Dragone).

È comprensibile che Dio dia a ciascuno l’esattissima condizione relativa anche alla più infinitesima differenza con altri. Solo pensando che Dio non sia perfettamente giusto o che lo sia non in modo perfetto si può non comprenderlo o accettarlo.

Il Purgatorio è, dunque, un luogo reale dove, con temporanee pene del danno e del senso, le anime lavano le macchie (non indelebili, non gravi) rimaste dopo la morte per poi entrare in Paradiso.

L’esistenza del Purgatorio è di fede.

Si trova, intanto, in modo indiretto ma chiaro nella S. Scrittura.

In 2Mac 12, 42-46 si legge dei Giudei che pregavano per i loro defunti per il perdono dei loro peccati e dell’invio di un’offerta di duemila dramme d’argento a Gerusalemme: è allora chiaro che si credeva nella possibilità di aiutare i propri cari con le preghiere a scontare i peccati.

Tutta la vita della Chiesa è piena di fedeli che pregano per i loro defunti. Se non ci fosse il Purgatorio, perché la Chiesa non avrebbe scoraggiato tale pratica? Non avrebbe senso, anzi sarebbe anche contro le verità dell’eternità di Paradiso ed Inferno e delle condizione eterna delle anime. In quel caso, infatti, se si pregasse per le anime, indirettamente si negherebbe che chi è in Paradiso non potrà più uscirne, così come per chi è all’Inferno. “Se non ci fosse il Purgatorio, l’uso antichissimo e costante della Chiesa e dei fedeli di pregare per i defunti sarebbe inutile e ridicolo” (Dragone).

Nostro Signore disse che “a chi avrà parlato contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato, né in questo mondo, né nel futuro” (Mt 2, 32), così lasciando intendere che alcune colpe possono essere mondate anche dopo la morte. San Gregorio Magno commentava così questa frase: “lascia intendere che certe colpe possono essere rimesse in questo mondo, certe altre invece nell’altro mondo” (Dial. IV, 39; cfr. anche Sant’Agostino, De civitate Dei, XXI, 24, 2).

Si trovano altri elementi anche in Mt. 5, 26 ed in 1Cor 3, 12-15.

Una svolta decisiva sull’esistenza del Purgatorio arriva dai Padri della Chiesa, come ad esempio San Cipriano (Ep. 55, 20) e Sant’Agostino (che parla spesso di fuoco purificatore (ignis emendatorius:; _ignis purgatorius) e nel De Civitate Dei (XXI, 13) scrive “le pene temporali alcuni le subiscono soltanto in questa vita, altri solo dopo la morte, altri adesso e allora, sempre tuttavia prima di quell’ultimo severissimo giudizio”).

La Chiesa ha continuato nel tempo ad insegnare questa verità.

I Concilii di Lione e di Firenze, in contrasto dei greci scismatici che negavano l’esistenza di un luogo di purgazione, dichiararono che “le anime di coloro che dipartono dalla vita veramente pentite e nell’amore di Dio, prima d’aver soddisfatto con degne opere di penitenza ai propri peccati e negligenze, vengono, dopo la morte, purificate con pene purganti”.

Il Concilio di Trento, contro i riformatori, definì che “il Purgatorio esiste e che le anime ivi relegate vengono aiutate con i suffragi dei fedeli” e che “le pene temporanee che non sono ancora state espiate in questa vita si devono espiare in Purgatorio, prima che possa venire aperto l’ingresso nel regno dei Cieli” (Sess. 6, c. 30).

Le pene del Purgatorio sono, quindi, temporanee. La permanenza in quel luogo dura per ogni anima il giusto tempo necessario per la purificazione, così per alcuni anche fino al Giudizio Universale.

È, infatti, sentenza comune che il Purgatorio esisterà fino al Giudizio finale, dopo il quale non ci sarà più necessità di un luogo di purificazione, dato che tutti saranno in Paradiso o all’Inferno.

Quello che non è chiaro a molti è che il Purgatorio non è affatto una “passeggiata”. Si pensano a volte cose come “al massimo mi faccio un po’ di Purgatorio…”, senza comprendere che lì ci sarà la cosiddetta “satispassione, cioè la sopportazione volontaria dei patimenti imposti da Dio” (L. Ott, op. cit.).

La Chiesa, da sempre, ha insegnato e ribadito che ci saranno anche in quel luogo le pene del senso e non solo quella del danno. I Concilii che si sono occupati di questo argomento parlano chiaramente di pene purificatrici (poene purgatoriae). L’unica differenza con l’Inferno è che le anime sanno che sarà una condizione temporanea.

Si tenga sempre a mente, quindi, l’ammonimento di Padre Dragone: “solo i tiepidi e gl’incoscienti dicono ‘Non m’importa di restare a lungo in Purgatorio, purché mi salvi!’”.


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