Perché non c’è sacerdozio senza rendersi vittima?

Quando si dice che il sacerdote agisce “in persona Christi” non si deve intendere solo che il sacerdote compie l’Offerta che Cristo stesso ha compiuto, bensì che dona anche se medesimo come “vittima”, ovviamente in unione al Sacrificio di Cristo. Cristo ha offerto se stesso come vittima sacrificale e così anche il sacerdote deve fare altrettanto. In che modo? Unendosi a Cristo nel Sacrificio della Messa.

Da questo si capisce come sacerdozio e sacrificio siano di fatto inseparabili. Ed è la Messa il “campo” di questa unione: il sacerdote è tenuto a salire il Calvario insieme a Gesù. Il centro della vita sacerdotale è dunque la Messa. Ciò è il centro e il vertice. Il sacerdote deve vivere la Messa come partecipazione alle sofferenze di Cristo. San Pio da Pietrelcina diceva: “Durante la celebrazione della Messa, mi sembra di essere accanto alla Croce con Gesù e di soffrire tutto quello che Lui ha sofferto“. Lo stesso Santo Cappuccino amava dire che “…l’altare è il prolungamento del Calvario“.

Da ciò si capiscono due cose:

  • La prima: quanto fuorvianti siano quelle indicazioni pastorali e pseudo-teologiche che tendono a snaturare il sacerdozio cattolico appiattendolo sull’immanente, fino a fare del sacerdote una sorta di “assistente sociale”.
  • La seconda: quanto la crisi della Teologia del Sacrificio Eucaristico (cioè della Messa), identificabile nella cosiddetta riforma liturgica, abbia comportato del tutto logicamente uno snaturamento del sacerdozio; se il rito della Messa esprime la svolta antropologica della teologia, allora anche la missione del sacerdote tende a passare dal servizio di Dio al servizio dell’uomo.

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