Perché si deve parlare di dolcezza della Croce?

Il Graduale della Messa dell’Esaltazione della Santa Croce dice: “O dolce legno, dolci chiodi che portaste un peso tanto dolce”. Si tratta di parole in cui si vuole affermare che nella Crocifissione di Gesù tutto è dolcezza. Dolcezza il legno. Dolcezza perfino i chiodi. Tutto sarebbe stato dolcezza. Eppure in quei momenti chissà quante grida, chissà quanto sangue, chissà quanto dolore! Definire quella situazione come una “dolcezza” è davvero un paradosso. Eppure si tratta di un’affermazione vera.

Che cos’è la dolcezza? Dice il dizionario: è una qualità che accarezza delicatamente. Può accarezzare delicatamente i sensi, per esempio il gusto. Può accarezzare delicatamente il cuore, per esempio delle dolci parole che servono a trovare sollievo, coraggio, ristoro. Ma può accarezzare delicatamente anche l’esistenza.

E proprio sull’accarezzare delicatamente l’esistenza che la Croce si mostra come una vera e propria apoteosi della dolcezza. E’ infatti proprio la Croce di Cristo che spiega quanto il dolore della vita non abbia né possa avere l’ultima parola. E’ proprio la Croce di Cristo che da sola ha il potere e la chiarezza di saper coniugare l’amore infinito di Dio con la presenza del dolore innocente.

Una vita in cui il mistero della sofferenza non trovasse risposta, sarebbe una vita che invece di avvolgere delicatamente, volesse irritare fastidiosamente come potrebbe fare un indumento di lana grezza su una pelle delicata. La Croce di Cristo è invece la delicatezza di una piuma sulla “pelle delicata” della  vita.

Per preparare una morbida e dolce torta occorrono ingredienti vari. Alcuni di questi, presi singolarmente, risulterebbero al palato fastidiosi, indigesti ed irritanti; ma, amalgamati ben bene, danno un risultato che è -appunto- una delicata dolcezza. Così la Croce di Cristo: la durezza del legno, la robustezza dei chiodi…trasformati in una delicata dolcezza. In quella delicata dolcezza che serve ad asciugare ogni singola lacrima.


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