Come il cattolico deve giudicare la Modernità?

1.Spesso in ambito cattolico, si ascoltano frasi di questo tipo: “La modernità ha espresso domande giuste dando però risposte sbagliate“. E’ davvero così? Prima di tutto chiediamoci: quali sono le domande che ha posto la modernità? La modernità, come categoria filosofica, ha posto fondamentalmente due domande, da intendersi come aspirazioni: la centralità dell’uomo e lo sviluppo del suo pensiero sia culturale che scientifico.2.La questione però verte sul fatto che queste domande non sono esclusivamente “moderne”. Nella societas christiana vi era tanto una centralità dell’uomo (lo si potrebbe definire “antropocentrismo teocentrico”) quanto una adeguato sviluppo scietificio-tecnologico. Tanto è vero che sono che sono state proprio la cultura e l’antropologia cristiane a determinare la traduzione della conoscenza scientifica del mondo antico in sviluppo tecnologico e quindi a far sì che il bacino del Mediterraneo “planetarizzasse” il mondo. Dal secolo XI al XIII vi fu un periodo d’intensissima attività tecnologica, addirittura tra i più fecondi della storia per quanto riguarda le innovazioni. C’è chi ha parlato di “prima rivoluzione industriale”. Lo ha fatto il francese Jean Gimpel (uno dei più famosi storici della scienza) per il quale le tecnologie dei secoli medievali costituirono le fondamenta da cui si sarebbe originata la rivoluzione industriale del XVIII secolo. Egli ha scritto: “La prima rivoluzione industriale risale al Medioevo. I secoli XI, XII, XIII hanno creato una tecnologia sulla quale la rivoluzione industriale del secolo XVIII si è appoggiata per il suo sviluppo. Le scoperte del Rinascimento hanno avuto solamente un ruolo limitato nell’espansione dell’industria (…). (Molti) sono oggi concordi nel riconoscere l’idea che ci fu effettivamente una rivoluzione industriale nel Medioevo.”

2.Certo, le domande giuste e peculiari della modernità ci sono, ma riguardano problemi che ha posto e ha causato la modernità stessa, tanto è vero che essa ha dovuto necessariamente attingere a ciò che l’ha preceduta. Pensiamo –per esempio– a quelle encicliche sociali che hanno cercato di rispondere ai guasti di un certo tipo di industrialismo e liberismo. Dunque, cosa significa che la modernità ha posto domande giuste dando però risposte sbagliate? Lo ripetiamo: le cosiddette domande che ha posto la modernità sono domande perennemente presenti nell’ordine naturale che solo (o se si vuole: soprattutto) il Cristianesimo può adeguatamente promuovere grazie al suo non conflittuale ma armonico rapporto con la ragione e con la legge naturale.

3.Affermare questo non significa passatismo né rinuncia al valore del progresso. Il vero progresso è acquisizione di esperienza, è utile uso della storia; guarda caso il contrario della modernità che ha fatto della storia non un mezzo ma un fine: si pensi allo storicismo, non a caso corrente filosofica determinante nella modernità.

4.Prendere le distanze dalla modernità non vuol dire avversare qualsiasi sano sviluppo né tantomeno credere ingenuamente che l’uomo non sia collocato nel divenire storico, piuttosto tener presente che la storia è anche applicazione di una mentalità all’azione umana e che ogni epoca va valutata per questo giudizio di fondo. Il giudizio di fondo della modernità è sì la promozione dell’uomo, ma volendo trasformare l’antropocentrismo teocentrico del medioevo in un antropocentrismo radicale; e lo sviluppo del pensiero scientifico–tecnologico in una deriva tecnocratica della stessa. Tutto questo per due motivi che non possono essere trascurati nello studio della modernità: la dimenticanza della creaturalità dell’uomo e la negazione del peccato originale.

5.Uno spunto magisteriale. Pio XI definì il socialismo intrinsecamente perverso per far capire come le dottrine socialiste non possono essere separate da un immanentismo di fondo, dando così un colpo notevole a chi –alla Maritain– voleva considerare il socialismo come una sorta di “eresia cristiana”: tolto l’ateismo, potrebbe essere recuperato. Lo stesso va fatto per la modernità. Lo studio della sua essenza ne palesa l’intrinseco errore e ne impedisce qualsiasi recupero. Altra cosa è il valore del progresso.


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