Nella cultura greca non poteva nascere un autentico concetto di persona per almeno quattro motivi:
- La salvezza veniva concepita come esito di una ricerca intellettuale.
- La tirannia del divino
- Il dominio dell’irrazionale
- Il non-senso della Storia
Primo motivo: La salvezza come esito della ricerca intellettuale. Nella cultura greca si diffonde il cosiddetto intellettualismo etico, ovvero la convinzione secondo cui il male è l’ignoranza. Stando a quello che ci dicono i suoi discepoli, Socrate riteneva che nessuno facesse il male volontariamente. Chi fa il male, lo fa perché non conosce il bene. Per Platone la salvezza coinciderebbe con la contemplazione della Verità. Lo stesso Aristotele, che pur tednde lievemente ad allontanarsi dall’intellettualisdmo etico, afferma nell’Etica Nocomachea che la felicità perfetta consisterebbe nel corretto funzionamento dell’intelletto.
Secondo motivo: La tirannia del divino. L’uomo greco deve riconoscere di non poter costruire protagonisticamente il proprio destino perché inevitabilmente vittima della volubilità degli dèi. E’ scritto nel Prologo del Prometeo legato di Eschilo: “…Adesso il fato, meglio ch’io possa, sopportar conviene: ché del destino abbattere la possa nessuno vale.” L’uomo della Grecia antica non sapeva da dove provenisse, ignorava le ragioni della propria presenza sulla terra. Non riusciva a cogliere lo scopo della propria vita. Attribuiva la propria esistenza all’esito di un capriccio o ad un gesto arbitrario di un’entità a lui superiore, sconosciuta ed inconoscibile. Le forze della natura, che lo trascendevano e lo dominavano e sulle quali egli non poteva influire, gli insegnavano quanto la terra non gli appartenesse. E come sulle forze della natura, l’uomo greco non poteva nemmeno influire sull’inesorabile trascorrere del tempo, sui grandi fenomeni celesti, sull’alternarsi del giorno e della notte, sul succedersi delle stagioni. L’uomo greco si sentiva straniero in terra straniera. Così Sofocle fa dire ad Ulisse nell’Aiace: “Altro non siam, lo vedo, che fantasmi, tutti quanti viviamo, ed ombre vane.” L’uomo greco non riusciva a comprendere il fine della propria vita. Subiva la vita così come subiva la morte. L’uomo greco doveva fare continuamente i conti con coloro che erano ritenuti i veri signori del pianeta: una miriade di forze e di entità immanenti e latenti in ogni luogo, che oltrepassavano i limiti della propria umanità. Ciò che invocava erano delle potenze anonime, che sovrastavano le cose e gli stessi dèi: i demoni. Per difendersi dai demoni e comperare la sopravvivenza propria e dei propri cari, l’uomo greco era costretto a comunicare e trattare con i demoni attraverso un empirico, complicato e misterioso sistema di forme e di rapporti, consacrato dalla tradizione. Il mondo divino di cui tratta Eschilo é pieno di misteri e di brutalità.
Terzo motivo: Il dominio dell’irrazionale. Dice Doods nel suo I Greci e l’irrazionale che la civiltà greca non fu soltanto la culla della ragione (il logos), ma fu profondamenter attravversata da elementi irrazionali. Nei poemi omerici -come abbiamo già detto- gli uomini attribuiscono spesso le proprie azioni a forze divine o demoniache (l’até, la follia inviata dagli dèi). I sogni, gli oracoli, il culto di Dioniso, l’orfismo, la magia, l’estasi non erano fenomeni marginali. Nel dramma eschileo il problema non è l’uomo, ma il destino che gli incombe immutabile. Non uomini, ma forze sovraumane causano gli eventi. E’ scritto nel Canto d’ingresso del Prometeo legato: “Giove solo implacabile, con furia perenne, oppressa tiene la stirpe degli Urani.” Il senso di una divinità brutale, che non lascia spazio alla libertà dell’uomo, soprattutto quando questi tenta di sollevarsi al di sopra dei limiti che gli sono stati assegnati, é anche nella storia di Erodoto, in cui é evidente un senso di rassegnato abbandono dinanzi all’inevitabile, al destino assegnato a ciascuno, che non é possibile allontanare o sfuggire. Lo stesso uomo omerico agiva condizionato, determinato da un’invincibile volontà che lo trascendeva. Tutto era effetto di una potenza demoniaca incontrastabile. Per essa, Elena abbandona lo sposo e la casa e fugge con Paride. Per essa, Achille persiste nel proposito di astenersi dalla battaglia contro le concilianti proposte dei suoi. Dipendenza nei confronti dei capricci degli dèi, dipendenza nei confronti di forze animistiche, dipendenza nei confronti del Fato. Quest’ultimo che domina su tutto. Zeus stesso riconosce che la sua potenza ha dei limiti. Egli non può far nulla nei confronti del volere del Fato. Anche nel periodo ellenistico si manifestava chiaramente la dipendenza nei confronti del destino e si sviluppava un’originale forma di divinità, che poi influenzerà anche l’età ellenistico-romana: un’evoluzione dell’antico concetto filosofico di Tuche, cioé l’evento, la realtà effettuale da contrapporsi alla realtà ideale della forma. La divinizzazione dell’evento si realizzava attraverso la traduzione latina del concetto e della divinità, rappresentata dalla greca Tuche con Fortuna. Da testimonianze letterarie, la Fortuna appariva paragonata, o addirittura identificata, con la provvidenza divina o con Iside, intesa quale messaggera divina. La confluenza di convinzioni popolari e di idee filosofiche nella divinizzazione della Tuche stava a significare che le forze che dominano il mondo e gli uomini dovessero accettare l’evento così come si sarebbe realizzato. Il mondo greco -perché convinto che l’uomo dovesse fare i conti con la precarietà, con il dolore, con il problema della morte, nell’assoluta condizione di essere vittima del Fato- faceva della tragedia l’espressione di maggiore consapevolezza del fallimento della propria soluzione intellettuale. Nell’Ippolito di Euripide il protagonista così esprime il tormento del suo animo: “Sempre mi travaglia la vista dei casi e delle azioni degli uomini: vicenda succede a vicenda e la vita dei mortali muta continuamente in balìa di un eterno capriccio.” Se, dunque, il concetto di persona -come abbiamo già detto- aveva in sè una potenzialità protagonistica all’interno della dinamica dell’esistenza, era evidente che un tale concetto non sarebbe potuto svilupparsi quando l’uomo era invece concepito come vittima del divino e del destino. Questa situazione che andava a mortificare la libertà dell’uomo ovviamente non permetteva che potesse nascere in quella cultura un autentico concetto di persona.
Quarto motivo: Il non-senso della Storia. La concezione della Storia dominante era quella circolare. Nel cerchio non si può individuare un inizio ed una fine: ogni punto può essere un inizio, ogni punto può essere una fine. Per i Greci, la Storia non è un itinerario verso una mèta, proprio perché tutto è all’insegna dell’irrazionale e perchè non viene riconosciuta un’autentica libertà all’uomo.
Ebbene, questo non riconoscimento del valore della volontà, e quindi di un’autentica libertà, impediva alla cultura greca di poter produrre un corretto concetto di persona.
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri

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