15 aprile 1912: Naufragio del Titanic. L’edificante storia di padre Thomas Byles

da Presenza Divina

Tra il 1911 e il 1912 fu costruito il Titanic, la più grande nave del mondo, inaffondabile secondo chi l’aveva ideata e realizzata, così che qualcuno arrivò a dire che “neppure Dio l’avrebbe affondata”.

Il nome stesso le era stato dato come sfida a Dio, in riferimento al mito dei Titani che fecero guerra alla divinità ma furono vinti e buttati nell’inferno.

L’inaugurazione della nave avvenne con un viaggio tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, con il carico di 2200 passeggeri, tra i quali vi erano soltanto tre preti cattolici.

Durante il viaggio il Titanic fu spaccato da un iceberg nella fredda e oscura notte tra il 14-15 aprile 1912 si inabissò nell’Oceano Atlantico.

I tre preti erano un benedettino bavarese, un lituano diocesano e un inglese.

I primi due morirono per lasciare vivere, sulle scialuppe di salvataggio, su cui non salirono, donne e bambini. Supremo sacrificio della vita a immagine di Gesù che dichiarò ( e lo fece) che “non c’è amore più grande di chi dà la vita per coloro che ama” (Giovanni 15,13), mentre ci fu tra l’equipaggio chi impose con la violenza, anche con le armi in pugno, di salvare se stesso buttando in acqua le donne che avevano trovato posto sulle scialuppe.

Del prete bavarese e di quello lituano sappiamo solo che trovarono la loro fine tra i 1500 naufraghi.

Invece, sappiamo qualcosa del prete inglese. Si chiamava Thomas Byles; apparteneva ad una famiglia nobile ed era laureato all’Università di Oxford. Era nato anglicano e cresciuto nell’anglicanesimo. Avviato a brillante carriera, a 40 anni si era fatto cattolico ed era stato ordinato sacerdote. Era un uomo di cultura, autore di libri, ma ora aveva come unica passione Gesù, la Chiesa Cattolica, la salvezza delle anime. Aveva raccontato di essere parroco in un piccolo paese di contadini cattolici irlandesi, emigrati in Inghilterra.

Nella primavera del 1912 aveva accolto l’invito del fratello residente in USA di andare a celebrare il suo matrimonio. La Compagnia di navigazione lo fece salire sul Titanic, che doveva raggiungere il “tutto esaurito” fin dal primo viaggio. Sulla nave portò un altare portatile con cui attrezzò a cappella un angolo di terza classe. Tutti i giorni celebrava la Santa Messa davanti a devoti fedeli, buona e povera gente che sperava di far fortuna in America.

La Pasqua di quell’anno cadeva il 13 aprile. In quell’occasione la Messa di padre Thomas fu bella e solenne. Avevano confessato, lui e i due suoi confratelli, molti dei fedeli, forse tutti quei buoni cattolici che il giorno di Pasqua si accostarono alla Comunione.

L’indomani, 14 aprile, lunedì dell’Angelo, padre Thomas celebrò quella che sarebbe stata l’ultima Messa, e di fatto ricevette “il santo viatico” dalle sue stesse mani.

Chi assistette alla Santa Messa ricorderà come il Padre nella predica avesse parlato del “naufragio spirituale che tutti ci minaccia se non stiamo con Cristo”.

La notte successiva, tra il 14 e il 15 aprile, un iceberg squarciò la nave e a nulla servirono i decantati accorgimenti della più avanzata (per allora) tecnologia.

I superstiti racconteranno che padre Thomas in quella tragedia seppe imporsi con stile inglese e sacerdotale di fortissima fede e coraggio. Collaborò con l’equipaggio perché la salita sulle scialuppe avvenisse secondo la seguente norma: “prima le donne e i bambini”, poi “i più giovani tra gli uomini”. Lui stesso fu invitato a salvarsi, ma rispose di non con “humour tutto inglese”.

Quelli sul Titanic si accorsero che presto sarebbero scomparsi nell’Oceano, si adunarono attorno a lui, l'”alter Christus“, rimasto ad infondere fiducia e ad accompagnarli alla vita eterna. Padre Thomas li fece mettere in fila e ordinò che gli passassero davanti per lo scambio di poche parole, una brevissima preghiera e l’assoluzione in articulo mortis. Essendo vicino l’abisso, impartì l’assoluzione generale, quindi iniziò la recita del Rosario, che riuscì a terminare in mezzo ai morituri.

Dalle scialuppe, alla prime luci del giorno, quelli che erano sfuggiti all’immane naufragio diranno che sino all’ultimo istante sentiorono il canto della Salve Regina, rivolto a Maria Santissima “Spes disperantium” (Speranza dei disperati), guidato da padre Thomas, fino a quando la nave che “nemmeno Dio avrebbe potuto affondare” sprofondò tra i cavalloni dell’Oceano.

Nel 1913 il fratello e la moglie, che dovevano essere sposati da padre Thomas, da New York andarono a Roma in udienza dal santo papa Pio X, il quale volle che gli fosse raccontata la storia di padre Thomas Byles. Nell’udirla, grosse lacrime scesero dagli occhi del Pontefice, il quale dichiarò che padre Thomas era stato “un autentico martire della fede, per il rifiuto di salvarsi, salvando altri, e un coraggioso testimone di Cristo“.

Tra i cattolici inglesi è ancora ricordato come “il martire del Titanic”. Nel 2015 è iniziata la sua causa di beatificazione.

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