22 aprile 1516: Prima pubblicazione dell’Orlando Furioso… inizia il trionfo dell’individualismo

Il 22 aprile del 1516 ci fu la prima pubblicazione dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto.

Poema, questo, che molti ricorderanno per reminiscenze scolastiche e non.

Chissà perché quando si pensa all’Orlando Furioso la mente vola a fare una sorta di paragone con quello che è il poema per eccellenza, scolasticamente e non, e cioè la Commedia di Dante.

In realtà c’è un motivo per cui viene spontaneo questo paragone. Queste due opere, infatti, rispecchiano in maniera molto fedele lo spirito del tempo in cui nacquero. La Commedia di Dante rispecchia pienamente la mentalità medioevale; l’Orlando di Ariosto già la mentalità protomoderna, o addirittura già moderna, dei nuovi tempi.

In che modo? L’elemento in cui è facile capirlo è quello attinente alla narrazione. Nella Commedia, Dante stesso è il protagonista, è il “pellegrino” che compie un viaggio di purificazione, che vive su se stesso il dramma dell’avventura umana chiamata ad una doverosa ascesi. Dante stesso si addossa questo incarico per condurre didatticamente il lettore a sottoporsi a tale purificazione. Insomma, Dante esprime bene quello che è lo spirito di cavalierato che animò il medioevo. Il cavaliere come colui che offre se stesso, la sua vita per l’Ideale e per gli altri.

Ariosto, invece, narra le vicende di Orlando in maniera distaccata. Gli studiosi parlano, infatti, della cosiddetta ironia ariostesca. Questo narrare in  maniera distaccata risponde all’intento di mantenersi non solo fuori gli avvenimenti, ma anche di conservare un certo sarcasmo. In questo caso ci troviamo dinanzi ad un perfetto paradigma del narratore che vuole rimanere tale, che non vuole “sporcarsi le mani”, che non sente l’onore e l’onore d’insegnare qualcosa che possa essere esistenzialmente utile per il lettore. Insomma, ormai si è perso l’intento cavalleresco del fare poesia. Incombe un individualismo artistico.

Ecco, due mondi alternativi. Da una parte il senso cristiano del vivere (tipicamente medioevale) che obbliga a ridare a Dio i propri “talenti” (di cui non si è meritevoli) per servire la Verità e il prossimo. Dall’altra, la nascente concezione antropocentrica, laica, secondo cui l’arte debba essere tutto sommato autoreferenziale, cioè debba bastare a se stessa: chiudersi in se stessa.

Insomma, due mondi, due prospettive, due soluzioni del vivere: l’io per gli altri (il medioevo), l’io per se stessi (il mondo moderno).

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