In queste domanda c’è tutto. C’è la constatazione che la passione verso ciò che è vero, buono e bello sia l’unica possibilità per amare davvero la vita; ma c’è anche la constatazione che occorra non una bellezza qualsiasi, bensì la vera bellezza. Infatti Ippolit chiede: Quale bellezza salverà il mondo? A tale domanda, il principe Myskin non risponde, ma è chiaro che non basta un’intenzione artistica, non basta un’intenzione di bellezza…occorre la bellezza vera.
E’ interessante come un uomo che sta morendo nel pieno degli anni (appena diciotto) ponga questo interrogativo, che è un chiaro desiderio di appagamento dello spirito. Anche quando l’uomo non ha più le forze fisiche, anela alla pienezza della Bellezza che è anche pienezza del vero e del buono. Ippolit pone la domanda con un chiaro riferimento alla malattia, cioè a ciò che lo sta conducendo alla morte. E invoca la bellezza.
Qui si potrebbe fare un paragone e ci saremmo anche come contemporaneità temporale con Dostoevskji. Nella seconda metà dell’800 si diffuse l’idolatria scientista del positivismo. Si pensò che forse non sarebbe stato lontano un tempo in cui lo sviluppo scientifico avrebbe potuto risolvere qualsiasi problema dell’uomo, e forse anche le malattie, e chissà può darsi anche la morte. Fu l’ubriacatura che caratterizzò la Belle Epoque. Poi sappiamo come è andata a finire: arrivò la Grande Guerra che mandò in frantumi quel delirio.
Ebbene, qui Dostoevskij evidenzia una verità: l’uomo non ha tanto bisogno che qualcuno gli risolva i problemi, bensì di qualcosa che dia senso ai suoi problemi.
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri

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