Non lontano dal Castello, anzi: troppo vicino, così vicino che nelle notti limpide le sue torri si riflettevano sulle rocce umide dei dintorni, viveva un nano.
Non uno di quei nani che cantano nelle miniere e che scolpiscono gemme preziose per farne gioielli di invidiabile bellezza con maestria paziente, nemmeno uno di quei nani con barbe intrise e profumate di resina di alberi di bosco.
No, si trattava di un nano scuro, quei nani che hanno la pelle grigiastra o verdognola, a seconda del carattere che si ritrovano, e che al lavoro preferiscono l’ozio.
I nani scuri ce l’hanno con gli altri nani, quelli normali, che potremmo definire “chiari” per distinguerli proprio da quelli scuri.
Ce l’hanno con costoro perché questi (cioè i nani chiari) dediti come sono alla costante fatica, mettono ancora più in risalto la loro pigrizia nel voler trascorrere la maggior parte della giornata seduti a grattarsi la pancia che, tra parentesi, hanno abbastanza pronunciata…eccome se ce l’hanno abbastanza pronunciata. Si tratta, infatti, di nani che mangiano a dismisura, in maniera disordinata, con quella ingordigia fastidiosa che offende ogni prelibatezza. D’altronde la prelibatezza, il gusto, l’assaporare con calma, loro, i nani scuri, non sanno nemmeno cosa vogliano dire.
Ma questo è ben poco di ciò che va detto dei nani scuri. C’è molto altro e ancor più importante.
Essi non reagiscono ad un’inquietudine che li rode dall’interno. Sono nani che fanno della loro forma del corpo la causa della propria scelta di vita. Non sopportano come sono fatti e per questo scelgono l’oscurità, scelgono fessure, cunicoli, angoli dove nemmeno il giorno osa spingersi, dove la luce penetra ma poi scappa via come se scoprisse che è meglio non illuminare tale disordine e tale sporcizia.
I nani scuri è come se volessero nascondersi a se stessi sfuggendo al proprio giudizio. Ma questo non è causa di rammarico, anzi, arrivano a pensare che, per come sono, possono ritenersi esseri preziosi, come se fossero rarità, nate sì per errore, ma comunque da difendere con orgoglio e superbia.
Pretendono che non debbano essere loro a cambiare, bensì sarebbero i nani chiari a “tradire” in un certo qual modo la natura della “nanità”, cioè dell’essere nani.
Insomma, quel loro nascondimento diviene la soluzione per allontanarsi da un mondo che ritengono stolto e noioso.
E non si limitano a questo.
Disprezzano tutto ciò che è diverso da loro. Sanno di essere una minoranza, ma pensano che, proprio perché minoranza, sappiano molto di più e valgano molto di più, come se la maggioranza fosse sinonimo di ignoranza. Coloro che non sono come loro non capiscono nulla e non hanno alcuna importanza; e se sparissero sarebbe solo un bene.
Ovviamente, tutti questi pensieri avvelenano lentamente le loro menti fino a distorcerle e ad alienarsi completamente dalla realtà.
Come abbiamo già accennato, questi sentimenti li riservano non solo per chi nano non è, ma anche per gli altri nani, quelli che grazie a Dio non sono scuri.
Ritorniamo al Nano Scuro che viveva vicino al Castello splendente.
Questi dimorava in un anfratto scuro come lui e maleodorante, impregnato di muffe ed umidità stagnante, con pareti rocciose piene di muschio e di licheni. Si trattava di una specie di grotta di basalto dalle pareti taglienti come lame, dove sterpi di ogni genere si legavano così stretti come quelle corde attorcigliate a cui è impossibile dipanare i nodi. Si trattava di enormi grovigli secchi che scricchiolavano ad ogni passo.
In quella grotta il Nano aveva accumulato sassi neri, arnesi rotti, oggetti rubati a qualche viandante passato da quelle parti. Tutti oggetti di scarso valore, d’altronde i nani scuri si credono scaltri; e invece, spesso, dimostrano di essere molto sciocchi.
Potremmo dire che per alcune cose i nani scuri sono molto astuti, ma per altro è il contrario.
Tornando a ciò che si poteva trovare in quella fetida caverna: cucchiai piegati (a cosa potessero servirgli, bah!) e poi fibie arrugginite, sacche sfilacciate, piatti rotti e altre cianfrusaglie. Immaginate che impressione avrebbe fatto ad ogni uomo normale entrare in quel caos puzzolente.
Eppure in quell’anfratto c’era dell’altro molto più insopportabile. Una specie di instancabile colonna sonora fatta di strani borbottii, quasi lamenti rauchi, come respiri affannosi che si confondono con il gocciolio dell’acqua.
Si trattava di una continua agitazione, meglio: di una continua impazienza. Il tutto era facilmente spiegabile, perché il nostro nano scuro, che -dimenticavo- si chiamava Zizzanio…dicevo: il nostro nano scuro non riusciva a stare fermo un momento.
Preciso: non è che si muovesse in continuazione nel senso che andasse su e giù e stesse sempre i movimento, bensì nel senso che esprimeva un certo tremore, appunto un’agitazione. Forse la parola giusta è “frenesia”. Zizzanio era frenetico.
Da cosa fosse dovuto? Ovviamente Zizzanio non era andato da nessun medico. Ve l’immaginate voi dei nani scuri che vanno a farsi visitare e poi con obbedienza adempiere alle prescrizioni ricevute? Per carità! Sarebbe più facile immaginare l’acqua che invece di bagnare asciuga o il sole di agosto che invece di asciugare bagna.
In realtà quella frenesia era dovuta al fatto che Zizzanio non sopportava lo splendore, ne aveva una specie di allergia. Addirittura quando era dinanzi a qualcosa di splendente una fitta fastidiosa lo prendeva da capo a piedi (non è che ci volesse molto visto che i nani sono…nani).
C’era anche chi aveva detto, studiando il fenomeno dei “nani scuri”, che quel loro accumulare oggetti vecchi nascesse proprio dall’esigenza di distruggere qualsiasi perfezione. Il che, diciamolo francamente, era una tesi credibile, d’altronde è proprio il desiderio di perfezione che predispone allo splendore. Ma non divaghiamo troppo.
Zizzanio spesso si trovava ad uscire da quella tana per affrontare la luce. Osservava il sole, senza mai fissarlo troppo a lungo, ma abbastanza da sentirne il calore. Si liberava per un po’ di tempo di quella fetida umidità che gli si appiccicava sulla pelle rugosa come una seconda pelle, una pelle viscida.
Ciò gli riusciva facile, perché, strano a dirsi, la luce non gli dava poi tanto fastidio, era invece altro ciò che non sopportava, era appunto lo splendore. Lo splendore in genere, ma soprattutto lo splendore del Castello, ovvero quel luccichio che rendeva tutto più bello, più piacevole e più armonioso.
Questa cosa può sembrare paradossale: sopportare la luce ma non lo splendore. Infatti se la luce può anche essere molto forte, talmente intensa da non poterla fissare con gli occhi, lo splendore non può mai dar fastidio agli occhi. E invece per Zizzanio era proprio così: passi per la luce, ma lo splendore no, lo splendore era per lui indigesto ed insopportabile, come un cibo andato a male che provoca nausea.
Il significato era chiaro: lo splendore è sì luce, ma luce che diviene bellezza. Ed era proprio la bellezza ciò che quell’essere fetido non sopportava. La sopportava in sé, cioè per quello che la Bellezza può significare per ognuno, ma non la sopportava soprattutto per ciò che la bellezza può suscitare, ovvero ordine, serenità, pace, letizia…tutte cose che per lui suonavano come un insulto.
Fu così che al Nano Scuro balenò un’idea nella sua mente perversa: distruggere quel fastidio.
Ma come? Poteva lui pretendere che tutto crollasse e nulla più rimanesse? Poteva lui distruggere quella costruzione così imponente con mura larghe come colline e torri alte come alberi antichi? Sarebbe stato impossibile. Impossibile perché, come effetto, ci sarebbe stata certamente una reazione da parte di tutti coloro che tenevano a quel Castello.
Chissà quanti sarebbero insorti. Chissà quanti avrebbero preso forconi e quant’altro per andare alla ricerca di chi avesse deciso di compiere un simile misfatto. Chissà quanti sarebbero anche riusciti a stanarlo.
Anche perché -stavo dimenticando di ricordare una cosa molto importante- i nani scuri fra di loro si odiano, per cui sarebbe stato assai probabile che proprio qualcuno di essi avrebbe potuto fare la spia e spiegare come trovare l’autore del colpo.
Insomma, Zizzanio doveva pensare a qualcos’altro. Occorreva far funzionare ancora di più la sua mente per raggiungere l’obiettivo: distruggere lo splendore.
Ad un certo punto l’idea balenò davvero, come una soluzione che aspettava solo di essere raccolta. “D’altronde – pensò – perché volere qualcosa di impossibile, perché volere distruggere il castello. Non potrò mai riuscirci. Piuttosto è lo splendore che va distrutto”.
Una notte, mentre il vento ululava come un animale ferito e pioveva a dirotto con fulmini e tuoni che si alternavano in una sequenza stranamente costante e precisa, sembrava infatti che il cielo stesse battendo un tamburo di guerra, il nano seguì il suo pensiero, che in questo caso si mostrava tutt’altro che contorto come solitamente avviene per i nani scuri, ed elaborò un piano.
Decise di giocare d’astuzia. Si poteva lasciare tutto intatto, fare in modo che nulla potesse sembrare cambiato o semplicemente modificato, proprio per evitare che qualcuno si accorgesse dell’inganno.
Ciò che invece andava fatto era spegnere quello splendore, far perdere al Castello il suo originale incanto. Insomma come si soffoca una fiamma senza spegnere il focolare.
Il nano sapeva che il Castello non era sostenuto da una magia, c’era qualcosa che nelle sue profondità lo reggeva e ne alimentava lo splendore, una sorta di cuore nascosto tra le fondamenta. Qualcosa di misterioso che egli non conosceva, ma anche che nessuno conosceva.
Certamente qualcosa d’imponente, d’importante, di sofisticato, anche perché nulla di semplice avrebbe potuto generare quel simile, stupefacente, spettacolo.
Ecco, in questo Zizzanio, e sicuramente tutti i nani scuri, la pensavano allo stesso modo degli uomini, perché anche questi, ovviamente, pur non sapendo cosa fosse, pensavano a chissà che cosa producesse quel prodigio. Insomma, era una questione di logica.
Non sappiamo cosa fece Zizzanio. Non sappiamo come operò. Certamente fece un ottimo lavoro, rapido, silenzioso, soprattutto invisibile. Un lavoro di cui, sotto-sotto, s’inorgoglì, perché non era stato affatto facile.
Prese ciò che si doveva prendere e lo gettò lontano, in una sorta di fiume scuro che scorreva nella gola della montagna. Si trattava di acque nere, melmose, che inghiottivano ogni cosa, stranamente anche tutti quegli oggetti che avrebbero dovuto galleggiare, per esempio delle assi di legno. E, in più, quelle acque inghiottivano e mai più restituivano.
Dunque cos’era quella cosa che dava splendore al Castello e che Zizzanio rubò per gettarla nel fiume scuro? Spero che proprio questo interrogativo possa animare il mio lettore a proseguire. D’altronde è questo l’interrogativo più importante della storia. Torniamo al racconto.
Appena Zizzanio fece questo, il Castello tremò; e così -ahinoi- si spense la luce splendente.
Non crollò alcuna pietra. Nemmeno un fiore delle aiuole che adornavano i suoi giardini andò perso, i petali rimasero intatti, le belle farfalle in primavera e in estate continuavano fra essi a svolazzare, gli alberi anch’essi continuarono a crescere e a perdere e a far rinascere foglie, le belle fontane continuarono a zampillare. Insomma, nulla di nulla mutò. Tutto rimase com’era. Ma la meraviglia -quella sì – fu distrutta. La meraviglia sparì, così come può sparire un bel sogno al risveglio. Quelle stesse cose che destavano stupore, pur rimanendo uguali, adesso non suscitavano più interesse.
Il nano rimase soddisfatto dell’impresa e “commentò” il tutto con una specie di sorriso storto che gli tagliava il volto; volto che già era quello che era.
E volle premiarsi: afferrò un topo che passava proprio in quel momento dinanzi ai suoi piedi bagnati di pioggia e lo portò alla bocca per divorarlo.
Zizzanio era proprio uno strano nano. D’altronde era un nano scuro. E i nani scuri arrivano anche a questo.

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