Matthias e Vilfrido ritornarono verso la scala a chiocciola. Il chiarore della luce si era fatto ancora più flebile, come se anche l’ultimo respiro delle fiaccole stesse per spegnersi, ma dopo un po’ si accorsero che ormai non si poteva scendere più. La scala finiva.
Da una parte questa scoperta procurò loro un rasserenamento visto che sin dall’inizio sembrava che quella scala non avesse mai termine; dall’altra però si palesò la causa di un altro timore: dinanzi a loro vi era una piccola porta di legno grezzo, bassa, ruvida, per nulla elegante, come costruita in fretta.
La stranezza però era che al centro erano scolpite due grosse mani che contenevano una misteriosa luce; misteriosa perché non si capiva da cosa fosse generata. Si trattava di un bagliore che non proveniva né da torce né da crepe. Vilfrido fece per toccarla, ma Matthias lo bloccò. Egli ancora non aveva capito di cosa si trattasse per cui non voleva far correre alcun pericolo al nipote.
Avvicinando lo sguardo ci si accorse però che quella luce era come se rappresentasse qualcosa di morbido. Era una luce “soffice”, quasi vellutata, più simile ad una carezza che ad un raggio. Come quando ci si sente avvolti da un certo tepore dopo che si è sperimentato freddo ed umidità.
Matthias disse a Vilfrido di mettersi dietro a lui, di seguirlo ma un po’ a distanza, sempre per evitare eventuali brutte sorprese. A lui spettava aprire quella porta per entrare in quel nuovo locale. Vilfrido obbedì: annuì con il capo e non disse nulla, né gli sembrò opportuno protestare, anzi, il timore che gli faceva battere forte il cuoricino lo convincevano che era molto meglio così.
Intanto Matthias si dette coraggio e aprì. Il buio era intenso: un nero compatto, che sembrava inghiottire ogni cosa. Tornò a farsi sentire un’umidità fredda ed opprimente. Quel dolce tepore che si era sperimentato prima era sparito del tutto. E intanto era tornato a farsi sentire il terribile respiro cavernoso.
Ma torniamo al buio. Di fatto si vedeva molto poco, per non dire nulla. Però in lontananza, come se fosse una specie di fondale di palcoscenico di teatro, s’intravide una luce. Non era come quella della porta, bensì di un rosso molto più acceso, un rosso vivo, quasi sanguigno. Se non fosse stato perché non si mostrava tremula, poteva sembrare un piccolo fuoco.
Matthias prese la mano di Vilfrido e si avviò verso quell’unico segnale di direzione. Costituiva la loro stella polare. Non poteva esserci, in quel buio totale, nessun altro segnale di direzione.
Ovviamente, dal momento che non si vedeva null’altro, il timore di mettere i piedi su qualcosa di pericoloso o d’inciampare in qualche pericoloso ostacolo c’era, eccome. Ogni passo era misurato, ascoltato, quasi trattenuto.
Il percorso per raggiungere quella misteriosa luce rossa fu più breve di quanto inizialmente la grandezza della luce stessa avesse fatto supporre. E questo li sorprese abbastanza. In pochi minuti l’ebbero raggiunta. Non era un fuoco, ma emanava calore come se lo fosse stato, un calore forte, ma sopportabile e gradevole. Inoltre la luce era discretamente piccola; ed ecco perché non era poi così distante.
Sotto la luce vi era un cassetto, sì, un semplice, semplicissimo cassetto. Che ci facesse lì un cassetto non ci è dato capirlo. Il pomello era facilmente visibile perché di colore oro che ben si distingueva dal colore scuro che avvolgeva l’intero ambiente. Era un punto brillante, come un occhio dorato su un fondo scuro. Matthias decise di aprirlo. Perché lo fece? Per curiosità? No, di certo. Che Matthias avvertisse un po’ di timore questo era evidente. Lo fece più per un istintivo dovere. D’altronde cosa ormai si poteva fare? In quell’angusto e per certi versi soffocante ambiente cos’altro avrebbero potuto decidere? Erano arrivati fin lì per scoprire la causa dell’assenza, altre scelte non ve né erano. La luce rossa non rivelava nulla. Solo il cassetto doveva essere aperto; e fu aperto. Con un gesto lento fu aperto. Era come se in quel semplice gesto si potesse rivelare un intero destino.
All’interno del cassetto stranamente si riverberava la luce rossa sovrastante. Stranamente perché essa sembrava non arrivare solo dal di sopra ma anche dal di sotto, come se la luce fosse imprigionata e rimbalzasse. Comparve un piccolo rotolo di carta legato con un bel nastro di seta rossa, un rosso più morbido del rosso della luce. Matthias ovviamente prese quel piccolo ma interessante contenuto. Cercò di fare molta attenzione nel toccarlo. Slacciò il nastro e srotolò il foglio. Questo aveva i bordi rovinati e la carta, seppur spessa, era alquanto ingiallita ed incartapecorita dal tempo. Sembrava una pella secca, screpolata nella sua fragilità. Matthias si mise a leggere con attenzione ciò che vi era scritto. Per il buio, e forse anche per l’età, aveva bisogno di stringere gli occhi per poter osservare meglio. Voleva leggere in silenzio per non fare ascoltare al nipote qualora vi fosse stato scritto qualcosa di preoccupante e che avrebbe potuto suscitare troppo timore. Vilfrido ovviamente non volle attendere e chiese con ansiosa curiosità: “Cosa c’è scritto, zio?”
“C’è scritto che ad aver spento lo splendore del Castello è stato un Nano Scuro…” E nel dirlo il nome parve gelare ancora di più l’aria, ma era il loro timore che era sopraggiunto.
“Chi sono i Nani Scuri?” La curiosità del bambino era aumentata e insieme ad essa una piccola inquietudine.
“I Nani Scuri -rispose l’uomo- sono quei nani che non sopportano la luce, ma soprattutto lo splendore. Insomma, odiano ciò rende bello il mondo.”
Vilfrido non capiva. Malgrado la situazione che non era certo delle più comode o che invitassero a formulare tranquille riflessioni, chiese allo zio: “Qual è la differenza tra luce e splendore?”
Lo zio prese il piccolo foglio che aveva appena srotolato e lo mise dinanzi allo sguardo del nipote avvicinandolo alla luce rossa: “Sta scritto proprio qua” disse.
“Cosa c’è scritto?”
“C’è scritto – continuò l’uomo – che lo splendore è la capacità di riflettere la luce. Dice proprio così -Matthias lesse- lo splendore è la vittoria della luce, perché è la luce che viene accolta e riflessa. È la luce che viene amata e testimoniata. È la luce che diventa dono.”
“E chi è questo Nano Scuro?” Domandò ancora Vilfrido.
“Qui non c’è scritto” Rispose Matthias continuando a tenere lo sguardo sul foglio. Egli roteava leggermente il capo sul foglio per cercare qualche riferimento in più, ma non ve né erano.
“E come è riuscito? Cosa ha fatto?” Chiese ancora il bambino.
“Se riesco a leggere bene -l’uomo sembrava proprio scrutare a fondo la pergamena – se riesco a leggere bene – ripeté -…non c’è scritto nemmeno questo…aspetta, aspetta -disse poi con sorpresa- qui è scritto: ‘…tolta la tenerezza, tutto è andato perduto”.
“Cosa vuol dire?” Tornò a chiedere Vilfrido con un’ombra di smarrimento.
“Ah non so – ammise Matthias – Non penso sia un’allusione a ciò che originava lo splendore e che poi è stato tolto. È un’affermazione che non capisco”.
Vilfrido strinse i pugni, cercando di immaginare un uomo così piccolo e malvagio capace di fermare la luce di un intero castello. Era un’immagine che lo rabbrividiva. “Come ha fatto?” Chiese rivolgendosi più a se stesso.
Matthias respirò profondamente, poi cominciò a spiegare, in base a ciò che era riuscito a leggere sul rotolo di pergamena: “Il nano in realtà non voleva distruggere il Castello, sapeva che ciò sarebbe stato impossibile, voleva solo spegnerlo, annullare il suo splendore. Non sopportava la bellezza e la meraviglia che esso emanava. Aveva capito che la luce non proveniva dalle pietre, ma da qualcosa che era alla base del Castello. Un qualcosa che sosteneva tutto. E questo qualcosa è riuscito a rubarlo”.
Vilfrido deglutì. La sua emozione era al massimo, la gola gli si seccò. “E cos’è questo qualcosa?” Chiese con un filo di voce.
“Ancora mi è tutto oscuro -rispose lo zio- Speriamo di capirlo; e speriamo di poterlo capire al più presto”.
Dinanzi al loro destino, ma non solo il loro, vi era quella porta chiusa che forse altro attendeva che di essere aperta.

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