Matthias si fece coraggio e decise di aprire la porta che stava dinanzi a loro e che sembrava attendesse da chissà quanto tempo che qualcuno finalmente compisse quel gesto. Sembrava fosse rimasta in silenzio per anni, trattenendo il respiro del suo futuro. Matthias fece tutto molto lentamente con la mano che tremava appena, come se ogni muscolo stesse opponendo una piccola resistenza. Se non fosse stato così evidente il timore che gli riempiva l’animo, si avrebbe avuto il sospetto che quella lentezza mirasse ad un suo desiderio di voler prolungare la sorpresa di scoprire cosa ci potesse essere al di là, come quando si indugia prima di scartare un dono troppo importante.
Aperta completamente la porta, un piccolo locale si palesò dinanzi ai lori occhi, raccolto, quasi esteticamente timido. Un locale molto, anzi: troppo semplice. Un locale assai piccolo in cui si scorgeva un grezzo tavolo di legno con poche sedie altrettanto semplici intorno, sedie leggere con intrecci consumati, come costruite da mani pazienti. Alle pareti, poi, erano adagiati diverse dispense. Anch’esse di una semplicità estrema: mensole anch’esse grezze, senza ornamenti, tenute insieme da chiodi ormai scuri e consunti dal tempo.
Matthias aveva capito che proprio quel locale costituiva il punto più basso del castello, ma soprattutto il cuore di quella imponente e maestosa costruzione. Insomma, tutta la grandezza sovrastante si reggeva su quella quasi minuscola stanza.
Ma ciò che lo stava sorprendendo molto di più era il fatto che in quel punto del castello non ci fosse qualcosa di misterioso e quindi di credibile per poter spiegare il perché quel castello un tempo fosse dotato di un inspiegabile splendore. Non c’erano macchine sopraffini, non c’erano pietre magiche, né tantomeno alambicchi particolari, tutte cose a cui si sarebbe potuto pensare come causa di quella straordinaria particolarità: nessun marchingegno, nessun simbolo arcano, nessuna luce nascosta. C’erano solo delle dispense, delle vecchie sedie di paglia e poi un tavolo con su una teglia vuota, scura, con i bordi leggermente deformati dal calore. Al di là della vista, c’era anche qualcosa per l’olfatto, infatti si avvertiva un profumo leggerissimo nell’aria, un profumo non aggressivo e invitante. Un profumo fragrante, di un’intensità intrigante il gusto, come se promettesse dolcezza prima ancora di essere assaggiato. Sembrava che qualcosa fosse stato recentemente sfornato o che si dovesse al più presto sfornare: un odore di forno caldo, di burro, uova e farina mescolati.
“Zio, questo odore non mi è nuovo!” Disse Vilfrido con un entusiasmo che esprimeva la convinzione di aver fatto una scoperta molto importante. Gli occhi gli si erano illuminati, come quando si riconosce qualcosa di caro. Poi orientò il nasino verso l’alto, inspirando in maniera evidente, a pieni polmoni, con gioia e con evidente soddisfazione. Il modo sembrò essere come quelli di quei cagnolini quando avvertono con un fiuto finissimo la presenza di qualcosa di buono. E riprese con ancora più entusiasmo: “Zio, è lo stesso profumo che ho avvertito in casa di messere Bruno, proprio lo stesso”. E ripeté con dolce convinzione il concetto.
Matthias inizialmente sembrò non dare peso a quelle parole, come se la mente fosse troppo occupata per coglierne il senso. Si muoveva con molta circospezione cercando di controllare tutto con attenzione nel desiderio di capirci qualcosa. Ma era tutto così strano, anzi, diciamocela tutta, così assurdo. L’assurdità di aver trovato una semplice cucina e non chissà quale complicato laboratorio. Ma anche la cucina è un laboratorio, potrebbe obiettare qualcuno. Si è vero, ma fino ad un certo punto. La cucina è il luogo in cui si lavora per alimentare, il laboratorio può essere invece il luogo in cui si costruisce anche per distruggere. Ma torniamo al racconto.
Fu all’improvviso -e Matthias si chiese subito tra sé come non fosse riuscito ad accorgersene subito- che si scorse sul tavolo, proprio dietro la teglia che i due già avevano notato, un piatto da dolce di buona porcellana ma leggermente scalfito, con piccole crepe sottili come rughe. Ne doveva avere di anni! Su di esso si potevano chiaramente notare delle briciole. Il tenue chiarore delle fiaccole alle pareti rendevano abbastanza facile l’osservazione, facendo brillare lievemente i frammenti. Insomma, sembrava che qualcuno fosse stato lì da poco e avesse consumato qualcosa lasciando delle chiare, anzi delle dorate tracce. “Dorate” perché esse erano di un giallo chiarissimo e quasi splendente, come piccoli granelli di sole. Inoltre a vista era facile notare che esse erano misteriosamente freschissime, morbide, non secche, come appena cadute.
Vilfrido, che già aveva intuito attraverso il suo olfatto, per dare conferma alla Sua intuizione, lentamente allungò una mano per prendere alcune di quelle briciole e poterle assaporare. Lo zio non fece in tempo a bloccarlo, preoccupato com’era che quelle briciole potessero nascondere qualche pericolo. “Si!! – esclamò con gioia il bambino dopo essersele portate alla bocca – è proprio il dolce che ho assaporato da te, zio, e dal messere Bruno! Sì, è proprio quello!” E nel dirlo il suo volto si aprì in un sorriso limpido. Quella scoperta sembrò dissipare tutti i timori e le ansie che aveva finora accumulato.
Matthias rimase se non di stucco, quasi. Egli tutto, ma proprio tutto, avrebbe potuto immaginare ma che al fondo del Castello si fosse trovato lo stesso dolce che gli procurava l’anziana vicina e lo stesso dolce del suo amico Bruno, questo mai l’avrebbe potuto immaginare. “Dunque – pensò tra sé l’uomo – al fondo del Castello non vi era un qualcosa di eclatante, di magico, di straordinario, qualcosa molto, ma molto al di là delle forze e dell’immaginazione umana, bensì un dolce o almeno qualcuno ch’era solito assaporare un dolce; e per giunta quel tipo di dolce. Insomma, qualcosa di esattamente fragile”. Matthias non fece in tempo a terminare tra sé il suo pensiero che si udi’ una voce cavernosa. La voce non era alta, ma chiara, profonda, come provenisse da una grotta. Essa disse: “…non fragile ma tenera…”. Una parola che sembrò scivolare nell’aria come un sussurro pesante. In realtà era quel respiro cavernoso che più volte si era ascoltato durante il cammino di Matthias e Vilfrido, quel respiro che adesso si era trasformato in voce.
È facilmente immaginabile quanto zio e nipote fossero letteralmente impalliditi all’ascolto di quella voce, il sangue parve ritirarsi dai loro volti. Già la sorpresa era quella che era, ma poi quel timbro così tenebroso faceva raggelare il sangue. I due rimasero impietriti per qualche attimo, poi cercarono, ma invano, di scorgere chi avesse parlato, chi fosse, scrutando nel buio, trattenendo perfino il respiro.

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