APOLOGETICA RACCONTANDO: “Il Castello splendente” (Capitolo 15)

Non si vedeva nulla…o quasi. Era tornato un buio fitto, compatto, che sembrava avere peso e spessore. Altre parole misteriose non si erano ascoltate. Nessun sussurro, nessun fruscio, nessun rumore di qualche passo lontano. Solo un silenzio che però sembrava togliere il fiato. Eppure l’ impressione era che tutto fosse tranquillo. Ma era una specie di quiete innaturale, che non faceva presagire nulla di buono. Come quell’ingannevole sereno che precede il temporale.

Intanto, malgrado l’aumento della oscurità, i respiri di Matthias e di Vilfrido si erano calmati. Non erano più visibilmente affannosi.

Ma proprio quando tutto sembrava non serbare sorprese e la paura sembrava essersi stancata di episodicamente colpire, ecco che Vilfrido, il quale stringeva la mano dello zio, sentì il suono di un respiro profondo alle spalle. Era un rantolo lento, umido, come se provenisse da una gola cavernosa, descrizione un po’ strana ma che rende l’idea.

Intanto un soffio di aria gelida colpì entrambi, come una lama di ghiaccio che scivola lungo la schiena facendo rabbrividire la pelle. Vilfrido gridò: “Aiuto!” Fu un grido istintivo e talmente acuto che infranse il silenzio. Si girarono entrambi e il loro cuore sobbalzò per la paura e sembrava volesse scappare dal loro petto. Videro una bassa creatura, con un viso che definire terrificante sarebbe stato poco. Pelle tesa, scavata, come se fosse stata tirata su ossa troppo grandi, con occhi enormi rispetto alla grandezza del viso, occhi sproporzionati, sporgenti sovrastanti enormi borse della pelle. Le orbite di un colore verdognolo, un verde viscido, simile alla muffa delle pietre umide. La bassa creatura era dinanzi a loro e li fissava con un’aria certamente di minaccia ma soprattutto di mistero. Aveva uno sguardo che non lasciava capire se stesse per attaccare o solo per in un certo qual modo consolarsi della loro paura. Si trattava di Zizzanio, quel Nano Scuro che aveva voluto spegnere lo splendore del Castello e in tal modo generare l’assenza. 

Seguirono dei momenti di silenzio. Furono dei momenti, ma sembrarono un’eternità. Attimi lunghissimi e densi. D’altronde a Matthias e a Vilfrido, impauriti com’erano, non poteva uscire alcuna parola. La gola era serrata, la voce sembrava bloccata come se vi fosse una sorta di morsa invisibile.

Ad un certo punto quella terribile creatura, sembrando accennare una specie di ghigno malevolo, disse: “Non mi chiedete perché l’ho fatto, ma l’ho fatto”. Il tono si era fatto ancora più cavernoso. Era un suono talmente profondo da sembrare che provenisse dalle viscere della terra.

A Vilfrido venne spontaneo sollevare il proprio mantello per coprirsi la testa, come se avesse voluto con quel gesto proteggere il proprio sguardo e non vedere. Sì, era proprio così: il bambino non voleva né vedere né sentire quell’essere. Ed è per questo che desiderava perfino sparire, diventare invisibile. Matthias non era arrivato a coprirsi gli occhi, ma anch’egli non riusciva a balbettare nulla. Rimaneva immobile, rigido, con pensieri forse di timore che correvano nella sua testa senza trovare una possibile via di uscita.

“Vi ho seguito fin qui non facendomi notare. E ogni tanto sentivate alle vostre spalle il mio respiro.” Riprese il Nano mentre la sua espressione si faceva ancor più mostruosa. Le labbra si stiravano in una smorfia crudele, le palpebre si erano ulteriormente ritirate mostrando il bianco degli occhi. Adesso non solo le orbite, ma tutta la pelle si era fatta verdognola, come se una luce impura e sporca stesse salendo dall’interno di quella creatura per poi fuoriuscire rendendosi visibile. Il naso adunco, poi, sembrava essersi fatto ancora più lungo e non certo per un semplice gioco di ombre e di semioscurità. Si trattava proprio di una deformazione reale, lenta ed inquietante. Poi riprese alzando l’indice della mano destra, un dito nodoso, storto, che pareva un artiglio: “E’ inutile che ci provate, non potrete far nulla perché non conoscete cosa c’era alla base del Castello. Né riuscirete mai ad immaginarlo tanto sia strano”.

Queste parole fecero un effetto benefico sull’animo di Matthias, come se fosse stata una lama di luce in un locale buio. Certo, parlare di “benefico” in quella situazione era tutt’altro che facile. Però, egli aveva colto che quella mostruosa creatura non aveva capito tutto, che dunque qualcosa le era sfuggita. Meglio: non aveva capito che loro, cioè Matthias e Vilfrido, avevano scoperto cosa rendesse splendente quel Castello, che non si tratta di chissà quali formule o quali incantesimi, bensì di qualcosa di molto più semplice. Loro avevano scoperto l’inimmaginabile, mentre il Nano no, non aveva saputo comprendere fino in fondo.

Fu così che Matthias trovò la forza di dire qualcosa. Pensava che non avesse più forze da cui attingere, ma invece gli fu possibile. Anzi, ebbe il coraggio di parlare con una certa aria di sfida. La voce era ferma, anche se probabilmente il suo cuore batteva forte. “Siete proprio sicuro che non lo abbiamo capito?” Disse.

Il Nano ascoltò e subito iniziò a ridere. Si trattava di una risata sonora, disturbante, spezzata, stridente, quasi animalesca. Il suono rimbombava sulle pareti di quella angusta cucina rendendo la risata ancora più insopportabile. Sembrava che il Castello la moltiplicasse per derisione. In realtà, Zizzanio pensava che Matthias avesse voluto bluffare, insomma che stesse tentando un  inganno in extremis. Poi smise di colpo di ridere e ci fu un silenzio improvviso. Matthias allora, forse in maniera imprudente, si girò ed afferrò il piattino che si trovava sul tavolo. Il gesto fu rapido perché forse egli aveva paura di non poterlo più fare, che ci avesse potuto ripensare. Il piattino continuava a contenere le briciole del dolce: piccoli frammenti dorati, freschi, ancora profumati. E proprio questo oggetto Matthias mostrò a quell’essere immondo. Lo fece come si può mostrare una prova, una verità talmente evidente che non si può negare.

E fu così che il Nano emise non più una sonora e fastidiosa risata, bensì un grido altrettanto sonoro e fastidioso. Era un urlo di rabbia e di dolore insieme. Un grido che sembrava quei lancinanti versi che emettono i maiali quando vengono macellati. Era acuto, disperato, disumano. Lo stridore fu così alto che Matthias e Vilfrido ebbero la certezza che stesse raggiungendo tutti i locali del Castello come avrebbe potuto fare una sostenuta corrente di aria approfittando di tante finestre aperte. Era un suono che correva, che si infilava nei corridoi, che batteva contro ogni porta. Il Nano aveva visto bene e con suo immenso dolore: le briciole attestavano ciò che dovevano attestare.


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