Mentre si stava svolgendo quell’imprevisto e tenebroso incontro, a Vilfrido balenò un ricordo nella sua testa ormai totalmente frastornata per ciò che aveva dovuto vedere ed ascoltare fino a quel momento. Una testa confusa, stanca, come se i pensieri girassero uno sopra l’altro senza riuscire a fermarsi. Il ricordo riguardava la fetta di dolce che nella casa di messere Bruno aveva deciso di prelevare e di conservare nella bisaccia per portarlo con sé. Il bambino, con una lentezza da scoiattolo impaurito, passo dopo passo e trattenendo visibilmente il respiro, aprì la borsa e prelevò il dolce che si presentava incredibilmente fresco e perfino sorprendentemente luminoso, come se una luce gentile vi fosse rimasta imprigionata. Decise di porlo al centro della tavola, proprio sul piattino che già conteneva le famose briciole. Il tutto stava avvenendo come si stesse ricomponendo qualcosa che si attendeva da tempo immemorabile.
Appena che Vilfrido ebbe compiuto questo gesto, iniziò a sorgere un leggero chiarore. Dapprima fu impercettibile, come un nascosto respiro di luce. Esso sorgeva con quella lentezza tipica della fresca aurora mattutina, quando nel cielo ancora non è giorno ma nemmeno più notte. Ci si mette ad osservare dalla finestra ed è ancora tutto scuro, le sagome restano indistinte, i contorni confusi. Ci si distrae e poi si torna ad osservare, ed ecco un leggero chiarore avvolge di un tenue viola tutte le cose. Un viola morbido che non ferisce gli occhi. Un chiaroscuro che non fa paura, perché scolpito nella speranza del nuovo giorno. Ci si distrae ancora e poi, finalmente, la luminosità ha conquistato tutto; e questo senza aver avuto la possibilità di percepire i vari passaggi. Intanto tutto diviene facilmente visibile, ogni dettaglio riprende forma e consistenza. Un cambiamento vero che trasforma tutto, che dissipa le tenebre, ma nel più assoluto silenzio e -soprattutto- in una dolcissima delicatezza, senza scosse, senza violenza, senza clamore. Ciò che ormai era iniziato ad avvenire nel Castello si realizzava proprio in questo modo. Il luogo stava guarendo senza rumore, senza lamenti, senza respiri affannosi, senza ansie. Nessun fragore, nessun impeto, nessuna agitazione, nessun timore. Come lentamente la luce conquistava i suoi spazi, così l’angoscia, altrettanto lentamente, si dileguava, come neve che si scioglie al primo sole, liberando in tal modo il cuore da ogni fastidiosa ed ingombrante oppressione, da quel fastidioso peso che non lascia respirare.
In quei momenti Matthias e Vilfrido erano presenti alla stessa scena e situazione a cui erano presenti prima che il bambino avesse avuto l’idea di estrarre il dolce e riporlo sul piattino al centro del tavolo, nulla sembrava essersi spostato, eppure tutto era diverso.
Ma mentre prima quella orribile e fetida creatura del Nano Oscuro terrorizzava i loro animi e quasi li aveva portati a pentirsi di aver voluto intraprendere quella allucinante avventura, adesso non lo temevano, come se la paura non trovasse più un appiglio possibile; e più la luce lentamente progrediva, più la paura diveniva un ricordo, perdendo la sua temuta forza.
Eppure il Nano Scuro era sempre lì, dinanzi a loro, con il suo volto grinzoso e verdognolo, con le gigantesche orbite degli occhi che continuavano a fissare pieni di odio e di desiderio distruttivo, uno sguardo carico di rabbia che però non trovava più il suo bersaglio. Adesso non faceva più paura, come un’ombra che non riesce più a coprire la luce. Era come se tutto si stesse ricomponendo in un ordine liberante, un ordine che non costringe ma restituisce respiro. Per capire meglio è come quando si entra in un locale tutto disordinato, con oggetti, mobili, travi riposti alla rinfusa ad impedire ogni benché minimo movimento, un intrico che costringe a muoversi con fatica, con l’aria opprimente di polvere e di chiuso, che graffia la gola e fa lacrimare gli occhi, con ragnatele cadenti che obbligano a calare la testa per non entrare in contatto con quella vischiosità appiccicosa, fili che sembrano trattenere chi passa. Poi, ad un tratto, tutto, ma proprio tutto, inizia a mettersi in ordine: gli oggetti, i mobili e le travi, ognuno al proprio posto, come se mani invisibili lavorassero in silenzio. L’aria si pulisce e si rinfresca, si alza delicatamente un leggero profumo di fiori di campo. Le ragnatele spariscono completamente, come se non fossero mai esistite.
Vinta la paura, e non per suo merito, Vilfrido prese un po’ di dolce, quello che gli era rimasto ancora nella bisaccia, stringendolo tra le dita con una timidezza rispettosa -non voleva toccare quello che si trovava sul piattino al centro del tavolo perché ne aveva capito l’importanza- e lo porse al Nano Scuro con un gesto lento, prudente, ma sincero. A Vilfrido venne del tutto spontaneo farlo. Non ci aveva pensato, non aveva fatto calcoli. Certo, temeva che il Nano si adirasse, che forse con una maldestra manata lo facesse saltare in aria, che perfino trovasse il pretesto per aggredire lui e lo zio. Ogni paura possibile gli attraversò la mente. Ma non avvenne questo. Il Nano afferrò quello che gli era stato offerto, con un movimento rapido, quasi furtivo e, senza ovviamente accennare ad alcun tipo di ringraziamento e nemmeno ad un sorriso (d’altronde è risaputo che i Nani Scuri non sorridono mai) corse via, prese a salire la scala a chiocciola che aveva anch’egli sceso per seguire Matthias e Vilfrido, e scomparve, inghiottito dalle ombre da cui era venuto.
Matthias rimase un po’, anzi: non solo un po’, ma un bel po’ stupito di ciò che aveva voluto compiere il nipote, ma non pronunciò parola. Poi gli venne voglia di sorridere e dare un grosso bacio sul capo del nipote e con la mano scompigliargli i capelli, con un gesto pieno di affetto e riconoscenza. Insomma, il classico gesto che si fa quando ci si vuole congratulare e dire a qualcuno: ben fatto!
Intanto il chiarore continuava a progredire rendendo tutto sempre più nitido, distinto e chiaro, come se il Castello, finalmente, stesse tornando a vedere se stesso. Ormai la soluzione si era rivelata. Tutto si stava ricomponendo.

Be the first to comment on "APOLOGETICA RACCONTANDO: “Il Castello splendente” (Capitolo 16)"