Matthias e Vilfrido procedevano verso le loro rispettive case. Di spalle avevano il Castello splendente. Tutto ciò che gli stava intorno risplendeva anch’esso: i prati, i sentieri, perfino l’aria sembrava riflettere quella luce. Una sorta di riflesso nel riflesso permeava gioiosamente tutto. Era un chiarore che non accecava ma avvolgeva, che non imponeva ma accompagnava. Ed era proprio quello splendore così avvolgente che faceva capire ai due che ormai la missione era stata compiuta.
Vilfrido continuava a procedere, ma ogni tanto -non ne poteva fare a meno- si girava per poter continuare ad ammirare quello straordinario splendore. Ad un tratto si fermò e strinse ancora più forte la mano dello zio.
“Perché un dolce?” Chiese. Ovviamente il bambino, malgrado fosse tale si poneva intelligentemente certe questioni. Si chiedeva dunque di come fosse stato possibile che quella straordinaria bellezza potesse essere dovuta ad una semplice realtà come un comune dolce. Un qualcosa che si mangia e poi sparisce. Certo, si trattava senz’altro di un dolce un po’ particolare, tant’é che Vilfrido, una volta provato, ne ricordava bene l’originalissimo sapore, ma pur sempre un semplice dolce era.
Matthias fece un cenno con il capo per dire: …sì è strano, ma c’è una spiegazione. Osservò ancora una volta il Castello, che continuava a brillare con il suo splendore che si faceva sempre più intenso, quindi rispose: “Caro Vilfrido, quando io ero piccolo, forse potevo avere la tua età, mi inoltrai imprudentemente nel bosco, senza pensarci troppo, come possono fare i bambini. Rischiai di perdermi e di fatto mi persi. Il giorno iniziò a declinare e non riuscivo a trovare il sentiero del ritorno. Le ombre si allungavano e tutto sembrava uguale. Ti lascio immaginare di come mi feci prendere dalla paura. Il cuore mi iniziò a battere forte, sembrava un tamburo impazzito. Sentivo il battito che mi rimbombava nelle orecchie, Poi, ad un tratto, scorsi in lontananza un uomo che mi parve subito essere un vecchio. Era tutto vestito di bianco. Anche i suoi capelli erano bianchi e così anche la sua lunga e folta barba. Cercai di attirare la sua attenzione e lo chiamai. Questi si avvicinò, comprese subito la difficoltà e m’indicò il sentiero del ritorno. Lo fece con un gesto semplice e senza esitazione. Mi fece capire che avrei dovuto seguire la sua indicazione e sarei certamente tornato a casa. E così fu. Ma, dopo avermi indicato il sentiero e prima di salutarmi, quel vecchio mi fece una raccomandazione. “Fai attenzione la prossima volta -mi disse- Ricordati che c’è solo una cosa che può farti smarrire…” Io subito, con grande curiosità, chiese a cosa alludesse, ed egli continuò: “Ciò che ti può far smarrire il sentiero è pensare che ciò che regge il bosco, e tutto ciò che è nel mondo, sia la complessità, quando invece tutto si regge sulla semplicità”.
Intanto Vilfrido fissava con grande attenzione lo zio. Aveva gli occhi spalancati e cercava di trattenere ogni parola. Il significato non era semplice, soprattutto per un bambino, ma Vilfrido aveva intuito che quelle parole fossero importanti, che erano parole che in un certo qual modo non avrebbe mai dovuto dimenticare.
Matthias riprese: “Chiesi a quello sconosciuto cosa volesse dire, ma questi si limitò a fissarmi e con un semplice, ma dolce, gesto m’invitò a percorrere il sentiero per tornare a casa; e poi disse ancora: “Si sta facendo tardi e se non ti affretti, finirai con non arrivare in tempo prima che scenda la notte. Vai, prendi il sentiero e vai…” Non potetti che obbedire. Iniziai a procedere, ma ogni tanto mi giravo e vedevo che quel vecchio continuava ad indicarmi con i suoi gesti il dovere di proseguire.
Matthias fece silenzio. Fu un silenzio carico di memoria. Guardò ancora il Castello splendente, che sembrava ascoltare quel dialogo, e poi tornò a parlare: “Vilfrido, adesso, ma solo adesso, penso di aver capito cosa intendesse quel misterioso vecchio. Prima della nostra avventura, quelle parole erano ben presenti nella mia mente, non mi è capitato di dimenticarle, ma non sono mai riuscito a darne una plausibile spiegazione. Ora invece le capisco.”
“E cosa hai capito?” Chiese Vilfrido stracolmo di curiosità.
Lo zio rispose: “Per spiegartelo ti faccio una domanda. Cosa attendi la sera quando hai fame?”
“Una buona cena. Sì -annuì Vilfrido confermando l’inizio della sua risposta- attendo che la mamma prepari una buona e gustosa cena”.
“Giusto – commentò Matthias – e io ti dico che se tu sapessi che nelle terre più lontane del nostro regno stia per accadere una sanguinosa battaglia, oppure che tra i potenti che lo governano stia per scatenarsi una lite che potrà causare una gravissima crisi, a te importerebbe poco perché la tua vita è solo in quel tuo, semplice, desiderio: che tua mamma prepari al più presto una buona e gustosa cena”.
“E allora?” Chiese ancora più stupito Vilfrido, mentre avvertiva che qualcosa d’importante stava per emergere.
Rispose lo zio: “Ciò vuol dire che non esistono le grandi e le piccole cose, non esistono i grandi e i piccoli atti, non esistono i grandi e i piccoli fatti, ma tutto è enormemente grande…ad una condizione però…”.
“Quale condizione?” Chiese ancora Vilfrido, trattenendo quasi il respiro.
“Alla condizione che tutto rientri nel bene. Se ciò che si fa, lo si fa non per sé ma per Dio, allora tutto acquista un valore infinito perché lo si fa per l’Infinito”.
Matthias si fermò nuovamente. Si chinò appoggiandosi sulle ginocchia per fissare meglio il nipote. “Vilfrido – disse dolcemente – tu ti meravigli di non aver trovato a fondamento del Castello una cosa importante ed originale. Non c’era un baule che contenesse chissà quale segreto, non c’era un incantesimo, un oggetto stupefacente o fantasmagorico. Niente di tutto questo. Cera solo un semplice dolce.”
“Un dolce però buonissimo!” Ci tenne a precisare il bambino, con un mezzo sorriso.
“Si -riprese Matthias – buonissimo, perché fatto bene con grande amore. È questa la spiegazione a ciò che ho detto prima. Una cosa può essere anche grande, perfino grandissima, ma se non è fatta per il Bene non serve a nulla e vale molto poco. Vale solo un attimo di illusione.”
“E la cucina?” Continuò a chiedere Vilfrido.
Matthias fece ancora un po’ di silenzio. Poi operò un leggerissimo movimento con il capo quasi a voler annuire altrettanto leggermente. “Ognuno di noi -disse- da solo non è nulla. Vilfrido, quanto grande e pericolosa è la menzogna di affermare che ognuno può farcela da sé. Solo un pazzo può credere che qualora stesse affogando nelle acque profonde di un lago avrebbe la possibilità di fare leva su di sé per tirarsi fuori dal pericolo. Cos’è una cucina, Vilfrido, se non il luogo in cui si lavora per l’unione e si realizza l’ unione? In una cucina si lavora per fare piccole cose che basterà molto poco per distruggere, eppure quando le si fanno, le si fanno come se non dovessero mai finire”.
“Si, ma tutto questo produceva uno splendore che una cosa molto, ma molto grande…” disse il bambino cercando ancora di afferrare la misura di quel mistero.
“E infatti – proseguì lo zio – l’uomo può produrre cose belle solo quando tutto è dentro il Bene e per il Bene. Vilfrido, ti sei mai chiesto perché ci sono tanti castelli nel nostro Regno e in tanti altri regni e questi, pur essendo grandi, maestosi, bellissimi, non hanno mai brillato? Mai nessuno ha scorto in essi alcun minimo splendore? È perché al centro delle loro fondamenta non c’era un segno, non c’era un atto, non c’era un luogo, non c’era nulla che potesse adeguatamente e realmente esprimere il Vero e il Buono; e senza il Vero e il Buono non c’è la Bellezza, non c’è splendore.”
I due ripresero il cammino, con passo quieto, come chi si è finalmente liberato da qualsiasi tensione. Passarono diversi minuti senza che venisse interrotto il loro silenzio. Per ritornare alle loro dimore dovevano ovviamente allontanarsi dal Castello, ma questo, talmente era splendente, che ogni qualvolta si giravano per rimirarlo, sembrava che non si allontanasse, anzi come se prodigiosamente li seguisse. Ma era solo una sensazione.
Dopo un po’, Vilfrido tornò a chiedere allo zio: “Perché quel tipo di dolce? Di dolci ce ne sono tanti…”. La domanda sembrava un po’ ingenua, eppure un senso lo aveva. Sarebbe bastato un dolce qualsiasi per produrre quello splendore oppure occorreva proprio quello che assaporava dallo zio e che aveva ritrovato ancora più buono da messere Bruno?
Matthias rispose senza fermarsi: “Anch’io mi sono posto questa domanda, caro Vilfrido. E penso di aver capito”.
“Cosa hai capito, zio?” Vilfrido non vedeva l’ora di ascoltare la risposta.
Lo zio arrestò nuovamente la marcia e tornò a fissare lo sguardo del nipote. Disse: “Vilfrido, cosa ti colpisce di più di questo dolce?”
Il bambino non ci pensò due volte e rispose di scatto, come se fosse stata la cosa più spontanea: “La morbidezza!”
“Ecco – annuì Matthias – la morbidezza. La morbidezza è la tenerezza, che è comunque forza, tenacia, vigore. Hai notato come è facile lasciare impronte sulla battigia del lago? Lì il terreno è così morbido che non fa sprofondare, bensì cede quel poco al passaggio da modellare delle chiarissime impronte di chi passa di lì. Sulla roccia questo è impossibile. E mentre si può camminare a piedi nudi sulla battigia, sulla roccia non è possibile”.
Vilfrido era tutto orecchi ad ascoltare ciò che stava dicendo lo zio, come se ogni parola trovasse posto ordinatamente dentro di lui.
“Il mondo – continuò l’uomo – ha due possibilità o rendersi tenero al volere di chi lo ha fatto oppure duro a questo volere. Se si rende tenero, questa tenerezza è per tutti, essa sarà la forza che può sorreggere tutto rendendo splendente tutto, ma se si rende duro, allora la durezza non sarà tanto a Dio ma soprattutto agli altri”.
Vilfrido aveva ben capito. Ma fu preso da una preoccupazione improvvisa. Matthias se ne accorse e gli chiese: “A cosa stai pensando?”
“Sto pensando – disse quasi sottovoce il bambino – a quel Nano Scuro. Che ne sarà di lui. Si è completamente perso?”
“Non possiamo dirlo -rispose lo zio perdendo il suo sguardo lontano come chi volesse guardare oltre il tempo- C’è però una speranza: ha preso il dolce senza buttarlo via. Chissà. Avrà capito? Non avrà capito? Non possiamo dirlo. Non ci è dato di sapere”.
“E adesso cosa ci resta da fare?” Domandò Vilfrido.
Matthias rispose: “Aver salvato il Castello non segnerà definitivamente il nostro tempo. Perché ogni villaggio, ogni casa, ogni focolare, ogni cucina vive il destino del Castello.”
I due tornarono a mirare lo splendore del Castello. Era diventato ancora più Bello.

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