La mattina seguente, Vilfrido si svegliò con un profumo che riempiva la stanza, era di pane appena sfornato. Un profumo caldo e pieno, capace di procurare un facile risveglio. Vilfrido, infatti, avrebbe voluto dormire ancora, ma quel profumo era davvero irresistibile e spingeva quanto prima a passare dal profumo al boccone. Era una gradevolissima sensazione che in un certo qual modo gli parlava di casa pur non essendo a casa.
In realtà, messere Bruno stava già lavorando all’impasto da almeno qualche ora. Lo faceva con grande maestria: i suoi movimenti erano sicuri, pazienti, avevano un che di rituale. La cosa era tutt’altro che comprensibile perché messere Bruno non faceva il fornaio di professione. Se fosse stato fornaio, sarebbe stato più che giustificato il suo alzarsi di notte fonda per preparare il lavoro, proprio come quelli che vivono di farina e forno. Ma il mistero nel mistero è che egli sfornava solo per sé, per cui avrebbe potuto organizzarsi più comodamente senza orari improcrastinabili. Produceva tanto di qual pane che sembrava dovesse fornire chissà quanti magazzini. Insomma, pagnotte e panini in quantità, come se il pane fosse il suo modo di dire “benvenuto” al mondo.
Matthyas, intanto, era seduto vicino al camino, tutto intento a lucidare la lama del suo coltello con un panno di velluto scuro. Il coltello veniva fatto scorrere sul metallo con lentezza, fino a farlo brillare come un piccolo specchio.
Vilfrido si lavò utilizzando una scodella già opportunamente preparata. Acqua ben fredda, buona a far risvegliare il viso e a scacciare ogni residuo di sonnolenza. Poi il bambino scese nel soggiorno dove lo attendeva lo zio e il padrone di casa.
“Buongiorno, ragazzo” disse messere Bruno senza alzare lo sguardo. Egli era intento a sistemare l’occorrente perché potesse essere servita una gustosa e sostanziosa colazione. Poi aggiunse continuando a rivolgersi a Vilfrido, ma sempre non incrociando il suo sguardo: “Siediti, ho preparato qualcosa per te”.
Su un tavolo allegramente imbandito c’erano tazze di latte caldo, miele denso, lucido e dorato che sembrava essere pieno di sole e soprattutto panini morbidissimi ancora fumanti da cui usciva un profumo sottile e invitante.
Vilfrido, vedendo tutto quel ben-di-Dio, s’illuminò e i suoi occhioni si fecero ancora più grandi. Si sedette senza lasciarsi pregare e mangiò con gusto, con quell’appetito felice che non ha fretta ma non sa facilmente limitarsi. Il suo cuore era sereno, come se la notte, ma soprattutto quella buona colazione, avesse cancellato un peso accumulato durante il cammino dei giorni precedenti, un peso che nella sua mente di bambino non avrebbe mai potuto immaginare.
Quando ebbero finito di fare colazione, Matthias si alzò e indossò il mantello stringendolo sulle spalle con un gesto deciso. “Dobbiamo al più presto metterci in viaggio -disse- Il Castello non è lontano, ma c’è ancora da attraversare la Valle delle Nebbie. E nel pronunciare quel nome la sua voce si fece appena più grave.
Messere Bruno annuì, ma il movimento del suo capo sembrò esprimere un che di preoccupazione come se quel luogo, la Valle delle Nebbie, fosse un posto tutt’altro che tranquillo per due semplici uomini come zio Matthias e il nipote Vilfrido.
Bruno cambiò subito atteggiamento: si pulì le mani con il grembiule che indossava, lo slacciò, se lo tolse e poi posò una mano sulla spalla di Vilfrido. “Ricorda -disse fissandolo negli occhi- ciò che ti ho detto ieri. Il mondo può essere anche duro. La vita anche. Tutto potrà apparirti spigoloso e doloroso, ma la tua forza sarà sempre nella capacità di rispondere a tutto questo con la tenerezza. Non fare mai dipendere la tua forza dalla durezza, ma solo dalla tenerezza. Tutto dipenderà dalla gentilezza che saprai donare e da quella che accetterai”. Queste parole erano sembrate a Vilfrido come qualcosa di molto concreto, cioè come una sorta di bisaccia piena di cibo necessario per affrontare qualsiasi lungo e faticoso sentiero.
Dopo aver terminato, Bruno si girò verso Matthias e lo abbracciò, stringendolo con forza, proprio come è giusto fare quando c’è una persona molto cara che sta partendo. Vilfrido notò, in quell’abbraccio, che lo zio e messere Bruno, anche se non si incontravano spesso, dovevano essere legati da un legame davvero fuori dal comune, da un legame straordinario.
“Fai attenzione” Si limitò a dire messere Bruno a Matthias, con un tono che era insieme preghiera ma anche ammonimento dall’alto di una maggiore esperienza.
Poi messer Bruno si avvicinò a Vilfrido. Estrasse dal taschino un piccolo astuccio rettangolare, una sorta di scatoletta fatta di un materiale non facilmente identificabile, e lo mostrò al bambino. “Vilfrido -disse- adesso ti consegno un oggetto molto prezioso che non devi assolutamente perdere. Mi devi però promettere che non aprirai questa scatoletta se non quando avrete restaurato lo splendore del Castello” e pose in evidenza dinanzi allo sguardo del bambino ciò aveva in mano.
Vilfrido fece sì con il capo e stese la sua piccola mano per afferrare il misterioso oggetto. Messer Bruno glielo consegnò e aggiunse: “Mi raccomando, aprilo solo dopo lo splendore”. Il bambino annuì ancora e ripose il dono nella tasca interna del suo mantello.
Il cammino fu ripreso. Fin quando poteva essere a vista, Vilfrido si girava ogni tanto indietro per osservare la casa che li aveva ospitati. Era quasi come se la volesse conservare nella memoria. Avvertiva una strana sensazione, ovvero che quella casa così accogliente, con tutti quei profumi e leccornie, non l’avrebbe mai più rivista. E poi tutti quei misteri: messere Bruno che prima di essere informato già sapeva che gli ospiti stavano recandosi al Castello e poi ancora la sua attività di fornaio che produceva tanto di quel pane come se avesse dovuto soddisfare l’intero esercito del Re. Per un po’ Vilfrido aveva rimosso questi pensieri, ma ogni tanto tornavano; e questa volta erano per l’appunto tornati.
Non passò molto tempo e il sentiero iniziò ad immergersi in una leggera nebbia. Era tanto lieve che sembrava una specie di velo delicato.
Questa sua leggerezza durò poco perché iniziò subito a farsi più fitta e anche lattiginosa.
D’altronde Matthias aveva anticipato che per recarsi al Castello si sarebbe dovuto passare per la Valle delle Nebbie. E infatti dopo un po’ furono nella Valle. Si vedeva davvero pochissimo. Vilfrido non aveva mai visto nulla del genere. Oltre alla scarsissima possibilità di scorgere qualcosa, sembrava che l’aria stessa si muovesse. L’impressione era che ci fosse una sorta di grosso animale con un sonoro respiro.
“È normale?” Vilfrido chiese allo zio non nascondendo una evidente preoccupazione: la sua mano stringeva fortemente quella dello zio.
Matthias fece sì con il capo, ma nel suo volto era palpabile una tensione che il bambino non aveva mai visto prima. Poi l’uomo disse osservando lontano, anche se ormai lontano non si vedeva più: “E’ la Valle delle Nebbie. E’ il luogo dove la magia del Castello si manifestava anche fuori le mura. C’è chi la trova inquietante; e forse lo è perché è sorta dopo che lo splendore è sparito. Un tempo questa Valle non era affatto così. La nebbia non c’era. Tutto era ordinatamente luminoso.”
Intanto Vilfrido iniziava a preoccuparsi, il pensiero gli correva più veloce dei passi. Quel coraggio che aveva esternato nei giorni scorsi e di cui in un certo senso intimamente si vantava, sembrava sparire, come qualcosa che tra le dita non si può trattenere. Il fiato si faceva corto, anche se il cammino era tutt’altro che duro. D’altronde la Valle delle Nebbie era pianeggiante. Vilfrido istintivamente inghiottì della saliva, reazione tipica di chi è in tensione, e disse: “E adesso cosa ci attende?”
“Attraverseremo la Valle, questo dovremo fare e questo ci attende”. Rispose Matthias con tono deciso, ma forse più per convincere se stesso che il nipote.
Arrivò il momento in cui la nebbia li avvolse completamente. Era un bianco così avvolgente che sembrava non esserci altra possibilità cromatica. Solo bianco e basta. Ogni passo sembrava attutito, come se il terreno fosse diventato morbido come una sorta di moquette vellutata, quella moquette così tenera e delicata da assorbire ogni rumore. Dunque non si vedeva che ad una spanna. Sensazione non gradevolissima. Il mondo si riduce ad un piccolo quadratino e tutto il resto sparisce.
Vilfrido sentiva che il suo cuore adesso stava battendo ancora più forte e il respiro farsi più veloce come dopo una corsa improvvisa. Disse: “Zio, ho l’impressione che qualcuno ci stia seguendo ed osservando” e nel dirlo ebbe un brivido che gli corse sulla schiena. In realtà quel grosso respiro che sembrava essere di un grosso animale tornò a farsi sentire. Era un respiro cavernoso.
Vilfrido tornò ad impaurirsi, ma questa volta fu una paura molto più forte. Matthias, però, non si fermò e continuò a proseguire ostentando calma, con le spalle dritte, come se volesse far capire al nipote di saper sfidare l’impossibile. Poi disse con una tale decisione ed autorità che sembrava stesse leggendo da chissà quale libro antico: “La nebbia non guarda, la nebbia ricorda”.
“Cosa ricorda?” Chiese meravigliato il bambino, con la paura che in quel momento era diventata curiosità.
“Ricorda ciò che vi era prima e ciò che si è perso. D’altronde la nebbia è un inganno: non toglie la luce, impedisce solo di vedere. Noi crediamo, caro Vilfrido, che solo il buio impedisca di vedere; invece non è così, anche con la luce si può non vedere…perché c’è luce e luce. C’è anche la falsa luce.” Queste parole di Matthias sembrarono rimbombare in quella spessa coltre. Il respiro misterioso si fece ancora più sentire. Non era assordante, ma di certo divenne più fastidioso.
Vilfrido non capì, ma non ebbe il coraggio di chiedere altro, adesso doveva badare nuovamente alla sua paura e anche ad un certo tremore che era sopraggiunto. Continuò a camminare.
Quella nebbia, però, riservava ancora delle preoccupanti sorprese. Il respiro profondo si era nuovamente arrestato, ma a questo era subentrata un’altra sensazione, anzi due sensazioni tutt’altro che gradevoli. Sembrava che in quella fittissima nebbia si potessero scorgere delle misteriose figure. In realtà la loro presenza si notava leggermente ai lati della vista, quando poi si fissava con gli occhi ciò che era dinanzi non si scorgeva più nulla.
L’altra sensazione era che i passi si facevano più pesanti. L’impressione era quella di calpestare del fango abbastanza profondo, tale da affondare i propri scarponi. Ma non era semplicemente quella. D’altronde tanto a Matthias, ma anche al piccolo Vilfrido, era capitato chissà quante volte di dover camminare su un fango molto spesso. Si trattava piuttosto di qualcosa di avvolgente e non solo di appiccicaticcio.
A Vilfrido venne spontaneo affermare, preso sempre da una discreta paura: “Zio, ma non è che corriamo il rischio d’incontrare sabbie mobili?”
Lo zio mostrò ancora una volta di saper bene interpretare ciò che stesse avvenendo e soprattutto il senso vero di quello stranissimo luogo. E disse: “Non ti preoccupare, piccolo mio. Non ci sono sabbie mobili. Questo strano fango non vuole trattenerci, ma conquistarci. Non vuole farci affogare e seppellirci, ma solo manovrarci. Non dobbiamo fermarci perché se ci fermeremo, questo avvolgimento minerà il nostro desiderio di andare verso il Castello; e forse ci convincerà che il vero problema non è stato lo spegnimento dello splendore, bensì proprio questo fango e questa nebbia, quando invece questo fango e questa nebbia sono qui proprio perché è stato ucciso lo splendore”.
Ma un’altra sorpresa ancora li attendeva. Si udì nitidamente un fruscio che fece trasalire il bambino. Fu un suono breve, come una specie di ramo secco inavvertitamente toccato o perfino spezzato. In realtà, poteva anche essere l’effetto del movimento di qualche animale. Ma per come si sentivano i due, specialmente Vilfrido, qualsiasi strano rumore avrebbe causato in loro non poca preoccupazione. “Zio, zio -disse il bambino sempre molto agitato- mi sembra che qualcosa si sia mosso vicino a me.”
Matthias lentamente prese deciso il polso del nipote. “Non guardare -disse- piuttosto continua a camminare. Qui nulla può davvero farci del male”. L’uomo fece un po’ di silenzio, come se avesse voluto ascoltare anch’egli, poi continuò: “Ad una condizione però non ci farà male, se non le permettiamo di parlare al nostro cuore”.
“Cosa vuoi dire, zio? Come può una nebbia parlare? Come può parlare al nostro cuore?” Chiese visibilmente tremante il povero Vilfrido. La sua voce era sottile e spezzata.
“Voglio dire -rispose l’uomo- che qui c’è una sofferenza. E’ la sofferenza dell’assenza. Ma non dobbiamo compatirla. Se lo facciamo, rischiamo che conquisti anche il nostro cuore. Immagina una tristezza che possa divenire contagiosa, che attacchi senza farsi vedere”. L’uomo decise di fermarsi. Si abbassò appoggiandosi sulle ginocchia per poter fissare negli occhi il bambino, cercando, quasi invocando, la sua attenzione. Poi disse: “Vilfrido, perché siamo qui adesso?”
“Per andare al castello”
“Infatti. Siamo qui perché abbiamo assecondato un desiderio; e questo desiderio è stato talmente grande che non ci è stato permesso di trascurarlo. E’ vero, Vilfrido?”
Il bambino annuì con un piccolo cenno del volto.
L’uomo riprese: “Se poniamo troppa attenzione a questa nebbia, essa conquisterà anche noi e ci farà sparire il desiderio di raggiungere il castello. Anzi, ci farà credere che ormai non ci sia più nulla da fare, che lo splendore non potrà mai ritornare.”
A Vilfrido venne spontaneo fare silenzio e abbracciare fortemente lo zio, un abbraccio che voleva essere un cercare un adeguato e tranquillo rifugio. Anche Matthyas lo abbracciò fortemente mentre sentiva il cuoricino del bambino battere forte, così forte da sembrargli un piccolo martello. Poi gli disse dolcemente: “Adesso chiudi gli occhi. Ti dico io quando riaprirli.”
Il bambino fece come gli aveva detto lo zio, obbedendo con fiducia. Quando riaprì gli occhi, la nebbia cominciò a diradarsi, come se qualcuno avesse aperto una grande finestra facendo entrare un venticello che come una sorta di scopa di saggina ripulisce da polvere e terriccio.
Al diradarsi della nebbia, scoprirono che proprio dinanzi a loro si ergeva il Castello. Era enorme. Più grande di quanto Vilfrido avesse potuto immaginare. Sembrava che il cielo in quella Valle avesse dovuto allargarsi per fare posto all’imponenza di quella maestosa costruzione. Le mura erano bianchissime, come fatte di una pietra capace di emanare luce propria, una luce fredda, tipo quella della Luna. Le torri si elevavano alte e sottili. Sembravano delle dita che sfioravano il cielo.
Eppure, nonostante la magnificenza, il Castello sembrava chiaramente ferito: alcune parti delle mura erano opache perché l’umidità ne aveva rovinato delle parti. Era facile notare delle grosse macchie che avevano tutta l’apparenza di macchie incancellabili. Uno dei ponti laterali era crollato, lasciando un vuoto che addolorava al guardarlo.
Vilfrido a quella vista si riempì di meraviglia ma quasi rabbrividì. “E’ bellissimo -disse- ma sembra anche triste”.
Matthias annuì e, pur senza pronunziare parola, fece chiaramente capire quanto fosse vero come in quella stupenda costruzione si fondessero bellezza e tristezza, fascino ed ombre dolorose di una gioia perduta. Come quando si entra in una sala dove da poco è terminata una festa. Tutto attesta la recente presenza dei commensali, delle risate, degli abbracci, delle gioie, ma insieme a questo incombe il silenzio. Tutto è fermo; e quelle risate, quegli abbracci e quelle gioie, si riducono solo a pungenti, nostalgici, ricordi.
Matthias e Vilfrido si avvicinarono al grande portone, alto, scuro, massiccio. L’uomo si limitò a sfiorarlo con la mano, appoggiando appena le dita. Stranamente fu sufficiente solo questo semplice e delicato gesto e il portone iniziò a muoversi. Si aprì lentamente sembrando invitare i due ad entrare. Sembrava che quel portone li attendesse da tempo.
Il viaggio era finito, ma l’avventura stava iniziando. E davanti a loro, oltre quella soglia, si apriva un mondo che nessun libro avrebbe potuto raccontare fino in fondo. Ma noi ci proviamo.

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