APOLOGETICA RACCONTANDO: “Il Castello splendente” (Capitolo 9)

Il silenzio è silenzio. Ma c’è silenzio e silenzio. Il silenzio che Matthias e Vilfrido trovarono nel Castello era un silenzio che avvolgeva in maniera opprimente, come una sorta di coperta umida posata sul petto, una coperta che non solo non copre ma di cui ci si vorrebbe al più presto liberare. Era un silenzio pesante, denso, compatto, quasi “materiale”. Insomma, non il semplice silenzio tipico di un luogo abbandonato, né quello rispettoso di una cattedrale. Si trattava di un silenzio che “respirava”, cioè una sorta di silenzio che paradossalmente sembrava volesse comunicare un evidente disagio. Un silenzio che sembrava addirittura “ascoltare”, come se avesse orecchie nascoste nei muri. Infatti, la sensazione che provarono subito Matthias e Vilfrido fu che quel Castello non fosse affatto disabitato e che fossero in tanti ad essersi accorti della loro entrata.

I locali erano di colore opaco. I toni erano smorzati. Dominava una luce pallida di cui non era possibile scorgerne la fonte. C’era qualche finestra adornata prevalentemente di bifore, ma non potevano spiegare quel chiarore. L’impressione generale era che fosse tutto piatto, tutto monotono. Si scorgeva certamente una vetustà importante, ma questa non destava quell’istintivo interesse che realtà antiche naturalmente tendono a suscitare.

Tutto era al proprio posto (sedie allineate, tappeti distesi, tendaggi immobili). Addirittura non c’era polvere, non c’era sporcizia, nessuna ragnatela, nessun segno di abbandono. Non sembravano sale disabitate da tempo. Anzi.

Eppure si avvertiva l’assenza. I colori si scorgevano perché ben visibili, ma, come detto prima, risultavano spenti, come se fossero delle candele senza fiamma. Tutto, inoltre, mancava delle adeguate sfumature.

Spesso la Bellezza ha bisogno di esprimere i particolari perché molte volte sono proprio questi che danno significato al tutto. Trascurare i particolari può condurre inevitabilmente alla sciatteria. Ebbene, in quelle sale del Castello di fatto i particolari c’erano, ma era come se non ci fossero stati perché una rigida ed ingombrante monotonia avvolgeva ogni cosa; ed ogni cosa sembrava essere la stessa identica cosa.

Vilfrido e lo zio proseguivano cercando di osservare tutto con estrema attenzione. Certamente erano meravigliati, ma si trattava di una meraviglia che non si trasformava in gioia. Essi erano sì contenti per essere riusciti ad entrare nel Castello, ma erano ben consapevoli che la loro immaginazione era rimasta di fatto disattesa. E poi c’era quella sensazione di sentirsi osservati, per non parlare del fatto che quel pesante respiro che avevano iniziato ad ascoltare nella Valle delle Nebbie ogni tanto tornava a farsi sentire. E poi ancora c’era quella sensazione non solo di sentirsi osservati, ma anche che sarebbe stato assai improbabile che presto avrebbero incontrato qualcuno. Chissà, dietro una porta, dietro una colonna o da qualche angolo nascosto. Il motivo era sempre quello: quegli ambienti, troppo ordinati e puliti, non potevano essere disabitati.

“È tutto maestoso -disse Vilfrido- Zio, secondo te, ci vive ancora qualcuno’.

Matthyas continuava ad osservare con molta attenzione. Poi rispose: “Certamente ci vive ancora qualcuno, ma non come tu immagini”.

Procedettero fino ad arrivare in una grande sala di forma circolare, ampia, perfetta e molto solenne. Vilfrido iniziò ad immaginare come una volta potesse essere piena di persone che banchettavano, danzavano…e quindi: risate, musica, baldoria…

Al centro della sala vi era una specie di fontana fatta con marmo bianco, lucido, freddo, ma anche molto elegante. Una fontana però asciutta, senza nemmeno una goccia d’acqua. Immaginate un cuore, presente, ben visibile, ma che non batte. Un cuore che vuole significare la vita, ma la vita non c’è, è ferma; anzi è stata uccisa.

Nelle pareti vi erano nicchie che ospitavano delle statue, anch’esse di marmo. Esse rappresentavano animali reali, cioè davvero esistenti in natura, ma anche animali fantastici e mitologici. Gli occhi di questi animali erano stati ben intagliati, e le palpebre, affinché  si potessero ben vedere gli occhi, erano state scolpite aperte. Erano palpebre che ovviamente non potevano chiudersi, perché di marmo. Esse esprimevano bene la sensazione che si poteva provare in quelle sale del Castello e che certamente stavano provando anche Matthias e Vilfrido: una vita apparentemente tale, ma fredda, immobile, paralizzata. E, intanto, tutto era perfettamente in ordine e senza un benché minimo strato di polvere. Insomma, come se qualcuno, ogni giorno, si prendesse cura di quel vuoto, perché di vuoto si trattava.

Vilfrido si fermò e con la mano strattonò Mathias, quasi avesse bisogno di conferma: “Zio, questo castello è molto triste”.

Matthias annuì, poi, dopo un sospiro lungo e pesante, esclamò: “Si capisce quanto gli manchi ciò che lo ha fatto splendere. Questo castello non è stato costruito per brillare da solo, ma per riflettere ciò che vi era custodito nelle sue fondamenta” L’uomo fece una piccola pausa e poi riprese: “Vilfrido, questo castello è come uno specchio che si pone dinanzi al nulla e quindi non può più rappresentare nulla, perché il nulla…è nulla e basta. Uno specchio dinanzi al nulla resta sempre se stesso, ma non ha più ragion d’essere, non serve più. Sprofonda nello smarrimento”.

“Ma cosa c’era nelle fondamenta di questo castello?” Venne spontaneo chiedere a Vilfrido.

“È proprio questo che dobbiamo scoprire -rispose lo zio- Saremo noi capaci di farlo?”

“Dobbiamo farlo” Confermò con decisione il bambino.

Matthias s’intenerì dinanzi a quella decisione così delicata. Un bambino di dieci anni, che mostrava ora tutto il suo timore e a cui spesso la voce tremava e il fiato si faceva pesante, non voleva demordere e realizzare il suo desiderio che l’aveva mosso a partire. “Caro, Vilfrido -disse l’uomo- ce la metteremo tutta. Ma non sarà facile. Io ti assicuro -la mano dell’uomo strinse la spalla del bimbo- che ce la metterò tutta. Anzi, non ti nascondo che da quando sono entrato nel Castello ho avuto la chiara sensazione che da questo impegno non possiamo sfilarci. C’è chi attende molto da noi”. Con queste ultime parole Matthias guardò in alto, ma non in un punto preciso.

Proseguirono in un lungo corridoio: sembrava non finire mai. Era abbastanza oscuro. L’unica luminosità era data da poche fiaccole accese, ma abbastanza distanti fra loro per cui non riuscivano ad illuminare a sufficienza. Il corridoio era molto lungo e dava la strana sensazione di non dover mai finire. Ad un tratto tornò a farsi sentire in maniera chiara il solito respiro profondo. Matthias e Vilfrido si girarono immediatamente, sempre con la speranza di poter capire e vedere cosa o chi fosse. Ma non c’era nulla.

Ogni tanto sulle pareti del lungo corridoio si notavano dei dipinti, anche di discreta fattura. Poi, a queste pareti finemente adorne, si alternavano pareti di nuda e grezza pietra da fare sembrare quel percorso non più un corridoio bensì una specie di cunicolo di caverna. I dipinti raffiguravano tanti soggetti: banchetti, battaglie, feste e molti personaggi del passato. Scene di vita che, in quei locali dove si respirava un senso di vuoto e di assenza, non potevano che sembrare totalmente morte, superate, perfino nullificate dal tempo. Inoltre, i volti dei personaggi raffigurati nei dipinti apparivano sfocati, come se la memoria di costoro dovesse essere in un certo qual modo essere cancellata. A Vilfrido venne il desiderio di toccare quei dipinti, ma appena li sfiorò con le dita, sentì una specie di suono, anche se lieve, molto lieve. Era una sorta di tremolio sottile, per nulla fastidioso. Anche questo sembrava una specie di respiro, ma molto diverso rispetto a quello che ogni tanto si avvertiva alle spalle dei due. Questo incuteva timore essendo un respiro cavernoso, quello che ora stavano ascoltando era invece lieve, dolce, in un certo senso perfino sereno, di certo “rassegnato”.

“Zio, hai sentito?” Si allarmò ancora Vilfrido.

Matthias si fermò di colpo. Pensò di fare una cosa particolare. Appoggiò una mano sul muro e poi chiuse gli occhi come se volesse concentrarsi nella convinzione che vi fosse la possibilità di scoprire un importante segreto. Insomma, era convinto che si potesse ascoltare attraverso la pietra. Gli servi’ molto poco e subito si rivolse al nipote comunicandogli: “Sì. È proprio così: non siamo soli”.

Vilfrido si avvicinò allo zio. Però tremava visibilmente. Aveva le spalle rigide e le mani fredde e sudate. Il cuore gli batteva forte. “Perché, chi c’è?” Chiese con timore; e forse sperava che lo zio si fosse sbagliato.

Prima di rispondere, l’uomo respirò profondamente, non era chiaro se per farsi coraggio anch’egli oppure per parlare con più sicurezza. Poi disse: “Non so se sono coloro che abitavano questo Castello o solo quelli che il Castello non ha potuto salvare”.

“Salvare? Ma salvare da cosa?” Chiese ancora Vilfrido. Questi tremava ancora e quel verbo, “salvare”, gli parve incomprensibile.

Matthias precisò: “Salvare nella memoria…salvare nella memoria…” Egli ripeteva questa espressione come se la volesse fissare più nella sua mente che in quella del nipote.

Vilfrido stava per chiedere ancora, quando, ad un tratto, si sentì un rumore di passi, lenti ma costanti. I due si girarono per capire cosa fosse. Dal fondo scorsero una figura. Era una figura d’uomo che emergeva  dal buio del corridoio e più essa avanzava, più si faceva nitida. Camminava lentamente. Si avvicinò e poi si fermò. Aveva le braccia lungo i fianchi ed uno sguardo totalmente inespressivo: occhi ben aperti, ma assenti. Indossava abiti semplici, ma ciò che colpiva maggiormente era il fatto che si trattava di abiti stropicciati, non sporchi ma stropicciati, come fossero stati appena tirati fuori da qualche guardaroba chiuso da tanti, troppi, anni e riposti disordinatamente. L’immagine di quell’uomo faceva chiaramente capire che si trattava di qualcuno per cui il tempo si fosse arrestato. Un tempo “bloccato” addosso come una specie di inestetica “ruggine”. Si trattava, però, di una stranezza, perché mentre le stanze del Castello non mostravano segni di vecchiaia, anzi sembravano luoghi di una continua presenza, il modo di presentarsi di quell’uomo pareva il retaggio di chissà quale remoto periodo. E sembrava che il passato se lo portasse addosso, che non se ne potesse disfare, come qualsiasi uomo non si può disfare della propria pelle.

Vilfrido, forse perché non fece attenzione a certi particolari che caratterizzavano quella figura, sembrò rincuorarsi per l’incontro con lo sconosciuto, come se finalmente ci fosse qualcuno a cui chiedere. Lo chiamò: “Scusa, puoi aiutarci?” Gli disse.

Lo sconosciuto non rispose. Continuò a muoversi, ma sempre con lo stesso identico passo regolare, uguale, senza variazioni. Il suo volto non cambiò espressione. Sembrava che non avesse sentito nulla. Era totalmente impassibile ed indifferente, come una statua che cammina.

Allora Vilfrido tornò ad intimorirsi, anzi più che timore si trattava proprio di paura. E così si rivolse a Matthias sussurrandogli, perché pensava ingenuamente di non farsi sentire dalla misteriosa figura: “Zio, perché costui non parla?”

Mathias pose una mano sulla spalla del bambino: “Adesso ho avuto conferma. Mi è stato raccontato che questo castello è abitato da uomini che ormai non ricordano più. E proprio perché non ricordano non sentono e forse non vedono nemmeno. Vivono e basta. I muti sono tali perché non possono ascoltare e pertanto non riescono ad esercitare la parola. In un certo senso così è avvenuto per costoro. Avendo perso la memoria, non possono né ascoltare né vedere…insomma, non possono conoscere.” E sul verbo “conoscere” l’inflessione della voce dell’uomo cadde giù decisa.

“Perché la memoria è così importante?” Si Incuriosì Vilfrido. Il suo tremito rendeva ancora più vera e sentita la domanda.

“Perché l’uomo non è una bestia -rispose Matthias- L’uomo pensa, l’uomo attende, l’uomo sa che il tempo trascorre. E proprio per questo deve saper conservare ciò che ha vissuto. L’uomo non può dimenticare. Sarebbe sciocco se l’uomo -e qui Matthias accennò un piccolo sorriso- dovesse sempre e comunque iniziare da zero. Se fosse obbligato a questo, si ridurrebbe ad un animale che agisce, procede, osserva anche, ma osserverebbe senza capire davvero, senza potersi chiedere il perché delle cose. Avrebbe solo uno sguardo senza anima”.

Intanto la figura misteriosa si era avvicinata ancora di più. Passò vicinissima ai due. Li sfiorò, come in una stanza piena si possono facilmente sfiorare mobili ed oggetti. Ma questa continuava a mostrarsi nella sua freddezza e anche in una sorta di inconsapevolezza. Non si era affatto accorta del contatto.

Vilfrido non poté fare a meno di commentare: “Come è possibile vivere così?” Nelle sue parole c’era senz’altro disgusto, ma anche compassione.

Anche Matthias dovette provare un senso di pena. Sentì la necessità di abbassare lo sguardo. Poi aggiunse: “Quando viene annullata la memoria, ciò che rimane è un’esistenza senza voce. Questo uomo, insieme ad altri, abitava questo castello, ma dopo che lo splendore venne spento, tutto si svuotò. Tutto. Anche la memoria…”

“Ma soffrono costoro?” Chiese di getto il bambino con sincera preoccupazione.

“No, non soffrono -lo rassicurò lo zio- ma nemmeno amano. Sono in una totale indifferenza. Pensa ad un mare piatto senza onde e senza la benché minima increspatura. Sai qual é la definizione giusta che si può utilizzare?”

“No, quale?”

“Apatia -spiegò Matthias- che vuol dire quando si rimane indifferenti a tutto, non si soffre, né si esercita alcuna passione. Niente di niente. E’ la piattezza. E’ il vuoto. E’ l’inconsistenza. E’ l’assenza”.

Intanto tornò a farsi sentire il respiro cavernoso. Anzi, questa volta era ancora più forte ed angosciante. Un po’ per questo, un po’ per le parole che aveva appena ascoltate dallo zio, Vilfrido tornò a turbarsi. Iniziò anche ad avvertire una sorta di stretta allo stomaco. Sensazione tipica di quando prende una consistente paura. Fino allora la curiosità lo aveva in un certo qual modo sostenuto, adesso invece era una ben altra situazione.

I due proseguirono oltre e comparvero altre figure, simili del tutto alla prima, fredde, uguali, senza sguardi. E più zio e nipote procedevano, più le figure aumentavano. Erano uomini ma anche donne. E c’erano perfino dei bambini. Fu naturale per Vilfrido centrare la propria attenzione su quelli che avrebbero potuto essere, e forse lo erano, suoi coetanei. Ma se non fosse stata per la statura e per la fisionomia, nulla, ma proprio nulla, li contraddistingueva come bambini. Infatti, essi procedevano seriamente e perfino tristemente. Nessuno di loro correva, nessuno saltellava, nessuno ondulava con il corpo. Non si scorgeva nessun gioco, né si ascoltava alcun capriccio. Sembravano tanti soldatini di piombo, austeri, perfettamente in ordine, allineati come se dovessero marciare. Nessuno che gridava, rideva, alzava la voce. Tutto in un innaturale silenzio. Vedere degli adulti che sono in silenzio non desta alcuna sorpresa, scorgere sui volti degli adulti linee marcate di tristezza rientra nelle possibilità più frequenti, ma osservare l’assenza di ogni letizia sui volti di bambini è una scena che stringe il cuore, che costringe a riconoscere la possibilità di ciò che è innaturale.

Torniamo alla storia. Molte delle figure misteriose proseguivano e poi sparivano ma non perché s’introducessero in altre sale del Castello, bensì perché di fatto sparivano allo sguardo. Le loro sembianze si facevano sempre più diafane smarrendo i loro precisi contorni, fino a dissolversi del tutto, come un disegno cancellato che non c’è più. Vi chiederete: costoro potevano anche essere temuti come dei fantasmi? No. Si vedeva che non erano dei fantasmi. La loro leggerezza era nello svuotamento, non nella morte.

A Vilfrido venne da porre allo zio la domanda più scontata e prevedibile, certamente dettata da uno spirito di compassione che è tipico ritrovare nei bambini: “Zio, come possiamo aiutarli?”

Matthias si fermò e fissò con dolcezza il nipote, in un certo qual modo si compiacque di come si era mostrato sensibile ponendo quella domanda. Poi disse: “Speriamo di poterli aiutare, bambino mio. Speriamo. Siamo qui per questo; per loro ma anche per noi”. Dicendo queste parole, sembrava volesse rinnovare un patto con sé stesso e con l’amato nipote.

Intanto a Vilfrido venne una preoccupazione un po’ più egoistica. “Anche noi corriamo il rischio di diventare come loro?” Chiese, mentre i suoi occhi si erano fatti leggermente lucidi.

Matthias lo rassicurò: “Come loro proprio no, perché noi non abbiamo mai abitato questo castello. Anche se per noi serve che lo splendore ritorni, se non per recuperare la memoria, certamente perché essa ci possa guidare.”

“In che senso guidare?”

“Nel senso – tornò a spiegare Matthias- che possiamo ridurre la memoria ad un semplice ornamento. Quando a tua mamma regalano una bomboniera, cosa ne fa?”

“La mette su qualche mobile” Rispose Vilfrido senza pensarci due volte.

“Giusto! – continuò Matthias- La mette in vista per abbellire mobili o quant’altro, ma senza che quell’oggetto possa davvero essere utile. Così possiamo ridurre la nostra memoria, caro Vilfrido, la possiamo ridurre ad un semplice ornamento, ad una bomboniera da riporre su un bel mobile”. E la dimenticanza dello splendore era la migliore attestazione di ciò che aveva appena affermato Matthias.

Il bambino abbassò lo sguardo come se avesse avvertito una responsabilità nuova. Poi lo rialzò e disse con sorprendente decisione e con voce che, altrettanto sorprendentemente, si era fatta ferma e decisa: “Allora andiamo avanti”.

Matthias annuì. Poi gli disse: “Dobbiamo proseguire, ma certamente dobbiamo scendere tra le fondamenta del Castello, perché è lì che possiamo trovare la risposta e la soluzione a tutto”.

Dopo poco, arrivarono dinanzi ad una scala a chiocciola, di pietra, stretta, che girava su se stessa come un vortice. I due si affacciarono: era lunghissima e non si intravedeva la fine: solo buio e curve. Faceva paura. Sembrava un abisso senza fondo, una specie di pozzo pronto ad inghiottire. Vilfrido tornò ad aver paura. Deglutì ancora nervosamente, anzi più nervosamente di prima. La paura gli procurava sempre queste reazioni. Era certamente un momento molto difficile. La tentazione di tornare indietro era grande. Una tentazione che non prese solo il bambino ma anche Mathias, anche se questi non fece trapelare nulla, cercando di non far trasparire dal suo volto alcunché che esprimesse un’emozione negativa. L’uomo però afferrò la mano del piccolo. Si era accorto che adesso Vilfrido questo desiderava per continuare il cammino. La stretta della mano era per fargli capire che non dovevano tergiversare, che ormai, arrivati a quel punto, non potevano tornare indietro. C’era un destino che li attendeva. Venir meno a quella chiamata avrebbe significato portarsi per sempre il fardello della sconfitta, tradire il proprio cuore.

Fu così che iniziò la discesa alle fondamenta del Castello.

 


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